giovedì 27 dicembre 2007

Quel coraggio di dire addio a chi si è amato

La categoria dell’“ultima volta” è sfuggente e spesso definibile solo a posteriori. Con l’eccezione degli abbandoni decisi e che si ha la determinazione di non contraddire. Perché anche gli abbandoni stabiliti possono essere dolorosi, sebbene necessari. La riluttanza rallenta lo strappo alla ricerca di una ragione per rimanere. Proprio come verso una persona che un tempo abbiamo amato, ci si ostina nel cercare le tracce di quell’amore offeso e tradito. Ma chi ci sta davanti si è spogliato di quella eccezionalità che sosteneva la nostra passione; è volgare e banale; ha uno sguardo servile e se l’incontrassimo oggi per la prima volta non lo degneremmo di uno sguardo. “Sei diventato un altro”, si dice a suggellare l’irrevocabilità della scelta. E la sua inevitabilità. L’abbandono è compiuto anche per non intaccare i nostri ricordi, oltre che per prendere le distanze da chi ormai disprezziamo. Può volerci del tempo per convincersi della irrimediabile estraneità. Quando accade si fatica a ricordare l’affinità di un tempo.
Gli amori e gli abbandoni non si consumano soltanto tra le persone. Anche verso una idea o verso un giornale - che a ben guardare è fatto di persone. E se le persone cambiano, cambia anche il giornale. E se il giornale viene ridotto a un bollettino informativo di qualcuno o di qualcosa, l’amore muta in sospetto e disincanto; infine nella dissociazione.
Dall’estate passata questo giornale è “diventato un altro”; il timore ha lasciato il posto all’amarezza e poi alla brutale consapevolezza della mia estraneità. Oggi, a malincuore, è l’ultima volta che scrivo per E Polis.

(E Polis, 27 dicembre 2007)

giovedì 20 dicembre 2007

Giovani vittime dell’imperante perbenismo

A 16 anni sono molti gli ostacoli che possono sembrare insuperabili, anche vivendo in una condizione protetta e sicura. Se poi c’è un rapporto violento con il padre, una madre forse incapace di affrontare la situazione, una società civile indifferente o addirittura aggressiva verso la “diversità” il risultato rischia di essere drammatico. Proprio come drammatico è stato l’esito della breve vita di Loredana: che era una ragazzo ma si sentiva una donna. Una donna in un corpo sbagliato. Loredana soffriva di un disturbo dell’identità di genere, non riusciva più a stare in quella famiglia che l’aveva abbandonata, forse schernita, e dopo vari rifiuti da parte di centri che avrebbero dovuto ospitarla, era finita in una comunità maschile: 35 ragazzi tra i 15 e i 17 anni. Nessuno la voleva, Loredana. Nessuno, o quasi, ha raccontato della sua drammatica e evitabile morte: impiccata con un foulard pochi giorni fa nella sua stanza della Comunità Alice, nella provincia di Agrigento. Durante una notte in cui la solitudine, il rifiuto, il dolore di non trovare un sostegno l’hanno portata a uccidersi. La morte di Loredana è l’ennesimo episodio in questo Paese che abbandona molti dei suoi figli, per poi piangerli (spesso ipocritamente) e sentenziare la loro seconda condanna a morte: l’ormai inutile domandarsi di chi è la colpa. Inutile perché poi non accade nulla. Perché si continua a votare “secondo coscienza” a favore dell’omofobia, perché si invoca la famiglia tradizionale per umiliare le scelte diverse. Perché la libertà e il rispetto sono solo trite parole e non basta abolire la pena di morte.

(E Polis, 20 dicembre 2007)

giovedì 13 dicembre 2007

Il sacro diritto di far infuriare i benpensanti

Aggrapparsi al rispetto del comune senso del pudore, o a qualcosa che gli somigli, per giustificare veri e propri soprusi evoca scenari da dispotismo – nemmeno troppo illuminato. Il moderno ostracismo che ha colpito Daniele Luttazzi è l’ennesimo sintomo di un Paese che vuole apparire come morigerato ed educato. Un Paese in cui chi offende il buon gusto (il buon gusto di chi?) viene licenziato, ma spesso chi commette gravi reati è intoccabile. E magari è tra quanti decide come bisogna comportarsi per non essere licenziati, quale forchetta usare e come fare l’inchino a seconda di chi si ha davanti.
Tutti coloro che non hanno fatto un fiato, o peggio che hanno applaudito il licenziamento di Luttazzi, non si rendono conto della gravità dell’avvenimento. E poco serve essere oggi dalla parte dei “buoni”. Perché in una condizione di arbitrio, anche chi oggi si sente al sicuro potrebbe essere presto travolto dalla condanna in nome del buon costume. Chi tace per calcolo, oltre ad essere moralmente discutibile, è ingenuo: non capisce che il prossimo potrà essere lui, incornato proprio quando sta mettendo a punto l’ultima veronica (nel senso della tauromachia).
E non c’entra l’eleganza del gesto o la scelta del bersaglio di una satira sicuramente pungente, forse anche eccessiva per le orecchie di alcuni benpensanti – liberi di pensarla come più gli piace. Liberi di girare canale per ripassare il plastico del luogo dell’ultimo efferato delitto o per essere trascinati nel turbinio degli scandali sessuali. Ma che ne è della libertà di Luttazzi e di quanti vogliono ascoltare le sua irriverenza?

(E Polis, 13 dicembre 2007)

giovedì 6 dicembre 2007

Chi non vuole essere parente della scimma

Che cosa hanno in comune Rosa Giannetta Alberoni, Mauro Mazza e Rocco Buttiglione (ma la lista potrebbe essere molto più lunga)? Non sopportano l’idea di discendere da una scimmia. Partendo da una visione caricaturale dell’evoluzionismo, rifiutano di vivere in un mondo dominato dal caso e privo di un Creatore. Secondo Alberoni, autrice de “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin”, molti dei mali che affliggono l’umanità sarebbero imputabili a Charles Darwin, il quale per raggiungere “uno scopo personale” si beffa di Dio sostenendo che l’uomo non sia stato creato ad immagine e somiglianza di Dio (“come è scritto nella Genesi e come ci dice la nostra ragione”). L’effetto della “ideologia” di Darwin sarebbe devastante: annienta la regalità dell’uomo, lo riduce ad un animale qualsiasi, demolisce la morale e produce “aberrazioni come il razzismo, il classismo, l’eugenetica, il peggior colonialismo, la discriminazione biologica”. Povero Darwin: responsabile di cotanto orrore! Basterebbe conoscere a grandi linee la teoria dell’evoluzione per rendersi conto che è insensato attribuirle simili effetti. Non solo: una conoscenza anche superficiale basterebbe come risposta alle insensatezze riguardo all’origine della specie umana. Non è in discussione la legittimità delle credenze - ognuno è libero di credere quello che preferisce - ma l’aspirazione a presentare le proprie bislacche credenze come vere. A voler dare al creazionismo uno statuto scientifico e dunque a presentarlo come una valida alternativa all’evoluzionismo. Ah, se la falsa testimonianza valesse anche per la scienza!

(E Polis, 6 dicembre 2007)

giovedì 29 novembre 2007

I nuovi alchimisti omeopati dell’era globale

L’omeopatia non produce risultati migliori dell’effetto placebo. Sulla base di 5 studi clinici Ben Goldacre, medico e divulgatore per The Guardian e The British Medical Journal, spara a zero sull’omeopatia. In un commento su The Lancet, autorevole rivista medica, Goldacre demolisce le false credenze riguardo ai presunti benefici dell’omeopatia, enorme contenitore in cui confluiscono interessi commerciali, cattiva informazione e vera e propria ignoranza scientifica.
Ciò non significa che l’omeopatia non possa presentare una qualche utilità clinica, ma che è necessario chiarire la natura e la modalità di tale beneficio – che potrebbe essere definito “naturale” o casuale. Sono inoltre in agguato effetti collaterali e rischi nei rimedi omeopatici. Che vanno dall’eccesso di medicalizzazione al fornire una risposta sbagliata a condizioni che non possono essere risolte con la medicina, tradizionale o omeopatica che sia: malumori, stress o malesseri determinati da problematiche relazionali. Il motto “c’è una pillola (omeopatica) per ogni guaio” è falso. In assenza di una corretta informazione costituisce addirittura una violazione del consenso informato e dell’autodeterminazione dei pazienti, nonché un ritorno al logoro paternalismo medico.
Ma i rischi del fanatismo omeopatico non si fermano qui: i sostenitori, mettendo in discussione la medicina basata sull’evidenza, spesso non adottano misure profilattiche importanti (molti fautori dell’omeopatia si oppongono al vaccino contro la rosolia per i propri figli, ad esempio, o alla profilassi medica in generale) con effetti devastanti. Ne deriva anche un problema di salute pubblica, conseguenza della messa in discussione delle diagnosi e delle terapie proposte su base scientifica.
Un altro aspetto rilevante riguarda i finanziamenti pubblici alla ricerca e la possibilità di rimborso per terapie che non funzionano. In un contesto di allocazione di risorse limitate – onnipresente guaio dei sistemi sanitari pubblici – distinguere cosa funziona da cosa non funziona diventa un problema cruciale.
Novelli untori al contrario, cioè di quelli che “andauano ungendo le muraglie” accusati di diffondere la pestilenza, i maniaci dell’omeopatia si sottraggono alla dimostrazione della sua inutilità invocando ragioni mistiche e misteriose.
Non è in discussione la libertà individuale – anche quella di curarsi nei modi “sbagliati”. Ma per garantire che una simile libertà sia davvero tale, è necessario assicurare una corretta informazione e una approfondita comprensione dei meccanismi che soggiacciono alla omeopatia. Nella percezione comune, invece, l’omeopatia è spesso percepita come una valida alternativa alla medicina basata sulle evidenze scientifiche.

(E Polis, 29 novembre 2007)

giovedì 22 novembre 2007

Caso Bianzino, quel silenzio insopportabile

Aldo Bianzino non era un tifoso e non era romeno. Non era nemmeno una giovane studentessa, né era al centro di qualche scandalo sessuale o politico. Era “solo” una brava persona, un uomo di 44 anni che viveva insieme alla sua donna, Roberta, e al loro figlio adolescente nelle colline umbre. Forse per questo non ha meritato molta attenzione da parte dei media. Più di un mese fa è entrato nel carcere di Capanne, a Perugia. Nemmeno due giorni dopo ne è uscito: morto. Avrebbe dovuto incontrare un magistrato per sapere se il suo fermo sarebbe stato convalidato. Aldo era in carcere per avere coltivato alcune piante di marijuana. Nonostante una sentenza della Corte di Cassazione avesse stabilito che la coltivazione per uso personale non sia reato e non ci fossero evidenze a dimostrare lo spaccio, Aldo è stato chiuso in una cella. Sembra che il medico legale abbia riscontrato lesioni al fegato, alla milza e al cervello. Sono state aperte due inchieste, per omissione di soccorso e per omicidio. Nonostante i numerosi appelli, una interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia – troppo impegnato forse a litigare con Beppe Grillo – una manifestazione di cittadini che chiedono di sapere che cosa e successo e perché, nonostante tutto questo ancora non ci sono risposte. E le ipotesi sono tutte terribili: dal pestaggio all’indifferenza. Quando un uomo varca la soglia di un penitenziario, la sua stessa vita è affidata alle istituzioni. La morte di Aldo, e le circostanze oscure riguardo alla sua morte, fanno apparire l’istituto carcerario come un luogo di sopruso e di atroci ingiustizie.

