giovedì 14 dicembre 2006

Nuovo muro contro i Pacs di Padova

Anche il Consiglio Superiore di Sanità entra nel caso Welby. E alla domanda se i trattamenti cui è sottoposto siano da considerare accanimento terapeutico risponde che non si può rispondere, che servono linee guida in materia. Perché la valutazione “ha assunto una dimensione più vasta che trascende dal caso in sé per toccare ambiti e considerazioni di valenza generale su temi di estrema attualità, come quello del diritto del cittadino a rifiutare cure e trattamenti sanitari in determinate situazioni della vita”.
Il parere del Consiglio Superiore di Sanità non sarebbe stato vincolante, ma è l’ennesimo sintomo di una confusione concettuale che Welby paga sulla propria pelle.
Come definire l’accanimento terapeutico?
Il nuovo Codice deontologico medico afferma che “il medico, anche tenendo conto della volontà del paziente laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita”.
L’elemento fondamentale è proprio la volontà del paziente per il quale ci si aspetta, oppure no, un beneficio. Nessuno tranne il paziente può stabilire se un determinato trattamento sia accanimento oppure no. Lo stesso trattamento, infatti, se erogato al paziente A che esprime il proprio consenso e al paziente B che lo rifiuta, è da considerare in modi diversi. Nel primo caso non è accanimento terapeutico. Nel secondo sì.
Il parere del Consiglio di Sanità sarebbe stato in ogni caso inutile, perché Welby ha espresso chiaramente il suo volere rispetto ai trattamenti.

(E Polis, 14 dicembre 2006)