domenica 7 gennaio 2007

Dai disegni all’ecografia

Claudia Pancino e Jean d’Yvoire
Formato nel segreto. Nascituri e feti fra immagini e immaginario dal XVI al XXI secolo
Carocci 2006, pp.189, euro 16,50

“Disegnatori e incisori, anatomisti e medici, filosofi e dotti, e poi biologi e studiosi di embriologia, dall’inizio dell’Età moderna, ma con casi esemplari già nel Medioevo, si sono dedicati a rappresentare la vita prima della nascita, a produrre immagini di feti” (p. 11), quei feti prodotti nel segreto del ventre materno e inaccessibili per secoli, e poi disvelati attraverso la raffigurazione e il disegno, fino a giungere ai potenti mezzi fotografici di oggi. È questa storia che Claudia Pancino e Jean d’Yvoire raccontano: la storia della rappresentazione del nascituro che dalla fantasia e dall’approssimazione giunge fino alla verosimiglianza e alla riproduzione fedele della realtà. E la storia della ricaduta di queste rappresentazioni iconografiche sulla percezione sociale del feto e dell’embrione.

Oggi l’embrione è prepotentemente uno dei protagonisti dei dibattiti morali, perché lo sviluppo della biomedicina e delle biotecnologie hanno permesso di ‘vederlo’ molto prima del parto, anticipandone la presentazione al mondo. Lo statuto morale e giuridico dell’embrione suscita dibattiti feroci e inconciliabili: come deve essere considerato il nascituro? Senza dubbio vederlo suscita profonde reazioni emotive che interferiscono con il giudizio razionale. Il disvelamento dell’origine e dello sviluppo dell’embrione ha avuto come effetto, tra gli altri, quello di rendere esplicito un problema che riguarda ogni processo di sviluppo vitale: il suo carattere continuo, privo di salti moralmente significativi. Il suo scorrere senza barriere e divisioni. E la conseguente difficoltà di tracciare differenze, passaggi, cambiamenti discreti.

È proprio al dissolversi della demarcazione costituita dal parto che Jean d’Yvoire attribuisce una rivoluzione concezionale “che rovescia il tempo della nascita e rimette in discussione la distinzione, giuridicamente fondamentale, fra persone e cosa” (p. 128). L’imaging medico impone un mutamento epocale e trasforma la nascita in un esito piuttosto che nell’inizio dell’esistenza. Le immagini computerizzate del feto mostrano ciò che non si era mai visto: il feto vivo. Da una fecondità istintiva si passa alla procreazione responsabile, dal concepimento casuale e misterioso alla scelta. La rivoluzione concezionale, secondo d’Yvoire, si compie su due binari: lo sviluppo della medicina e la manifestazione di nuovi desideri soggettivi. Non è immediatamente intelligibile se per d’Yvoire il passaggio dal caso alla scelta sia positivo o dannoso. E non è assolutamente condivisibile la considerazione dell’aborto come metodo di controllo del concepimento (sia in termini tecnici che in termini generali). L’accenno alle tecniche di procreazione assistita come “l’altra faccia della medaglia” si intreccia con l’ambivalenza, per molti inevitabile, del progresso medico e tecnologico. A fronte del controllo esercitato sul concepimento e sulla gestazione ci sarebbe una impossibilità di rimediare (almeno in alcuni casi) alle ‘decisioni’ della natura. La sterilità, però, non è una sorta di nemesi, ma una condizione determinata da molteplici fattori (non ultimo l’innalzamento dell’età in cui si hanno figli).

Ispirandosi a Marcel Gauchet, d’Yvoire parla di un paradosso tra il lato biologico della sessualità e quello soggettivo, una tensione tra il vissuto dell’individualizzazione della procreazione e l’estraneamento, quasi, del neonato (“se il concepimento è frutto di una scelta individuale […] lo sguardo rivolto al nascituro e al neonato tende a individualizzarlo sempre più, e sempre più a monte, fino al punto da considerarlo indipendentemente dal desiderio che, pure, l’ha prodotto e investito, e di richiedere la sua presa in carico da parte dell’istituzione sociale”, p. 137). Alla luce di questa duplice tensione si chiarirebbe lo statuto problematico dell’embrione. Ma d’Yvoire sembra trascurare un aspetto fondamentale: fin quando il concepimento e la gestazione, in una parola l’embrione, erano processi sconosciuti e soprattutto processi sui quali non era possibile intervenire, il conflitto non poteva nascere; la naturalità (il mistero) era l’unica strada possibile. Quando il monolitico percorso si biforca in seguito alla possibilità di intervenire nei processi naturali emergono i dilemmi. Dilemmi simili a quelli che emergono ogni volta che la tecnologia rende possibile qualcosa fino a quel momento impensabile.

Anche il diritto incontra delle difficoltà nel definire l’embrione usando la tradizionale distinzione tra cosa (res) e persona (personalità giuridica). L’analisi che d’Yvoire compie sul diritto civile e penale francese mette in risalto proprio l’inadeguatezza di entrambe le categorie definitorie e la difficoltà di indicare una soluzione, come per esempio la proposta di una terza categoria di diritto.
(Galileo, 16 gennaio 2007)