(E Polis, 22 novembre 2007)

mercoledì 14 novembre 2007

L’Europa deve unirsi anche in laboratorio

(con Piergiorgio Strata)

Nel «Green paper» dello scorso aprile la Commissione europea aveva individuato come uno dei punti deboli dell’Europa proprio la scarsa mobilità dei giovani ricercatori, che al momento necessitano di una formazione multidisciplinare che si può acquisire soltanto frequentando laboratori con competenze differenti. Ma oggi la mobilità incontra molti ostacoli per l’eterogeneità delle condizioni di lavoro dei vari Paesi. Per questo, già nel marzo 2005, con la «Carta dei diritti dei ricercatori» la stessa Commissione si era preoccupata di raccomandare alle varie nazioni di varare norme uniformi, affinché la mobilità non sia scoraggiata dall’insufficienza e dalla diversità delle retribuzioni e delle coperture previdenziali. Una vera e propria guida pratica ed etica che tutti i Paesi hanno almeno in principio adottato. Peraltro, la Carta definisce «ricercatore» chi svolge attività di ricerca nell’ambito universitario, a partire dal dottorato di ricerca, e, dunque, lungo gli anni degli assegni di ricerca o delle borse post-dottorato, fino ai vertici della carriera universitaria. Un modo di venire incontro a queste esigenze europee ci sembra quello che nell’Università venga istituita per questi ricercatori precari una figura di lavoratore vero e proprio con regolare contratto a tempo determinato e con un salario minimo di livello europeo indipendentemente da chi è il finanziatore. A questo punto, sempre per allinearci all’Europa, si dovrà affrontare il problema se ha ancora senso la posizione di ricercatore di ruolo.

(Tuttoscienze, la Stampa, 14 novembre 2007)

Mais e polemiche

Nella varietà convenzionale ci sono più tossine che in quella modificata geneticamente. Lo rivela uno studio finanziato con soldi pubblici. Mai reso noto, fino a ieri

Il mais Ogm è più sicuro di quello convenzionale. L’affermazione si basa sui risultati di uno studio condotto nel 2005 da Tommaso Maggiore, ordinario di Agronomia all’Università di Milano, per conto dell’Inran, l’Istituto per la nutrizione che dipende dal Ministero dell’Agricoltura, che ha messo a confronto due varietà di mais BT (modificati in modo da produrre la tossina Bt del Bacillus thuringensis ad azione insetticida) e due ibridi isogenici convenzionali. Risultati che l’Inran non ha mai reso noti. Ci ha pensato ieri, 13 novembre 2007, a due anni dal loro conseguimento, un folto gruppo di scienziati - tra i quali Roberto Defez del CNR di Napoli, Luciano Caglioti, membro del Comitato di Biosicurezza, Elena Cattaneo e Francesco Sala dell’Università di Milano, Pino Macino dell’Università “La Sapienza” di Roma e Giorgio Cantelli Forti della Società Italiana di Tossicologia - che, riuniti sotto il cappello del SAgRi (acronimo per SAlute, AGRicoltura, Ricerca, sostenuto da varie associazioni), hanno dato vita all’incontro “Liberi con gli OGM”. Non senza sollevare polemiche.

Ma stiamo ai dati. Lo studio aveva tre scopi: valutare l’entità dei danni causati dalla piralide, la presenza del Fusarium, un fungo che produce tossine cancerogene e teratogene, e quantificare la concentrazione delle fumonisine, sostanze dannose per la salute. Per quanto riguarda le rese, il primo ibrido ha reso 110 quintali per ettaro per la varietà convenzionale e 140 per il transgenico; il secondo 111 contro 150. La produttività del mais BT, quindi, è stata superiore del 40 per cento. Per quanto riguarda le tossine, il mais BT presentava tra gli 48 e i 60 ppb (parti per bilione o microgrammi per chilo) di fumonisina, mentre il mais tradizionale tra i 6.100 e i 6.300: un contenuto di sostanze dannose cento volte superiore. Tra l’altro, è stato fatto notare durante l’incontro, in base alla normativa europea in vigore dal primo ottobre (reg. 1126/2007) circa la metà del mais italiano è fuorilegge perché supera la soglia massima prevista di fumonisine.

“Gli Ogm non sono pericolosi né in teoria né in pratica”, ha affermato Edoardo Boncinelli genetista del San Raffaele di Milano anche lui presente all’incontro. “Il dovere dello scienziato è quello di ricercare, quello dello Stato di far sapere”. E la corretta informazione sembra essere l’unico strumento per combattere i pregiudizi: “Nell’Ottocento era molto diffusa la paura che i vaccini ci trasformassero in mucche”, ha concluso lo scienziato. Ancora a favore della ricerca sugli Ogm si è schierato Silvio Garattini dell’Istituto Mario Negri di Milano che, in un videomessaggio, ha dichiarato che “la decisione politica e governativa di proibire la ricerca non è soltanto un attentato alla libertà di ricerca, ma è un regalo alle multinazionali che continueranno ad avere il monopolio. La ricerca pubblica sarebbe l’unica garanzia affinché tutti possano beneficiare dei suoi risultati”. Ebbene, in questo caso si tratta proprio di dati ottenuti con soldi pubblici.

Per tutta risposta è arrivata la sorprendente dichiarazione dell’attuale presidente dell’Inran, Carlo Cannella, il quale ha negato che qualcuno abbia svolto indagini sulle microtossine per conto dell’Istituto. Cannella è però smentito dal suo predecessore, Giovanni Monastra, che ha dichiarato che lo studio è stato effettuato e che ha riscontrato per le fumonisime “valori maggiori nelle farine non GM” (Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2007), nonché da una interrogazione parlamentare sulla mancata diffusione dei dati (6 giugno 2007). Inoltre, c’è la parola di Maggiore, che ha dichiarato al SAgRi: “Ho fatto eseguire queste analisi sui campioni della sperimentazione Inran e successivamente ho comunicato questi dati all’Istituto insieme a quelli sugli attacchi della piralide e del Fusarium, il fungo produttore delle fumonisine. Ma l’Inran non li ha mai divulgati”.

Ma ieri è stata ache la giornata in cui la coalizione “ItaliaEuropa, Liberi da OGM”, capeggiata da Mario Capanna, ha annunciato, nella conferenza stampa conclusiva della consultazione nazionale partita il 15 settembre, di avere raggiunto 3.068.958 adesioni. La coalizione chiedeva di votare “sì”, con modalità di voto tradizionali e con invio di sms, per una Italia libera dagli organismi geneticamente modificati. “Ma che senso ha domandare un parere prima di verificare che chi lo esprime possa farlo consapevolmente?”, ha commentato Gilberto Corbellini, ordinario di Storia della Medicina all’Università “La Sapienza” di Roma e membro dell’Associazione Luca Coscioni. “Gli italiani hanno dimostrato più volte di sapere poco o niente di genetica e di manipolazioni genetiche. E poi raccogliere 6 o 7mila firme al giorno è un dato verosimile; 50mila al giorno, quelle necessarie per arrivare ai 3 milioni in 3 mesi, è davvero un numero altissimo! Vedremo come saranno certificate tutte queste adesioni”.

(Galileo, 14 novembre 2007)

martedì 6 novembre 2007

Pensieri al limite

La morte, il suo cambiamento e la sua stessa definizione: un neurologo sfida i paradossi del senso comune

“Il fatto che una persona possa essere dichiarata viva in uno Stato e morta in un altro è certamente un paradosso, una sfida al senso comune”. E proprio una sfida al senso comune può essere definito il nuovo libro di Carlo Alberto Defanti, primario neurologo emerito all’ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano. Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri, nelle librerie da giovedì), i complessi problemi riguardanti la fine della vita e la definizione stessa di morte sono stati al centro di una tavola rotonda nell’ambito di “La bioetica tra etica pratica e saperi scientifici. La prospettiva delle professioni sanitarie”, un convegno organizzato dal Master in Etica pratica e bioetica, Università «Sapienza» di Roma, il 5 e 6 novembre scorsi.

Le soglie discusse da Defanti offrono una preziosa occasione per riflettere sulla morte e sul suo cambiamento; e uno strumento formidabile contro semplificazioni e banalizzazioni. Una premessa importante riguarda il modo di affrontare la discussione su questi argomenti. Come lo stesso Defanti sostiene, “non si può prescindere dalle intuizioni morali. Però, siccome possono corrispondere a modelli del passato, devono essere sottoposte ad un vaglio razionale. Ed eventualmente modificate. Questo non significa che siano necessariamente sbagliate, soltanto che non vanno prese per verità immutabili. È un lavoro faticoso, far cambiare idea alle persone è difficile e complesso”. Anche cambiare idea è spesso difficile: Defanti lo ha fatto circa la possibilità di considerare la morte cerebrale come la morte stessa. E nel suo libro racconta questo suo percorso, oltre a soffermarsi su molte questioni di notevole rilevanza e su questioni di metodo.

Spesso un argomento usato per contestare la libertà di interrompere un trattamento sanitario o la libertà di “anticipare” la propria morte consiste nell’affermare – come unica possibilità – la morte naturale. Ove non c’è nulla di “naturale” nel mantenere in vita qualcuno con dei macchinari. È bene ricordare che in molti casi è l’avanzamento della tecnica medica che permette di prolungare la sopravvivenza di quanti fino a pochi anni fa sarebbero morti. La stessa Eluana Englaro, ha ricordato il neurologo, qualche tempo fa non sarebbe mai sopravvissuta: “La morte naturale può capitare in seguito a un incidente in un luogo sperduto; ma tutto il resto è morte culturale”.

Defanti non è ottimista sulla capacità della politica di rispondere ai problemi di bioetica, nemmeno riguardo alle direttive anticipate: “Realisticamente una legge sulle direttive anticipate, se sarà mai approvata, sarà una legge castrata. Ed allora meglio sarebbe nessuna legge”. Perché si rischierebbe di peggiorare la situazione rispetto ad oggi; una normativa sbagliata potrebbe addirittura restringere lo spazio di decisione personale, invece che garantire e rafforzare – come vorrebbe una legge sulle direttive anticipate – il principio che l’individuo può scegliere riguardo ai trattamenti sanitari cui sottoporsi. Sia oggi, in condizioni di coscienza e consapevolezza; sia per domani, qualora non sia più in grado di farlo: in entrambi i casi si tratterebbe di un legittimo esercizio della propria libertà individuale. “Non dovrebbero esserci limiti alla libertà individuale, se non in presenza di danni agli altri”.

Se non possiamo fare a meno delle definizioni (convenzionali e discrete, rispetto all’incessante fluire dei processi biologici, ogni soglia che si cerca di imporre al continuum dell’esistenza sarà imperfetta), non possiamo però sacrificare loro la complessità della realtà. Anche la morte è un processo e in quanto tale difficile da relegare in un momento t preciso e puntuale (sono molto affascinanti, a questo proposito, i capitoli “I segni della morte certa” e la “La paura della morte apparente”).

La concezione di morte cerebrale fa violenza alla gente, che non riesce a crederci. Osservando una persona che è morta cerebralmente non si è capaci di distinguerla da chi non lo è. Il motivo di questo stravolgimento del senso comune sta nel voler aggirare il problema ‘eutanasia’. Conoscendo i retroscena del Comitato di Harvard, dice De Fanti, questa esigenza emerge chiaramente”. Il Comitato della Harvard Medical School nel 1968 stabilì un nuovo criterio di morte: il coma irreversibile (irreversibile coma). Le ragioni secondo il rapporto, erano due: evitare di mantenere in vita un individuo con il cuore che ancora batte ma il cervello irreversibilmente danneggiato; rinnovare i criteri di morte per l’espianto di organi. Ma non è un caso che il Comitato sia stato istituito dopo il primo trapianto di cuore effettuato da Christian Barnard a Città del Capo, con lo scopo di evitare contenziosi giudiziari in interventi simili. “Si sarebbe corso il rischio – espiantando da persone in coma – di essere accusati di omicidio. Il medico che eseguiva un trapianto non poteva rischiare di essere accusato di un reato tanto infamante”. Non è nemmeno un caso che la nuova definizione di morte sia stata appoggiata anche dalla Chiesa per non aprire le porte all’eutanasia: “è la scienza che stabilisce la morte (come morte cerebrale), e una volta accertata è lecito eseguire l’espianto. Se l’espianto dovesse seguire una decisione di accelerare la morte del potenziale donatore, sarebbe l’inizio della fine”. Nonostante l’avversione verso la scienza, in questo caso la Chiesa, osserva io neurologo, sembra averla usata per i suoi intenti: “i discorsi di Pio XII sembrano anticipare il concetto di morte cerebrale”.

