giovedì 11 gennaio 2007

Caso Ashley, l’eugenetica non c’entra

Ashley è una bambina con una grave patologia cerebrale. Il suo sviluppo mentale è fermo a tre mesi d’età: non parla, non si muove, non tiene su la testa, forse non riconosce i propri cari. I suoi genitori, in accordo con i medici, l’hanno sottoposta a diversi interventi per “tenerla bambina”: estrogeni per bloccarne la crescita e rimozione di utero e ghiandole mammarie.
Il suo caso ha suscitato una valanga di reazioni.
È stata chiamata bonsai umano, giocattolo dei genitori, bambina per forza. Definizioni più o meno di buon gusto. E più o meno irrazionali.
Ma il paragone, che allo stesso tempo è una condanna senza appello, più frequente e più insensato è quello con l’eugenetica nazista.
Usare quest’argomento come arma per condannare il cosiddetto “Trattamento Ashley” denota non solo una fallacia logica, ma soprattutto una vasta lacuna nella conoscenza della storia recente.
Gli interventi cui è stata sottoposta Ashley sono stati decisi in nome del suo migliore interesse. Sono state compiute delle scelte per garantirle la migliore qualità di vita possibile. Queste scelte possono anche essere contestate; tuttavia rimane il fatto che il panorama di riferimento fosse Ashley e il suo benessere.
Al contrario, gli interventi eugenetici erano compiuti nel migliore interesse del Volk, o della razza o della Nazione. Non di un individuo, ma di un’ideologia delirante e sprezzante dei singoli. Totalitaria, appunto. Ciò che contava era il Tutto, cui le parti (soprattutto se difettose) potevano essere sacrificate. Uccise, torturate, sterilizzate.
La distanza tra Ashley e l’eugenetica nazista è incolmabile.

(E Polis, 11 gennaio 2007)