domenica 28 gennaio 2007

L’Università, una cosa semi-seria

“Ai miei tempi l’Università sì che era seria!” ha il sapore di un luogo comune.
Come molte ovvietà ha un fondo di verità, che in questo caso rischia di essere ben più di un fondo.
In un articolo apparso ieri su Il Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno riportato numeri da far impallidire anche i più ottimisti riguardo allo stato di salute delle Università italiane.
Ci sono 37 facoltà con un solo studente; 10 con 2 iscritti e 10 con 3; ben 323 con meno di 15 aspiranti dottori.
La moltiplicazione delle sedi universitarie, che è all’origine di quest’autismo studentesco, implica inevitabilmente una qualità carente dell’offerta formativa.
Aggiungi il nepotismo dilagante (chi non ricorda la parentopoli dell’Ateneo pugliese, monopolizzato da pochi clan familiari?), il localismo delle carriere, i meccanismi sbagliati di distribuzione delle risorse e dei finanziamenti, l’assenza di un sistema di valutazione, e il risultato è un quadro desolante dell’Università italiana.
Il problema della “raccomandazione di famiglia” è tanto urgente da avere spinto l’Ateneo di Bologna a proporre un codice etico. Non è solo un problema morale, ma di competitività mondiale. Mentre in Italia vengono favoriti i “figli di”, il mercato internazionale si mostra indifferente a un cognome o a una spintarella politica.
Finché il reclutamento non avverrà in base a criteri di merito e non saranno stabiliti dei requisiti minimi per l’istituzione di nuove Facoltà, il neodottore della Facoltà di Medicina di Termoli (ben 6 iscritti!) varrà quanto quello della Normale di Pisa. Solo sulla carta, però.

(E Polis, 28 dicembre 2006)