Le soglie discusse da Defanti offrono una preziosa occasione per riflettere sulla morte e sul suo cambiamento; e uno strumento formidabile contro semplificazioni e banalizzazioni. Ridiscutere i criteri di morte, si badi, nulla ha a che vedere con l’opportunità di usare il criterio di morte cerebrale. “Non voglio attaccare i trapianti – conclude Defanti – ma riflettere e dare conto della complessità. La morte cerebrale può essere considerata come un criterio infallibile di morte a venire (spesso nel giro di poco tempo; qualche volta dopo molto). Questi criteri sono etici, oltre ad essere scientifici”. Chiarire i concetti, insomma, non implica assolutamente sabotare le terapie.

(Galileo, 6 novembre 2007)

giovedì 1 novembre 2007

Papa e aborto: quelle reazioni quasi surreali

I consigli del Papa ai farmacisti, cattolici e non, hanno avviato la consueta scia di commenti e critiche. Come spesso accade, alcune reazioni sono ancora più godibili delle dichiarazioni che le hanno suscitate. In questa occasione Luisa Capitanio Santolini, responsabile Udc per la Famiglia, addirittura commenta il commento di Livia Turco. Il Ministro della Salute, sia pure con una cautela prossima al silenzio, ricorda che la cosiddetta pillola del giorno dopo è stata autorizzata dall’Agenzia Europea per il Farmaco e che “somiglia”, per composizione chimica, agli anticoncezionali. Santolini si indigna e attacca la premessa del discorso del Ministro: “non vi può essere l’idea, che si va pericolosamente affermando negli ultimi tempi, che la gravidanza inizi con l’impianto dell’embrione: ginecologia ed esperienza comune sono concordi infatti a farla risalire addirittura alla data dell’ultimo ciclo mestruale”. Non è chiaro a quale concordia tra ginecologi faccia riferimento Santolini, ma è verosimile che abbia fatto molta, molta confusione. La gravidanza coincide con l’avvio del processo di annidamento dell’embrione; prima si può parlare solo di un processo di fecondazione. L’ultima mestruazione serve a calcolare l’età gestazionale; età virtuale e che non coincide nel modo più assoluto con l’inizio della gravidanza. Sarebbe stato più onesto condannare il ricorso alla contraccezione d’emergenza, invece che improvvisare. Santolini incarna soltanto quell’esperienza comune che cita ma che non basta a fondare una opinione sensata. Meglio sarebbe tacere, piuttosto che parlare senza sapere.

(E Polis, 1 novembre 2007)

giovedì 25 ottobre 2007

Omosessualità, rimane un tabu cattoborghese

La campagna della Regione Toscana contro la discriminazione sessuale ha suscitato un putiferio. Il neonato ha scritto al polso “homosexual” sulla fascetta in genere usata per il nome. Accanto la didascalia: “l’orientamento sessuale non è una scelta”. Il livello delle critiche e la tenuta delle accuse degli insorti sono davvero pietosi. E il loro numero è preoccupante. Emerge l’animo di un Paese omofobo, perbenista e affezionato al motto cattoborghese del “si fa ma almeno non si dice”, che è la versione volgare del dichiararsi disposti a concedere per pietà e compassione, ma non a riconoscere un sacrosanto diritto. Che in questo caso sarebbe quello di vivere secondo le proprie preferenze, comprese quelle sessuali, in assenza di danni a terzi.
L’intento della campagna è lodevole. Purtroppo anch’essa rimanda l’immagine di un clima preoccupante. Prima di tutto – questo è evidente – perché in un “mondo migliore” non ci sarebbe bisogno di simili campagne. Ma soprattutto perché, al di là del dibattito sull’origine dell’omosessualità, sembra suggerire che non bisogna prendersela con gli omosessuali perché la loro non è una scelta. E anche se lo fosse?
Speriamo che sia solo una strategia per abbattere il muro resistente di pregiudizi e isteriche condanne contro le scelte diverse delle altre persone, qualunque esse siano. Perché, è necessario e al contempo assurdo ricordare, gli omosessuali non sono né fenomeni da baraccone, né malati da compatire. Sono persone, poco importa di quale inclinazione sessuale. Per rispettare una persona gli chiediamo forse in che modo preferisce fare l’amore?

(E Polis, 25 ottobre 2007)

giovedì 18 ottobre 2007

Cossiga single e il suo ridicolo escamotage

Francesco Cossiga è nuovamente scapolo. Non è chiaro se d’oro o di piombo, tuttavia è scapolo. E visti i tempi, un senatore a vita potrebbe essere un buon partito.
Sembra che la Sacra Rota abbia annullato il matrimonio con Giuseppa Sigurani, sposata nel 1960. Francesco e Giuseppa hanno avuto due figli, Francesca e Giuseppe (chissà il terzo come lo avrebbero chiamato); si sono separati nel 1993 e cinque anni più tardi hanno divorziato. Cattolico (una volta si è definito “cattolico infante”, non si sa se in senso letterale o metaforico), sostenitore della cosiddetta famiglia tradizionale, pare si sia avvalso del procedimento di nullità matrimoniale per difendersi dalla indissolubilità del sacramento nuziale.
Sebbene la religione cattolica e i singoli credenti spesso non brillino per coerenza, i processi di nullità matrimoniale aspirano ad essere l’ossimoro più ridicolo. Secondo il diritto canonico le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità. Ma i tribunali ecclesiastici, composti quasi esclusivamente da giudici sacerdoti, hanno la facoltà di rendere nullo un matrimonio, ovvero come mai esistito. Questa negazione della realtà prende volgarmente il nome di annullamento. Le conseguenze comprendono la possibilità di (ri)sposarsi in Chiesa e di ricevere i sacramenti. Se la sentenza viene delibata dall’ordinamento italiano il risultato sarà la cessazione dell’assegno di mantenimento o la scomparsa di eventuali diritti ereditari del coniuge.
Ebbene Cossiga dopo 33 anni di matrimonio e 2 figli potrà legittimamente far finta che tutto ciò non sia mai accaduto.

(E Polis, 18 ottobre 2007)

giovedì 11 ottobre 2007

Quante cellule gettate al vento dell’imperizia

Il sangue del cordone ombelicale contiene cellule staminali potenzialmente utili in caso di gravi malattie future. Donazione e conservazione sono regolate dalla direttiva europea 2004/23/CE. La direttiva viene introdotta in modo rocambolesco nel nostro ordinamento tramite uno schema di decreto legislativo con l’aggiunta della distinzione tra strutture sanitarie private e pubbliche, che di fatto permette la conservazione soltanto a ospedali pubblici o a strutture sanitarie senza fini di lucro. In Italia funzionano solo 5 delle 15 banche pubbliche esistenti, e 4 sono al nord. La percentuale di cordoni conservati è molto bassa; molti si sono rivolti a centri esteri.
Oltre ad essere un recepimento non corretto della direttiva, l’esclusione dei centri privati entra in contrasto con la legge 219 del 2005 che non prevede distinzione tra pubblico e privato nel definire gli istituti dei tessuti. Ma non finisce qui. La Commissione Igiene e Sanità del Senato, il 4 ottobre scorso, esprime parere favorevole al recepimento con alcune osservazioni. Alla lettera b) si suggerisce di fare salve “le disposizioni della legge 19 febbraio 2004, n. 40, in particolare quelle relative all’importazione ed all’esportazione delle cellule embrionali”. Peccato che la legge 40 non si esprima al riguardo. Forse qualcuno non ha ripassato la legge in materia di procreazione assistita, e l’intera Commissione non si è presa la briga di verificare.
Sarebbe utile, tuttavia, che una commissione parlamentare chiamata a relazionare su un argomento fosse informata circa l’argomento stesso e le eventuali norme nominate.

(E Polis, 11 ottobre 2007).

mercoledì 10 ottobre 2007

Laico, fatti più in là

Sono oscure le ragioni del “dimissionamento” dei tre vicepresidenti Cattaneo, Caporale e Marini. Ma una spiegazione c’è

Dopo i rumors che nei giorni scorsi vagheggiavano di un cambiamento dei tre vicepresidenti del Comitato nazionale di Bioetica (Cnb), il 9 ottobre si è arrivati fulmineamente alle nuove nomine. E senza nemmeno informare i “dimissionati”: Cinzia Caporale, Elena Cattaneo e Luca Marini hanno infatti appreso dai giornali che sarebbero stati sostituiti da Lorenzo D’Avack, ordinario di filosofia del diritto nell’Università degli studi Roma Tre, Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, e Laura Palazzani, ordinaria di filosofia del diritto nella Libera Università Maria Ss. Assunta (Lumsa).

Se l’effetto dell’avvicendamento è abbastanza evidente – un indebolimento della componente laica (o laicista?) del comitato - il perché è a dir poco oscuro. Secondo Gilberto Corbellini, ordinario di storia della medicina alla Sapienza e membro del Cnb, la sostituzione è un “atto di rappresaglia per dare una lezione a chi ha osato mettere in discussione il potere assoluto del presidente [Francesco Paolo Casavola] e i modi di gestire il Comitato”. Una vera e propria “vendetta trasversale perché non poteva chiedere di mandare a casa chi l’ha criticato”.

Ma chi e cosa avrebbe suscitato l’irritazione del presidente Casavola, tanto da spingerlo alla rappresaglia? Facciamo un passo indietro: il 29 settembre scorso tre membri del CNB, Carlo Flamini, Demetrio Neri e lo stesso Corbellini, scrivono una lettera pubblica al presidente del Cnb manifestando insoddisfazione per la gestione del Comitato, e in particolare alcune nomine effettuate da Casavola negli ultimi mesi. Secondo i tre membri le modalità presidenziali “oltre ad essere state talora non rispettose del regolamento vigente, e comunque difformi da prassi ormai consolidate e persino dissonanti rispetto agli impegni” dichiarati dallo stesso Casavola nell’assumere la carica, “penalizzino valori e punti di vista morali che in democrazia hanno la stessa dignità culturale e politica” di quelli privilegiati dal vertice. La lettera si chiude con l’augurio di un serio e imminente dibattito al fine di sottrarre il CNB a eventuali strumentalizzazioni ed evitare il suo snaturamento.

I giorni che seguono la lettera sono abbastanza movimentati, anche se gli avvenimenti rimangono difficilmente intelligibili. Comincia a circolare la notizia della richiesta di Casavola a Romano Prodi di effettuare modifiche nel CNB. Modifiche che assumono la forma della sostituzione forzata dei tre vicepresidenti in nome di un “più funzionale assetto dell’Ufficio di Presidenza del Comitato Nazionale per la Bioetica” – motivazione che implica inevitabilmente che l’assetto precedente non fosse abbastanza funzionale: ma le ragioni di questa presunta inefficienza non vengono chiarite. Romano Prodi esprime comunque solidarietà a Casavola e lo invita a proseguire nel lavoro intrapreso.

l mistero diviene quasi grottesco perché passano molti giorni senza che sia data comunicazione ai dimissionati. Luca Marini, in un comunicato stampa del 5 ottobre, manifesta la propria sorpresa per la rimozione, ricordando che i tre vicepresidenti “anche se portatori di idee diverse, hanno peraltro unanimemente sostenuto fino in fondo il Presidente Casavola”.

Il 9 ottobre, finalmente, c’è la nomina ufficiale dei sostituti. E si rimane sorpresi nel venire a sapere delle modalità della comunicazione tardiva ai tre ormai ex vicepresidenti. La lettera ufficiale, infatti, attacca così: “Care colleghe [Cinzia Caporale e Elena Cattaneo], caro Luca [Marini]” e getta luce sulla vicenda e sulla spinta di Casavola. “Due di loro – prosegue Corbellini – erano evidentemente schierate con i suoi accusatori”. A tutti gli altri membri del CNB la comunicazione è giunta 3 ore dopo che era stata diffusa dalle agenzie di stampa. “Questo è lo stile di Casavola”, commenta Corbellini, “due donne di indubbio valore scientifico rimosse dal loro incarico per non avere ossequiato il presidente; che è un uomo – difficile non pensarci! – e che è impreparato sulla materia che dovrebbe governare”.

(Galileo, 10 ottobre 2007)

sabato 6 ottobre 2007

Con gli occhi chiusi

La mattina del 23 luglio 2007 è stata per molti una giornata di festa: il giudice Zaira Secchi ha deciso il non luogo a procedere per Mario Riccio, l’anestesista che lo scorso dicembre esaudì la richiesta di Piergiorgio Welby. Dopo averlo sedato, Riccio lo scollegò dal ventilatore meccanico che simulava il suo respiro. L’autopsia confermò che Welby era morto in seguito ad arresto respiratorio e non alla somministrazione del sedativo. L’8 giugno scorso, però, il giudice Renato Laviola rifiutò l’archiviazione delineando una ipotesi di reato che prevede dai 6 ai 15 anni di reclusione: omicidio del consenziente (articolo 579 del Codice Penale). Il giudice Secchi, dopo avere ascoltato Mina, ha invece ritenuto la richiesta di Welby legittima e il comportamento di Riccio l’adempimento di un preciso dovere medico: rispettare le volontà del paziente. La decisione del giudice Secchi, che ribadisce la libertà di scelta e l’autodeterminazione del malato, conclude la vicenda di Welby ma non la sua battaglia, cominciata tanti anni prima e non riducibile alla sola richiesta di morire. Welby ha combattuto per garantire il diritto di voto ai malati intrasportabili e ai disabili difficilmente trasportabili; per la libertà di parola, per le tecnologie che possono ridare voce a chi non ce l’ha più (come i sintetizzatori vocali); in una parola, per i diritti civili, ancora più fragili per quanti non sono autosufficienti e indipendenti. Welby è arrivato alla richiesta di morire dopo molti anni di malattia e dopo un grave peggioramento delle sue condizioni. Il silenzio della politica non stupisce se si pensa agli interminabili dibattiti e alle polemiche sul testamento biologico. Ormai da oltre un anno in discussione in Commissione Igiene e Sanità del Senato, la genesi di una legge si scontra con un problema fondamentale: l’ostilità verso la libertà di scegliere del paziente. La ritrosia nell’ammettere l’autodeterminazione è ben illustrata dalla polemica riguardo alla natura della nutrizione e della idratazione artificiali, che non sarebbero atti medici, secondo quanti vorrebbero escluderli dai trattamenti che è possibile rifiutare. Seppure si concedesse questa premessa, non ne seguirebbe la legittimità dell’imposizione. Anche l’alimentazione naturale può essere rifiutata senza la possibilità di obbligare il paziente (la legge italiana non consente l’alimentazione forzata, al di fuori di casi specifici) come molti altri atti non medici: carità, beneficenza e così via. Proprio come un atto medico può essere rifiutato senza che vi sia la possibilità di coercizione (a meno che non ci sia un danno per qualcun altro: questo è il motivo alla base degli interventi coercitivi per le malattie infettive). La natura della nutrizione e della idratazione artificiali non incide sulla discrezionalità. Piergiorgio non avrebbe mai accettato un sondino per la nutrizione artificiale. Come obbligarlo? Welby ha esercitato la sua libertà di scelta quando ha chiesto di interrompere la ventilazione. Quello stesso 23 luglio, meno di 12 ore dopo la notizia della saggia decisione del giudice Secchi, è morto Giovanni Nuvoli. Di fame e di sete. Da mesi chiedeva di poter morire senza soffrire, stremato da oltre sette anni da una malattia che condanna alla totale immobilità. Dopo aver trascorso più di un anno nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale di Sassari, ad aprile era tornato a casa. Il medico Tommaso Ciacca si era detto disponibile a rispettare le sue richieste e il 7 luglio informò la Procura di Sassari della decisione presa insieme al paziente. La mattina del 10 luglio Ciacca stava preparando le procedure del distacco del ventilatore e della contestuale sedazione (per evitare a Nuvoli ulteriori sofferenze) quando, verso mezzogiorno, i carabinieri di Alghero lo convocarono per consegnargli una notifica della Procura: «Il pubblico ministero nel fasc. n. 3/2007 mod. 45 preso atto della comunicazione preventiva del dott. Tommaso Ciacca di data 7 luglio 2007, relativa al distacco del ventilatore artificiale al sig. Nuvoli Giovanni, preso atto che con tale comunicazione il dott. Ciacca manifesta la sua intenzione di procedere al distacco del suddetto ventilatore, salva diversa indicazione di questa Procura della Repubblica ritenuto che si tratti di comunicazione non prevista dall’attuale diritto e che si riferisce a condotta in astratto costituente delitto ritenuto che quindi la Procura della Repubblica non debba, né possa fornire alcuna indicazione in ordine a quanto esposto nella comunicazione, senza che ciò significhi in alcun modo tacita acquiescenza da parte di questa Procura a quanto oggetto d’intenzione del dott. Ciacca e quindi fatta salva l’adozione di qualunque provvedimento di competenza ritenuto pertanto che vada dichiarato il non luogo a provvedere per tali ragioni dichiara il non luogo a provvedere». Come ha riferito in una lettera aperta, direttosi verso l’abitazione di Nuvoli per informarlo personalmente dell’accaduto, il medico fu intercettato dal capitano dei carabinieri di Alghero, Francesco Novi: «Mi ha chiesto cosa intendessi fare precisando che comunque lui non si sarebbe mai allontanato da me. Io pur riconoscendo la sua cortesia, gli ho fatto sapere che non avrebbe potuto impedire il mio dovere deontologico di comunicare con il paziente». Nuvoli intanto aspettava pensando di essere sul punto di vedere esaudita la sua richiesta. Ciacca fu infine lasciato entrare per leggergli l’ordinanza del magistrato, guardato a vista dal capitano dei carabinieri e obbligato a rimanere dal lato del letto opposto al respiratore. Nuvoli piangeva e annunciò che avrebbe smesso di mangiare e di bere, e dal 16 luglio cominciò quello che è stato definito uno sciopero della fame, ma che forse non era che l’estrema e unica possibilità di reazione da parte di un uomo immobilizzato e inascoltato. Dopo una settimana di agonia, la sera del 23 luglio morì. Anche dopo la sua morte, anche dopo la certificazione ufficiale nessuno tra il personale medico della ASL ebbe il coraggio di staccare il respiratore, che rimase a pompare ossigeno nei polmoni di Nuvoli per più di tre ore dopo la sua morte, fino all’intervento di Demetrio Vidili, il primario. «Era un fagottino sul letto: sembrava che stessero gonfiando un canotto», ha dichiarato la moglie Maddalena Soro all’Unione Sarda lo scorso 13 agosto. Le storie di Welby e Nuvoli sono profondamente intrecciate. A Nuvoli è successo ciò che a nessuno dovrebbe succedere: è morto in “clandestinità”, nella solitudine della sua casa, nel silenzio che era l’ultima possibilità per sottrarsi a un vero e proprio tormento. Difficile non ripensare alla richiesta di Welby di avviare una indagine sull’eutanasia clandestina. E difficile anche non ripensare alla risposta politica e istituzionale: «Non esiste alcun fenomeno di eutanasia clandestina!». Come se bastasse chiudere gli occhi per far scomparire qualcosa di sgradito. Questa negazione della realtà prende anche la forma di un baratto tra una libertà rivendicata, non taciuta e cercata privatamente, e una concessione pietistica: se proprio non si sopportano più le sofferenze di una malattia è concesso cercare di porvi fine, ma che non sia una gesto di libertà - è soltanto una eccezione che lo Stato padre e padrone dispensa al malcapitato. Nuvoli, come prima di lui Welby, ha pagato il tentativo di far aprire gli occhi. È arrivato a smettere di mangiare e di bere per esaudire il suo desiderio. È stato sedato, ma ha avuto tempo e modo di sperimentare anche questa oscena condanna, immotivata, insensata, e soprattutto evitabile. Al contrario della malattia, infatti, una morte orrenda era eludibile, la possibilità di morire decentemente esisteva. Ma forse chiedere una morte decente è considerato un inammissibile atto di tracotanza.

(Sapere, 73, 5, ottobre 2007)

giovedì 4 ottobre 2007

Se il diritto alla vita diventa un dovere

Respinto il ricorso in Cassazione del padre della ragazza in stato vegetativo permanente dal 1992

Il sondino nasogastrico non può essere staccato. Questa, in sintesi, la risposta del procuratore generale di Cassazione Giacomo Caliendo alla richiesta di Beppino Englaro e di Franca Alessio, rispettivamente il padre e la curatrice speciale di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo permanente dal 1992 per un incidente stradale. Il tentativo di opporsi al decreto della Corte d’Appello di Milano del 16 dicembre 2006, che aveva disposto il mantenimento del sondino, si è scontrato con un ennesimo diniego.

Caliendo ha sostenuto che il trattamento cui è sottoposta Eluana non può essere considerato un atto medico: secondo il procuratore si tratterebbe soltanto della somministrazione del nutrimento, e non ci sarebbero quindi gli estremi per parlare di accanimento terapeutico. Ma per chi era ricorso contro il decreto è difficile accettare questa conclusione, e ricorda che le maggiori associazioni scientifiche si sono espresse chiaramente sulla natura medica della nutrizione artificiale. E che, anche se così non fosse, resta il fatto che persino l’alimentazione naturale può essere oggetto di legittimo rifiuto. Così come possono essere rifiutati, in generale, i trattamenti non medici (di assistenza, di sostegno, e così via), in nome della nostra libertà di scelta, protetta dalla Costituzione.

Il cuore del problema è la volontà di Eluana Englaro, controversa perché non esiste una dichiarazione scritta. Secondo Caliendo il volere della ragazza è insondabile e oscuro e le testimonianze delle sue amiche non sarebbero rilevanti né attuali perché sebbene riportino il desiderio di Eulana di non voler vivere nel caso si fosse trovata in simili condizioni, nulla dicono sullo specifico aspetto della nutrizione tramite il sondino. Secondo il padre e chi la conosceva, invece, è possibile inferire, dalla volontà generale di rifiutare la vita artificiale, la volontà particolare rispetto a un mezzo specifico per mantenerla.
La decisione del procuratore si basa anche sulla considerazione che il nostro ordinamento tutela come valore supremo il bene della vita. Ma questo, ricorda l’avvocato Alessio, rischia di andare a detrimento della dignità umana: la contraddizione tra i due diritti fondamentali - difesa della vita e difesa dell’autodeterminazione - è insanabile. Se a predominare è il primo, il diritto alla vita rischia di trasformarsi in qualcosa di molto somigliante al “dovere alla vita”.

(Galileo, 4 ottobre 2007)

E così Gesù fa da sponsor (occulto) al pc

Si chiama “Gesù al centro, Missione dei Giovani ai Giovani” l’iniziativa della Diocesi di Roma che è iniziata lo scorso 28 settembre e si concluderà domenica 7 ottobre.
A suscitare qualche malumore è l’itinerario: oltre alle piazze, alle Chiese, agli ospedali (quelli del centro storico) dall’1 al 6 ottobre il programma prevede “visite nelle scuole” (sempre del centro storico). Non è specificato se le scuole siano pubbliche o private; nel primo caso – ipotesi abbastanza probabile – non sarebbe rispettata l’intesa che la Repubblica italiana ha stabilito con tutte le altre confessioni religiose di minoranza.
Tuttavia l’elemento che colpisce maggiormente è il logo della kermesse: la scritta “Gesù al centro”, infatti, è di un blu molto somigliante (ma questa potrebbe essere una coincidenza cromatica) al logo della Intel Corporation, azienda multinazionale e leader dei processori e altre diavolerie informatiche – chiunque abbia un computer, o l’abbia almeno guardato con un po’ di attenzione, ricorderà l’ellissi blu con la scritta “intel” all’interno. E qui la sorpresa aumenta (e diminuisce la percentuale di coincidenza): perché anche la scritta “Gesù al centro” è inserita all’interno di un’ellissi terribilmente somigliante al logo dell’azienda tecnologica. Che cosa si vorrebbe suggerire, che Gesù è il microprocessore dell’universo? A 8 oppure 64 bit? Già, perché la tecnologia avanza e la metafora è oscillante. Per non parlare dei rapporti tra software e hardware: ma è probabile che si tratti proprio di una somiglianza fortuita e non di una analogia voluta, che sarebbe blasfemo declinare.

(E Polis, 4 ottobre 2007)

giovedì 27 settembre 2007

Non cadiamo nella trappola del biologico

Gli OGM (organismi geneticamente modificati) sono oggetto di una vera e propria campagna denigratoria da parte di una coalizione il cui nome la dice lunga sull’intento finale: “Liberi da OGM”. La prima iniziativa è promuovere una consultazione nazionale organizzata sul territorio nazionale dal 15 settembre al 15 novembre per affermare un modello “agroalimentare di qualità, sicuro per la salute, rispettoso dell’ambiente e del clima e soprattutto libero da organismi geneticamente modificati”. In quel “soprattutto” si annidano gli inganni di una scorretta informazione e di una fallace inferenza.
Capeggiata da Mario Capanna, la coalizione è appoggiata da moltissime organizzazioni poco inclini all’innovazione e alla ricerca agroalimentare. Cavalca fantasmi antiscientifici piuttosto diffusi e ignora però numerosi documenti rassicuranti sugli OGM redatti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite, dalla FAO, da tutte le più prestigiose Accademie Europee – come ricorda il biotecnologo Roberto Defez nell’Appello per la sperimentazione in campo di Organismi Geneticamente Modificati (firmato da molti scienziati).
La cieca e ostinata opposizione agli OGM costituisce un ostacolo insormontabile all’avanzamento economico su base scientifica e tecnologica, oltre a costituire un danno per quegli agricoltori che vorrebbero sperimentare gli OGM (nel rispetto della Direttiva Europea 556/2003 e come fanno i loro colleghi europei su migliaia di ettari coltivati ad OGM) e degli stessi consumatori, sedotti da un canto delle sirene mendace ma rigorosamente biologico!

(E Polis, 27 settembre 2007)

giovedì 20 settembre 2007

Eterologa? Ora ti racconto come sei nato

Victoria, Australia: è partita la seconda fase della campagna “Time to Tell” per i bambini nati in seguito alla donazione di sperma, ovociti o embrioni. Nel 1984 è stato istituito un Registro Centrale nel quale dal 1988 vengono registrate le informazioni riguardanti i donatori e la nascita: da allora sono nati 3.500 bambini. L’anno scorso i primi nati hanno compiuto 18 anni e l’Infertility Treatment Authority (ITA) ha avviato una campagna per incoraggiare i genitori a raccontare ai figli le modalità della loro nascita e per aiutarli con una “telling guide”, gruppi di supporto e consulenze.
La campagna si basa su una ricerca condotta in collaborazione con l’Università di Melbourne. Dalla ricerca è emerso che la maggior parte degli adolescenti coinvolti (tra i 14 e i 18 anni) vorrebbero sapere come sono nati e lo vogliono sapere dai genitori. Capirebbero le ragioni per cui non sono stati informati prima e nonostante una possibile prima reazione ostile nel venire a conoscenza di essere figlio di un donatore, pensano sia meglio saperlo.
Si stima che solo tra il 30 e il 50% dei bambini nati così conosca le proprie origini.
La campagna ha riscosso molto interesse e apprezzamento, in Australia e in tutto il mondo. I genitori che si sono avvalsi della consulenza dell’ITA hanno dichiarato che non soltanto non è crollato il mondo, ma che si sono tolti un gran peso raccontando ai propri figli il “segreto” del loro concepimento. In Italia la difficoltà della rivelazione è stata risolta in partenza nel 2004: la legge 40 ha infatti vietato la fecondazione eterologa, senza alcuna giustificazione.

(E Polis, 20 settembre 2007)

giovedì 13 settembre 2007

Quei fast food messi al bando negli Stati Uniti

L’obesità affligge molte persone e implica problemi di salute più o meno gravi. Il consiglio comunale di Los Angeles discuterà in autunno un’ordinanza per arginare l’invasione di fast food nell’area meridionale, dove la loro concentrazione è massiccia e gli obesi sono il 30% degli abitanti (la media nazionale è del 20).
La proposta solleva diversi interrogativi, primo fra tutti: servirà a qualcosa? Sebbene appaia bizzarra, la moratoria sui fast food si inscrive in una strada spianata da tempo: dal proibizionismo classico dell’alcol al divieto di fumare nei ristoranti. Dalla messa al bando del foie gras per ragioni etiche (a Chicago) alla proposta di dimezzare le porzioni al ristorante (il fu ministro della Salute Girolamo Sirchia). Già alcuni Stati americani hanno regolamentato i fast food, per ragioni estetiche o di concorrenza. Sarebbe la prima volta a protezione della salute. Tuttavia il paternalismo fa storcere il naso a molti. E sembra trascurare un aspetto: il basso costo di un pasto mordi e fuggi. Anche su questo fronte South LA ha un primato non invidiabile: il 28% della gente vive in povertà, contro il 16,2 nazionale.
Inoltre, l’applicazione dell’eventuale moratoria inciampa nell’ostacolo di definire un fast food. Molti si sono attrezzati da tempo con menu poco calorici e insalate accanto ai cheese burger a due piani. Non è ingenuo e riduttivo identificare fast food e cibo dannoso? Non sarebbe preferibile percorrere la strada della corretta informazione in tema di nutrizione e salute? Nel dubbio, aggiungiamo un posto a tavola per lo Stato, o almeno in fila per pagare un McMenu.

(E Polis, 13 settembre 2007)

martedì 7 agosto 2007

Al paziente l’ultima parola

(Intervista a Mina Welby)

Nel settembre 2006 Piergiorgio Welby ha inviato un messaggio pubblico chiedendo di morire. A dicembre Mario Riccio lo ha sedato e ha scollegato il ventilatore meccanico che simulava il suo respiro. L’autopsia ha confermato che Welby è morto in seguito ad arresto respiratorio e non alla somministrazione del sedativo. L’8 giugno il giudice Renato Laviola ha rifiutato l’archiviazione e ha delineato una ipotesi di reato che prevede dai 6 ai 15 anni di reclusione: omicidio del consenziente (Articolo 579 del Codice Penale).
Il 23 luglio il giudice Zaira Secchi ha ascoltato Mina Welby, e ha definito la richiesta di Welby legittima e il comportamento di Riccio l’adempimento di un preciso dovere medico: rispettare le volontà del paziente.
Si conclude così la vicenda di Welby, ma la sua battaglia è solo all’inizio.

Mina, il giudice ha stabilito che non si tratta di omicidio del consenziente, ma di doveroso comportamento medico. Un abisso che rischiava di essere cancellato dall’ordinanza di Laviola, insieme all’autodeterminazione del paziente e alle fondamenta del consenso informato. Qual è l’importanza della decisione di Secchi?

La conferma della legittimità della libera scelta delle persone: l’ultima parola è quella del paziente. (Ho la sensazione che Piero sia resuscitato!) Non può essere un’altra persona che decide, gli altri possono solo consigliare, non imporre. Oltre Piero, riguarda tutte le persone che si trovano in condizioni simili – un pensiero speciale va a Giovanni Nuvoli: mi dispiace moltissimo che abbia dovuto lasciare questa vita con un senso di abbandono e non di aiuto e vicinanza da parte delle istituzioni.
Se fosse andata diversamente ero pronta ad essere processata anch’io. Perché sono complice della richiesta di Piero, ho permesso che il medico venisse a casa, che lo sedasse. Come moglie ho aperto la porta, e avrei potuto invece chiamare le forze dell’ordine. Così come la sorella Carla, Marco Cappato, Marco Pannella. Tutti saremmo stati correi di omicidio del consenziente.
Riccio non è di certo l’unico responsabile, lo siamo tutti noi, e non solo moralmente. È quanto abbiamo scritto io e Carla Welby in una memoria inviata a Laviola: siamo colpevoli anche noi.

Come si è svolto il colloquio con il giudice Zaira Secchi?

Il clima era molto disteso. Il giudice mi ha salutato con un sorriso – di solito non sorridono. Anche il pubblico ministero era molto sorridente, incoraggiante. Mi hanno messo a mio agio. Mi hanno avvertito che avrebbero posto domande delicate, che potevano farmi male, evocando ricordi e ferite non rimarginate. Mi hanno chiesto di raccontare il decorso della malattia, le informazioni fornite a Piero, e il suo rapporto con i medici. Il suo consenso alla sedazione e la sua richiesta di morire. Io ho cominciato da quando ci siamo conosciuti.

Quali sono le tappe principali della vicenda di Piero?

Nel 1998 abbiamo comprato un computer e abbiamo cercato con Google informazioni sull’eutanasia. Piero ha trovato le discussioni in Olanda (di inglese capiva poco, io lo aiutavo a tradurre, soprattutto dal tedesco). Nel 2001 ha cominciato a peggiorare. Ha dato vita a un Forum, i malati terminali come me non hanno speranza, diceva, e il primo scritto s’intitolava: “Sveglia!”. Per me vedere che faceva queste ricerche era un dolore interno, era come vederlo morire.
“Eutanasia” voleva dire perderlo, significava la sua morte. D’altra parte, dicevo, non ci sarà mai in Italia… Piero aveva capito che i malati di cancro hanno la possibilità di morire con una overdose di morfina, invece che cosa succede a chi è attaccato a un respiratore? Serve una soluzione diversa: poterli scollegare, però senza condannarli a morire soffocati. Ricorrere alla sedazione, o all’eutanasia, per morire in pace. Nel 2005 c’è stato un altro peggioramento: aveva spesso delle crisi di soffocamento, gli mancava il respiro. Dalla primavera 2006 non riusciva più a scrivere. Era un grande dolore. “Scrivi un po’ meno”, gli dicevo. E lui mi rispondeva che avrebbe avuto tantissimo da scrivere. Infine a giugno ha avuto una bronchite da cui non si è più ripreso. “Mina non ce la faccio più, mi sento talmente stanco che non puoi immaginarlo”. Nonostante mangiasse e prendesse le vitamine non migliorava. Ha deciso di scrivere la lettera nell’estate. I radicali gli hanno dato la possibilità di renderla pubblica. Con il video il messaggio è arrivato in molte case. Ma la politica non ha mai risposto.

Di fronte a questo silenzio che cosa ha deciso Piero?

Ha chiesto all’Associazione Luca Coscioni di cercare un medico che lo sedasse. Marco Cappato ha contattato Giuseppe Casale. Hanno parlato, Piero gli ha chiesto fermamente di essere sedato e scollegato dal respiratore, ma Casale ha detto che non poteva farlo, perché di fronte alle difficoltà respiratorie sarebbe stato “costretto” a ricollegare. Piero si è rivolto al giudice, e nonostante la procura avesse dato parere positivo, il giudice popolare ha risposto che esiste il diritto di rifiutare un trattamento, ma nessuna garanzia affinché sia rispettato. Piero ha scelto la disobbedienza civile. Mario Riccio è venuto lunedì 18 dicembre, hanno parlato a lungo. Piero ha chiesto l’anestesia (per non soffocare) e il distacco, Riccio ha promesso. Piero, da bravo regista, ha deciso: “Mercoledì dopo i pacchi” (la trasmissione su Rai1). E così è stato. Ha detto chi voleva presenti: la sorella, il nipote Simone, me, Cappato e pochi altri. Ci ha salutato.
Poi ha mandato tutti nella stanza accanto, tranne me, Carla, Cappato e Pannella. Abbiamo assistito all’incannulazione nella vena femorale, e poi gli ho chiesto per l’ennesima volta “Piero sei sicuro?”, ha detto “Sì”, e io ho detto “Allora sono sicura anche io”.

Quale potrebbe essere il peso di questa decisione sul destino delle direttive anticipate?

Spero che infonda nei politici un po’ di coraggio; spero che anche la politica possa decidere a favore della libertà di scelta. Una dichiarazione anticipata – che non è mai eutanasia! – rinforza il rapporto medico paziente, non lo mette in pericolo. Il medico deve informare e il paziente deve sempre poter dire “questo lo voglio, questo no!”. È il paziente che deve scegliere. Questa è l’alleanza terapeutica.

Un tentativo, piuttosto goffo, per limitare la libertà del paziente è quello di definire la nutrizione, l’idratazione e la ventilazione artificiali come atti non medici al fine di sottrarli dai trattamenti che si possono rifiutare. Come se un atto non medico potesse essere imposto! Che cosa avrebbe risposto Piero a questo grossolano tentativo?

Piero nelle ultime settimane deglutiva male; gli dissi che avevo paura. “Guarda, io il sondino non lo voglio!”, mi diceva, “Non ci provare nemmeno. Mai!”. Non lo avrebbe mai accettato, né come trattamento medico, né come trattamento di altra natura.

Sono stati in molti a definire Welby uno strumento in mano a … Difficile immaginare una persona come Welby strumentalizzato da qualcuno.

Era Piero a “strumentalizzare” gli altri e non il contrario!

Per concludere, è doveroso ricordare le battaglie di Piero e dell’Associazione Luca Coscioni di cui era co-Presidente: quelle per il voto ai disabili intrasportabili, quelle per la libertà di parola, per la diffusione delle tecnologie che potrebbero rimediare al silenzio di malattie quali la SLA, tutte battaglie legate dall’amore per la libertà.

E dall’amore per i diritti civili. La legge per il voto ai disabili, solo per fare un esempio, deve essere migliorata: non solo per i malati attaccati alle macchine, ma per tutti quelli che non si possono muovere. Tutti quelli che vanno accompagnati a votare sono stressati. Dovere uscire in ambulanza, mobilitare medici, infermieri, autisti, etc. Bisogna snellire la burocrazia.
Desidero ringraziare tutti i sostenitori delle spese processuali per Mario Riccio, e ricordare che le donazioni saranno destinate a portare avanti la battaglia di Piero e per i diritti civili.

(Caffè Europa, 326, 07.08.07)

lunedì 6 agosto 2007

L’inutile parere del Consiglio Superiore di Sanità

Un aggiornamento delle Linee Guida per l’attuazione della legge 40 rischia di essere solo un correttivo insufficiente e inadeguato

Il 27 aprile 2007 il Ministero della Salute ha richiesto un parere al Consiglio Superiore di Sanità in merito all’eventuale aggiornamento delle Linee Guida riguardo alle procedure e alle tecniche di procreazione assistita (Legge 40/2004). Il 24 maggio 2007 il Comitato di Presidenza del Consiglio Superiore di Sanità ha istituito un Gruppo di lavoro con il compito di valutare l’opportunità dell’aggiornamento e di presentare le proprie valutazioni alla Assemblea Generale del Consiglio Superiore di Sanità, che esprimerà un parere al riguardo. Il Gruppo ha espresso il proprio parere: esistono i presupposti per l’aggiornamento delle Linee Guida, si legge nel Comunicato Stampa rilasciato dal Ministero della Salute. Potrebbe sembrare una buona notizia, ma in realtà è soltanto un apparente movimento per nascondere l’intoccabilità della Legge 40. Si ammette l’opportunità di compiere una revisione delle Linee Guida indicando una strada che non cambierà di fatto assolutamente nulla. Se è vero che la revisione delle Linee Guida ha uno spazio limitato essendo un decreto ministeriale e bisogna rispettare quanto previsto dalla Legge 40, è anche vero che le proposte del Consiglio Superiore di Sanità somigliano ad una corsa sul posto. L’angusto ampliamento dei criteri di accesso, ad esempio, è condizionato da una ipocrita certificazione di infertilità. Tenendo conto che in una coppia in cui l’uomo sia portatore di una malattia sessualmente trasmissibile (come HIV, HBV, HCV), “l’elevato rischio di infezione per la madre e per il feto rappresenta, di fatto, un’oggettiva causa impeditiva alla procreazione, richiedendo l’adozione di precauzioni che si traducono, necessariamente, in una condizione di infecondità’’. Pertanto si concede loro di rientrare nel dominio degli sterili e di ricorrere allo sperm washing, tecnica che permette di eliminare dal seme il virus evitando il rischio di contagio per il nascituro. Benissimo, se è necessario considerare gli uomini portatori di malattie sessualmente trasmissibili come sterili, sebbene non lo siano, per garantire loro la possibilità di compiere una scelta procreativa responsabile. Ma che ne è delle donne o di chi ha una malattia genetica? Sono abbandonati al rischio, alla roulette del contagio; salvo poi poter ricorrere al cosiddetto aborto terapeutico fino al sesto mese di gestazione. Perché in Italia ancora sono legali le diagnosi prenatali e ancora è legale interrompere una gravidanza ad uno stadio avanzato se il feto è affetto da una patologia - ma il ricorso alle tecniche e alla diagnosi genetica di preimpianto è fuori discussione. Gli altri suggerimenti contenuti nel parere sono inutilmente banali: implementare la ricerca sulla crioconservazione degli ovociti o garantire l'equità di accesso alle coppie. Rispettare i principi costituzionali di tutela di salute delle donne. O ancora, istituire un tavolo di confronto per aumentare l’efficacia delle tecniche, combattere lo stress psicologico e le complicanze delle tecniche procreative. L'unico modo per garantire equità e tutela della salute sarebbe cambiare la Legge 40, non cercare di abbellirla con vani e insoddisfacenti trucchi. All’amarezza per l’ennesima conferma della sacralità della Legge 40 si aggiunge la sorpresa per la presenza tra i componenti del Gruppo di Bruno Dallapiccola, in rappresentanza del Comitato Nazionale per la Bioetica. La nomina stupisce, dal momento che Bruno Dallapiccola è presidente di Scienza&Vita - una associazione di profilo ideologico e non di certo scientifico e, soprattutto, protagonista di una campagna feroce contro la ricerca scientifica e a favore di una legge restrittiva e assurda come la Legge 40. Sarebbe augurabile che un membro di un Gruppo di lavoro per l'aggiornamento delle Linee Guida in rappresentanza del Comitato Nazionale per la Bioetica avesse un profilo (più) neutrale. O, almeno, che fosse bilanciato da un rappresentante di un diverso schieramento. L’unico spiraglio di miglioramento dell'applicazione della Legge 40, già claustrofobico, non può essere ulteriormente limitato dalla presenza di un animatore di battaglie dogmatiche e antiscientifiche condotte in nome della personalità giuridica e morale del concepito, un paziente come noi secondo Dallapiccola. Trascurando chi persona lo è senza dubbio: tutti quelli che avrebbero bisogno di ricorrere alle tecniche di procreazione assistita per provare ad avere un figlio.

(Agenda Coscioni, II, 8, agosto 2007)

lunedì 16 luglio 2007

Intervista a Francesco Valeriani

Francesco Valeriani è psichiatra e direttore della Società Italiana per la Formazione in Psichiatria (SIFIP)


Quali sono le questioni principali nella formazione degli psichiatri?

La questione principale di una moderna formazione psichiatrica è inerente alla necessità di garantire strutture epistemiche e comunicative adeguate ad integrare diversi saperi e tecniche. Solide basi formative possono evitare tanto l’irrigidimento in modelli ideologici autoreferenziali (vecchi e nuovi), quanto la burocratizzazione dei rapporti terapeutici. La promozione tra gli psichiatri ed altri operatori della salute mentale di un Io epistemico competente ne rafforza peraltro l’identità professionale ed aumenta lo spessore etico dell’agire, garantendo una partecipazione consapevole e ben orientata ai processi decisionali della gestione terapeutica.
Viceversa fenomeni di disorientamento formativo (per sudditanza a modelli ideologici totalizzanti o a forme di esasperato riduzionismo biologico) comportano autoreferenzialità dogmatica, incapacità comunicativa e deresponsabilizzazione.
Il disorientamento formativo, peraltro, è oggi favorito anche da un altro fenomeno: quello del proliferare non solo di tante scuole e scuolette ma anche di una miriade di associazioni, di cui molte appaiono più preoccupate del potere di rappresentanza e delle prospettive di visibilità che non di perseguire un vero ed autentico mandato formativo-professionale.

La formazione è importante anche per il dialogo e il confronto tra gli psichiatri?

Solo sulla base di strutture di fondo comuni (categorie conoscitive, di pensiero e linguaggio) gli psichiatri sono tra loro simili e proprio per questo possono comunicare ed intendersi. Ma nella vita vissuta gli aspetti culturali, comuni agli altri, vengono resi attuali in modo personale, costituendo comportamenti che l’individuo riconosce come propri e nei quali si riconosce come individualità professionale, lasciando spazio all’inatteso, che è presupposto di libertà.
In questi termini si sottolinea il primato della prassi. L’azione che rivela l’individuo agli altri, che lo costituisce come essere pubblico, è naturalmente l’azione intenzionale, distinta dal mero fare. Essa si caratterizza come progetto d’interazione e richiede il discorso (nel significato classico del logos, della razionalità intenzionale). Il linguaggio non è semplicemente informazione, ma è razionalizzazione dell’esperienza ed inserimento dell’azione individuale nel contesto più ampio della vita comune.
Ognuno afferma così la continuità biografica ed i confini simbolici del sistema di personalità, tornando sempre ad attualizzare le proprie autoidentificazioni e, di conseguenza, localizzando se stesso nelle relazioni intersoggettive del suo mondo sociale in maniera univoca, cioè come insieme inconfondibile e riconoscibile. In sostanza, sostiene Habermas: “L’identità della persona è in certo modo il risultato delle prestazioni di identificazione della persona stessa”.
Invece in uno scenario in cui proliferano codici deontologici e linee guida su vari trattamenti si delinea un tentativo di loro uso surrettizio in un contesto in cui l’efficienza o peggio l’efficientismo tende a prevaricare l’efficacia in nome dei costi, mentre tende ad affermarsi la burocratizzazione dei rapporti nelle gerarchie organizzative.

Quali potrebbero essere, se esistono, le “colpe” degli psichiatri nel rinforzare lo stigma sociale verso la psichiatria?

Lo psichiatra non può non porsi continui interrogativi ed essere aperto ad una discussione critica. Non può certo accettare l’appiattimento in una “società degli impiegati”, come la chiamava Hannah Arendt quando si riferiva al modo contemporaneo di considerare l’individuo ridotto a numero, inserito in processi comportamentali meccanici descrivibili con dati statistici e misurabili in termini di produttività. In questi processi qualsiasi organizzazione sociale difficilmente sopravvive ed adempie alle proprie finalità statutarie. Dalla burocratizzazione dei rapporti e dalla routinarietà del quotidiano scaturisce spesso la violenza dei modelli di intervento e delle stesse istituzioni, che tradiscono il loro spirito originario. Si pensi alle vecchie istituzioni manicomiali, ma anche ai rischi della nuova rete di servizi psichiatrici, laddove organizzazione e procedure possono essere perseguite in modo acritico e sistematico nella banalità di un lavoro quotidiano privo di scelta individuale e responsabilità morale. Si potrebbero riproporre meccanismi non dissimili a quelli considerati dalla Arendt nel suo saggio “La banalità del male”.

(Persona e Danno, 16 luglio 2008)

giovedì 12 luglio 2007

Quei non sense della legge sulle staminali

Il dibattito sugli embrioni umani è tra i più accesi di questi ultimi anni. Investe molte questioni, dall’aborto alla procreazione assistita. E, ovviamente, la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Per i difensori degli embrioni (ma non solo per loro) creare appositamente un embrione per destinarlo alla ricerca sarebbe degno dei più bui incubi fantatecnologici. Ma se la ricerca fosse condotta su quegli embrioni creati per una fecondazione artificiale, crioconservati e destinati alla distruzione? Il panorama muta, anche se non mancano le voci di chi preferisce comunque una morte naturale piuttosto che acconsentire alla ricerca.
Ma che cosa ne pensano i “genitori”? Science* ha pubblicato un’indagine di Anne Drapkin Lyerly e Ruth R. Faden circa le indicazioni dei pazienti sterili sul destino dei propri embrioni sovrannumerari. Il questionario è stato sottoposto a oltre 2.000 pazienti provenienti da 9 centri di procreazione artificiale. Tra quanti hanno risposto in modo valido (1.020) il 49% ha indicato come soluzione preferita la destinazione degli embrioni alla ricerca scientifica (donazione a terzi o distruzione si spartiscono la restante percentuale). Anche se dalla preferenza alla donazione effettiva la percentuale si riducesse di molto, ci sarebbero migliaia di embrioni donati alla ricerca. Negli Stati Uniti ci sono circa 400.000 embrioni crioconservati: se anche il 15-20% fosse donato ci sarebbe la possibilità di derivare molte linee cellulari. In Italia la questione non si pone, perché la legge 40 ha imposto come unica soluzione la morte inutile degli embrioni crioconservati.

(E Polis, 12 luglio 2007).

* Willingness to Donate Frozen Embryos for Stem Cell Research, 6 July 2007.
Supporting Online Material (Methods, Results, Tables S1 to S3, References).

giovedì 5 luglio 2007

Forse l’Europa ci renderà i nostri diritti

In Italia una normativa timida e leggera, come sarebbe quella che regola la possibilità di redigere le direttive anticipate, rischia di rimanere soffocata da tempi simili a quelli dei cambiamenti geologici.
Anche la speranza di vedere riconosciuto un piccolo spazio di esercizio della propria volontà si scontra con la realtà di una situazione politica in stallo, poco disposta a prendere a cuore i diritti civili e sempre pronta al compromesso. Che in materia di libertà e morale tanto somiglia ad una ingiusta omologazione di desideri e modi di vivere.
Nel frattempo esiste un mondo diverso al di là dei confini nazionali, un mondo in cui il suicidio assistito e l’eutanasia (terrificante spauracchio in terra nostrana) sono considerati come diritti individuali. Diritto di morire in pace, diritto di interrompere una esistenza che non è più sopportabile, diritto di decidere della propria esistenza. Un mondo in cui, inoltre, la scelta non è quella di fare finta di niente rispetto a quanto succede in clandestinità. L’opinione pubblica, scossa dalle tragiche storie di Diane Pretty o di Vincent Humbert, sembra essere favorevole ad una regolamentazione delle decisioni di fine vita.
Oggi al Parlamento europeo, per iniziativa dell’Alliance of Liberals and Democrats for Europe, si discuterà della dignità del morire e saranno presentati una Dichiarazione e un Network a supporto della garanzia del diritto di ciascuna persona di rifiutare trattamenti medici e di scegliere come morire, anche ricorrendo al suicidio assistito o all’eutanasia. Chissà, forse possiamo sperare di esercitare la nostra libertà come cittadini europei!

(E Polis, 5 luglio 2007)

giovedì 28 giugno 2007

In nome di una battaglia ancora aperta

Stamattina il X Municipio di Roma intitola un giardino a Piergiorgio Welby. È il “suo” giardino, nel quartiere dove Welby viveva; ed è lo stesso che è stato riempito la vigilia di Natale da migliaia di persone che volevano ricordarlo e salutarlo. Persone che lo conoscevano personalmente oppure che avevano letto i suoi scritti, o ancora che lo avevano visto per la prima volta quando aveva chiesto di essere lasciato morire in pace.
Il Presidente del X Municipio, nello spiegare le ragioni dell’iniziativa voluta dal Consiglio comunale e municipale, tocca alcuni nodi fondamentali della richiesta di Welby – divenuta una vera e propria battaglia civile e politica – quali il doveroso rispetto della coscienza individuale e l’autodeterminazione personale. Welby avrebbe potuto esaudire le sue volontà semplicemente, senza clamore, come in molti fanno nella propria casa o in ospedale. Senza disturbare. Ma il suo desiderio, oltre che porre fine a quella caricatura di esistenza cui la malattia lo aveva condannato, era di avviare un dibattito sulle scelte di fine vita e di ottenere una risposta istituzionale non ambigua riguardo al diritto di non avviare o di interrompere trattamenti medici. Oggi, ad oltre sei mesi dalla morte di Welby, la risposta è intrappolata nelle sabbie mobili del testamento biologico e compromessa dal rinvio a giudizio di Mario Riccio.
Non ci sono che le parole del Presidente del Municipio X in ricordo di Welby, “una persona che riusciva a sorridere anche nel dolore”. E un giardino che da oggi porta il suo nome. Troppo poco per chi amava tanto la libertà e la politica.

(E Polis, 28 giugno 2007)

giovedì 21 giugno 2007

Questa legge che non tutela donne e salute

Le tecniche riproduttive comportano un rischio di gravidanze plurime. Pericolose per la salute della madre e degli embrioni, dipendono dall’impianto di più di un embrione nell’utero materno. L’incidenza è di circa il 25% dei trattamenti contro l’infertilità. Solo in Inghilterra sono morti 126 bambini che sarebbero vissuti nel caso di una gravidanza singola. Il trasferimento di più di un embrione è finalizzato ad aumentare le possibilità di avviare una gravidanza. Ma secondo una ricerca di Yacoub Khalaf, del Guy Hospital di Londra, aspettare che l’embrione si sviluppi fino a diventare blastocisti (5 giorni invece che 3) garantirebbe una percentuale di successo elevata, evitando di correre il rischio di gravidanza plurime. In un colpo solo verrebbe abbattuta la credenza che impiantando un solo embrione non si abbiano molte possibilità di avviare una gravidanza e il rischio di nascite premature e di neonati gravemente sottopeso.
Addirittura lo Human Fertilisation and Embryology Authority sta valutando se intraprendere azioni disciplinari contro quei centri in cui le gravidanze multiple occorrano in oltre il 10% delle fecondazioni artificiali.
E in Italia? La legge 40 impone di trasferire 3 embrioni, non importa la costituzione della donna, il suo stato di salute e la sua età. È la legge, e non il medico, a decidere. Suscita poi una certa perplessità la ritrosia da parte delle istituzioni di comunicare i dati del registro sulla PMA, che verosimilmente stonerebbero con il tentativo di convincere che la legge 40 sia una buona legge e che non abbia causato danni superflui ed evitabili.

(E Polis, 21 giugno 2007)

giovedì 14 giugno 2007

La sentenza è «condannati» a sopravvivere

Nell’ordinanza su Mario Riccio il Gip Renato Laviola ricorda che il diritto all’autodeterminazione di ogni cittadino è garantito dalla Costituzione italiana, affermato in convenzioni internazionali e sancito dal Codice di Deontologia Medica. Il paziente può rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, il medico non può legarlo al letto e somministrarglielo per “il suo bene”. Il paziente ha dunque la piena libertà di decidere riguardo alla propria salute, anche qualora le decisioni prese implichino la sua morte. Fin qui nulla di sorprendente: è il cuore concettuale del consenso informato che ha sostituito il paternalismo medico.
A sorprendere invece è il richiamo di Laviola al diritto alla vita, sacra e indisponibile, come limite al diritto di autodeterminazione attuato tramite una omissione (distacco del respiratore o interruzione di una terapia avviata) e non una omissione (rifiuto di una terapia o di un macchinario). In altre parole: esisterebbe il diritto di rifiutare una cura sì, ma di interromperla no! Se il diritto alla vita è inviolabile, non dovrebbe avere questo andamento oscillatorio. Se la vita è sacra e indisponibile, come sostiene Laviola, sarebbe necessario ricorrere a qualsiasi mezzo per proteggerla: anche al costo di violare la volontà delle persone. Costringere Piergiorgio Welby a vivere, così si sarebbe rispettato quel diritto alla vita che somiglia pericolosamente a un dovere alla vita.
Mario Riccio, a differenza di molti, ha rispettato il volere di Welby e non si è nascosto dietro all’ipocrita e fallace differenza tra azione ed omissione. Questo è il suo reato.

(E Polis, 14 giugno 2007)

giovedì 7 giugno 2007

Ogni famiglia è una famiglia a modo suo

Sabato 9 giugno ci sarà a Firenze il convegno della Lega italiana nuove famiglie (LINFA), che sostituirà la Lega italiana famiglie di fatto (LIFF). Difficile non pensare alla Conferenza Nazionale della Famiglia, svoltasi alla fine di maggio nella stessa città. Impossibile però conciliare lo spirito delle due iniziative, sebbene la protagonista sia sempre la stessa: la famiglia. Perché sebbene Rosy Bindi abbia insistito che “sulla famiglia il Paese non si può dividere, si deve unire” il concetto di famiglia emerso dalla Conferenza è tanto angusto da rendere inevitabile una divisione. Come unirsi intorno a una concezione discriminatoria e anacronistica di famiglia? L’unica possibilità sarebbe uniformarsi e omologarsi (in quei casi ove sarebbe possibile) a quel modello familiare che pone come condizioni necessarie il matrimonio e l’eterosessualità. In caso contrario, nessuno merita il nome sacro di “famiglia”. Non gli omosessuali (nemmeno a dirlo!), non i conviventi, non le famiglie ricomposte, non i transgender, ma nemmeno le famiglie nucleari, anche quelle non determinate dalla cattiva volontà bensì dalla morte di uno dei due partner. L’idea sottostante più pericolosa e sciocca è che le nuove famiglie minaccino la cosiddetta famiglia tradizionale, mentre rappresentano solamente modi diversi di condividere tutta o parte della propria esistenza. Questa diversità è una ricchezza, non una minaccia.
Si potrebbe aggiungere al celebre incipit tolstojano “tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” che ogni famiglia è famiglia a suo modo.

(E Polis, 7 giugno 2007)

giovedì 31 maggio 2007

La sfida di Lula e la cultura dei preservativi

Durante il viaggio apostolico in Brasile all’inizio di maggio, Benedetto XVI aveva condannato l’aborto e i contraccettivi, i rapporti prima del matrimonio e le nozze omosessuali. Niente di nuovo, insomma.
Ad essere sorprendente è invece la risposta di Luiz Inácio Lula Da Silva, quasi una sfida lanciata alla Conferenza episcopale che gli aveva raccomandato prudenza. Un paio di giorni fa, presentando il Piano Nazionale di Pianificazione della Famiglia, il presidente brasiliano ha ribadito la sua personale condanna dell’aborto, ma ha precisato che in quanto capo di Stato ha il dovere di trattare la questione come una emergenza sanitaria pubblica. Molte adolescenti rimangono incinte a causa di una carente informazione e prevenzione, e solo una politica di contraccezione potrebbe arginare il fenomeno di maternità indesiderate e precoci.
E così il governo brasiliano distribuirà quasi gratuitamente preservativi e anticoncezionali. Al prezzo simbolico di quaranta centesimi di real, lo Stato metterà in circolazione cinquanta milioni di preservativi ogni anno e contraccettivi femminili, con un investimento di cento milioni di reales (circa 40 milioni di euro). Non solo. Ci sarà una campagna informativa di pianificazione familiare e corsi di educazione sessuale nelle scuole. Le strutture sanitarie pubbliche offriranno alle donne consulenze gratuite sui metodi contraccettivi. Con l’appoggio del ministro della Salute Temporao, Lula ha addirittura chiesto un referendum popolare per proporre una legge sull’aborto. E ha infine sottolineato la laicità delle Stato brasiliano. Davvero sorprendente.

(E Polis, 31 maggio 2007)

giovedì 24 maggio 2007

Anche la Bindi sposa i vecchi luoghi comuni

Comincia oggi la Conferenza Nazionale per la Famiglia. Fortemente voluta dal ministro delle politiche per la famiglia Rosy Bindi la Conferenza ha l’intento di “delineare il primo Piano nazionale per la Famiglia, che indichi le strategie di una politica seria e credibile, finalmente a favore delle famiglie italiane”. Scopo nobile e che nessuno si sognerebbe di criticare. Tuttavia vi è una domanda ineludibile: che cosa si intende con “famiglia”? Procedendo per negazione verso la definizione sembra che almeno gli omosessuali non possano aspirare ad essere famiglia, poi forse nemmeno i conviventi: il mancato invito a partecipare alla Conferenza di numerose associazioni a difesa dei cosiddetti “diversi” (ma diversi da cosa?) fanno sospettare che sia una idea discriminatoria, retriva e stereotipata della famiglia ad animare l’iniziativa. L’ossessione che ha animato il Family Day si ripropone in tutta la sua assurdità: stabilire un modello formale di famiglia (unico e universalmente valido) su premesse discutibili e vacillanti ed esprimere una malcelata condanna verso chi non vi si adegua. La famiglia sarebbe una entità costituita da un uomo che porta i pantaloni, la sua dolce consorte e più pargoli possibili. Una allucinazione della realtà, in continuo cambiamento e che è impossibile (e ingiusto) ridurre a tale simulacro. Le cosiddette famiglie ricomposte non sono forse a pieno titolo famiglia? Due donne o due uomini che si amano non sarebbero famiglia? Una ragazza madre o un vedovo con figli? Secondo chi vuole far crescere la Famiglia e l’Italia, come recita lo slogan della Conferenza, no.

(E Polis, 24 maggio 2007)

giovedì 17 maggio 2007

Mi presento: Prisco Mazzi, capitano sì ma di truffe

Il mittente è “Polizia di Stato” o “Prisco Mazzi [Polizia]” e l’oggetto è “Avviso” seguito da un codice numerico personale di undici cifre. Il testo è infarcito di errori grammaticali e farebbe venire l’orticaria a chiunque abbia anche un vago ricordo dell’analisi logica scolastica. Il tono è intimidatorio, soprattutto per chi qualche canzone da internet l’ha scaricata e ha la coscienza sporca... L’avviso riguarda una presunta verifica compiuta dalla Polizia di Stato, avverte il capitano Mazzi, sul computer di chi ha ricevuto la mail: il reato sarebbe la violazione dei diritti d’autore per avere scaricato file in formato MP3, formato storico di compressione audio. Segue un numero di registro e un allegato (che è un virus!) che il capitano Prisco Mazzi invita a scaricare e a conservare nel proprio archivio, per essere letto con tutta calma (dopo averlo decompresso, perché l’allegato è in formato Zip per aggirare i filtri antivirus). All’interno vi sarebbe un accordo, verosimilmente da stipulare tra il reo e la Polizia stessa. C’è anche una parola d’accesso, e la strampalata missiva si conclude con un perentorio “è obbligatorio” e un più tranquillizzante “grazie per la collaborazione”. I destinatari sembrano essere già migliaia e il dirigente della Polizia Postale Marcello La Bella, quello vero, avverte che la Polizia non è responsabile dell’invio di nessun avviso e che si stanno cercando i responsabili. Sembra che il messaggio sia transitato su un server proveniente dalla Corea del Sud. Si invita anche a non fare più segnalazioni alla Polizia, la cui posta e i cui telefoni sono intasati per le proteste di quanti sono stati accusati e non hanno sospettato che fosse una bufala. Un ennesimo virus, insomma, ai danni degli utilizzatori della posta elettronica, che aggira alcuni antivirus e che è dannoso soltanto per il sistema operativo Windows. Chi usa Linux o MacOs non ha nulla da temere. Chi invece fosse caduto nella trappola aprendo l’allegato è stato contagiato e deve correre ai ripari.
Di virus nelle vesti di allegati ne girano tanti. La posta elettronica è un facile e potente mezzo di diffusione virale: auguri, offerte di viaggi gratis, proposte irrinunciabili nascondono trappole che possono avere conseguenze più o meno devastanti. Fino alla cancellazione totale e irreversibile dell’hard disk, terrore di ogni utilizzatore di computer. Trappole in cui cadono forse solo i meno esperti o quei temerari che non sono provvisti di sistemi antivirus aggiornati. Nel caso del capitano Prisco Mazzi è stata scelta la strategia dell’intimidazione piuttosto che quella della lusinga. Ma soprattutto il sedicente capitano ha disseminato troppi indizi della sua millanteria. A cominciare dal suo nome. E poi la sciatteria linguistica ai limiti del ridicolo. Ma soprattutto la singolarità della soluzione proposta nella mail stessa per sottrarsi alla punizione: impegnarsi a non visitare più siti illegali e a non trasgredire i diritti d’autore. Se hai messo le dita nella marmellata, ma prometti di non farlo mai più, sarai assolto. Sarebbe potuto bastare questo per insospettirsi circa l’autenticità dell’avviso… Piuttosto che l’accertamento di un reato sembra essere una assoluzione da confessionale. Che sia una ulteriore conseguenza della confusione tra peccato e reato?

(E Polis, 17 maggio 2007)

domenica 13 maggio 2007

Sacra rota di scorta


Nel Codice di Diritto Canonico (Titolo VII, Il matrimonio, Can. 1056) si legge: “Le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità, che nel matrimonio cristiano conseguono una peculiare stabilità in ragione del sacramento”. Tuttavia esistono impedimenti e ragioni per invalidare il matrimonio stesso. I processi di nullità matrimoniale (il cosiddetto annullamento) sono affidati ai Tribunali Ecclesiastici competenti, costituiti quasi esclusivamente da giudici sacerdoti, che hanno l’incarico di giudicare nullo un matrimonio, ovvero come mai esistito. L’eventuale pronunciamento deve poi essere confermato da un Tribunale Ecclesiastico d’Appello. Per avere validità nell’ordinamento italiano la sentenza deve essere delibata. Dal sito Sacrarota.net, “dedicato alla conoscenza ed all’approfondimento di questioni riguardanti il Diritto Matrimoniale Canonico, una materia che per diverse ragioni merita un approccio meno superficiale di quello che solitamente si ottiene”, si viene a sapere che la Chiesa è molto preoccupata per la profonda crisi del matrimonio in Italia, crisi evidente visti i numeri di separazioni e divorzi. La Chiesa, si legge poco oltre, si pone un duplice problema rispetto al matrimonio: il primo riguarda la preparazione dei fidanzati che desiderano sposarsi. Il secondo problema è quasi spassoso: “Si deve poi cercare di restituire serenità e speranza a coloro i quali sono già passati attraverso le dolorose esperienze della separazione e del divorzio”: ovvero, l’annullamento come rimedio alla crisi matrimoniale. “Non sfugge dunque come la questione della validità giuridica del matrimonio sia da considerare di primaria importanza, perché un’eventuale dichiarazione di nullità può sanare definitivamente il disagio morale, religioso e psicologico di una persona separata, divorziata o risposata civilmente”.
Le conseguenze giuridiche e pratiche sono significative: “sarà possibile sposarsi in Chiesa come fosse la prima volta, tornare a ricevere i Sacramenti; sotto il profilo giuridico, possono venire a cessare gli obblighi di contribuzione dell’assegno di mantenimento per il coniuge, come previsto invece nella separazione dichiarata dal Tribunale Civile; scompaiono eventuali diritti ereditari a favore del coniuge separato. In ciò la nullità di matrimonio si distingue dal divorzio (o meglio, dalla “cessazione degli effetti civili” del matrimonio concordatario) in quanto la sentenza ecclesiastica dichiara il matrimonio “mai esistito” (cessano gli effetti giuridici ex tunc, ossia dall’inizio), mentre la sentenza civile dichiara cessati gli effetti giuridici ex nunc (dalla sentenza in poi)”. La procedura di annullamento si avvale dell’intervento di periti psicologi: cosa chiedono coloro i quali desiderano rendere mai esistiti i loro matrimoni, magari durati decenni e magari con 2 o 3 figli? Al di là delle possibili ricadute civili o delle dispute teologiche sul valore di un sacramento e sulla possibilità di renderlo mai celebrato, come giudicare la possibilità di una simile eccezione alla sacralità e inscindibilità della famiglia e quale significato psichico attribuirle? Ne parliamo con un perito, chiamata dalla parte richiedente l’annullamento a testimoniare le ragioni della richiesta. Psicoterapeuta, esperta di separazione e divorzi, spesso impegnata in consulenze tecniche nell’ambito di procedimenti giuridici, talvolta è stata consultata anche per le procedure di annullamento.

Tre casi

Due casi sono stati portati a termine con il riconoscimento dell’annullamento per immaturità di uno dei due coniugi.
Nel primo caso si trattava di una coppia di ventenni che si erano sposati per l’attesa di un figlio. L’aspetto interessante è che i coniugi si erano separati civilmente dopo un anno dalla nascita del figlio, “esprimendo una sorta di immaturità, ma la richiesta di annullamento è stata fatta circa 10 anni dopo, se non di più, quando la signora voleva riformare una propria famiglia e quindi annullare questo errore passato e fare finta che la nuova esperienza fosse del tutto regolare”. Dopo l’annullamento, ha contratto un secondo matrimonio e sono nati altri due figli. Il figlio della prima unione si è dovuto confrontare con una esperienza difficile, e una frase pronunciata per caso prima dell’avvio della procedura può essere citata ad esempio del suo vissuto: “Ma questo vuol dire che io non sono figlio vostro?”. In altre parole, tenendo fermo il significato religioso del matrimonio, si rischia di considerare il figlio di un annullamento come un figlio di nessuno.
Il secondo caso è simile, ma ancora più discutibile perché “una coppia giovane, ma che aveva affrontato dal punto di vista psicologico tutte le fasi del ciclo vitale (il fidanzamento, il desiderio di metter su famiglia, la nascita di una figlia) si è separata quando la figlia aveva 3 anni”. Il matrimonio era fallito per alcuni comportamenti psicopatologici di lui, e c’era stata una separazione civile. A quel punto la signora, in base al fatto che lui sembrava essere “cambiato” dopo il matrimonio, ha voluto annullare questa sua esperienza dichiarando se stessa immatura. Il matrimonio sarebbe fallito perché il marito era problematico, ma lei per ottenere l’annullamento ha dichiarato di essere immatura e quindi incapace di valutare le caratteristiche della personalità del marito. “Come se il richiedente facesse una autoaccusa (“è lui matto, ma io non ho capito, dunque sono io ad essere immatura”). Dal punto di vista clinico non è verosimile, perché le condizioni precedenti alla crisi non possono essere invocate alla luce di quanto accaduto solo in seguito”. La valutazione del perito, in questo caso, non si è avvalsa di test psicologici, ma di una valutazione e di un’analisi clinica dalle quali emergeva che la signora al momento del matrimonio era maggiormente motivata dal rendersi autonoma dalla famiglia d’origine, che promuoveva una forte dipendenza, piuttosto che dal desiderio di sposarsi. Questo fu il criterio per valutare la sua immaturità: la spinta al matrimonio era stata quella di uscire di casa, ma “questo accomuna milioni di persone, quindi dovremmo annullare milioni di matrimoni?”.
Nel terzo caso, in corso, è sempre il richiedente che si autoaccusa di immaturità per annullare il matrimonio, ma dopo una convivenza durata più di 12 anni e 2 figli. La crisi coniugale avviene dopo la nascita dei figli, con una conflittualità distruttiva che ha provocato una separazione giudiziale che dura da 8 anni, in cui la signora ha progressivamente manifestato un grave disturbo di personalità (dalla crisi in poi). Durante la procedura civile la perizia psichiatrica non aveva rilevato disturbi psichici. In questo caso il richiedente vuole sostenere che al momento del matrimonio non si era reso conto di non avere i presupposti di maturità necessari a una coppia per affrontare il progetto familiare. Se ci fossero stati, lui si sarebbe certamente accorto che la moglie era potenzialmente pazza (in contrasto con la diagnosi psichiatrica). Dal punto psicologico “la stessa parola annullamento è contraria ai nostri principi per aiutare le coppie che si separano. Il principio è aiutare ad elaborare il divorzio psichico e quindi a recuperare i motivi validi per cui è stata affrontata quella scelta; e aiutare a maturare una consapevolezza dei limiti dell’unione che spiegano il suo fallimento”. Una persona che segue un percorso simile può sperare di affrontare una nuova unione su presupposti diversi, per un matrimonio migliore. “L’annullamento dal punto di vista psichico è un sintomo psicologico, paragonabile a un meccanismo di difesa patologica, al tentativo di annullare una esperienza che ti mette in crisi, senza crescere sulla crisi”. Con l’eccezione di quei casi (“anomali” rispetto alle richieste di annullamento) in cui dopo pochi giorni emergono elementi tanto rilevanti da minare l’accordo matrimoniale stesso. “Ma la richiesta dopo la nascita dei figli è quasi improponibile, perché la crisi evolutiva determinata dal progetto di fare figli è tanto impegnativa che, se le persone fossero immature, si rivelerebbe durante la gravidanza (e così accade nella quasi totalità dei casi). Mentre questi sono casi in cui dopo anni e anni…”. Insomma, chiedere l’annullamento è un sintomo dell’assenza del senso di realtà. L’annullamento contrattuale potrebbe avere un senso (a causa di un inganno, o di una frode volontaria – e lo psicologo qui non serve!), ma non la negazione dell’esperienza umana vissuta. Inoltre chi chiede l’annullamento “se ne frega della famiglia di prima con gli eventuali figli; e prova a rendere nulla la famiglia precedente per conferire validità a quella successiva. E gli ex figli diventano residui di qualcosa che è nulla, perché la vera famiglia è quella fatta dopo l’annullamento”.

(Agenda Coscioni, II, 5, maggio 2007)