venerdì 22 dicembre 2006

L’Udc ora invoca la legge terrena «Arrestate subito l’assassino»

La richiesta che Welby ha inviato al Presidente della Repubblica ha scatenato reazioni spesso caratterizzate da imperdonabili accuse e da giudizi confusi.
Welby ha chiesto di morire, e la sua morte è avvenuta nel rispetto della legalità. Di quel diritto all’autodeterminazione che la Costituzione protegge e considera fondamentale.
Piergiorgio Welby ha combattuto una battaglia personale, ma anche e soprattutto una battaglia pubblica e politica. Perché sarebbe stato facile morire ricorrendo a sotterfugi, senza infastidire gli animi sensibili e ipocriti di quanti non vogliono affrontare argomenti scomodi. E non c’è dubbio che chiedere di morire sia una domanda scomoda. Anche se giustificata da atroci sofferenze. Perché la vita è sacra, secondo costoro, al punto da giustificare l’imposizione di vivere nel dolore e nella totale assenza di una prospettiva di guarigione.
È la stessa ragione, forse, ad avere spinto due giorni fa la maggioranza del Parlamento a rifiutare di avviare una indagine conoscitiva sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Con l’unica eccezione di Donatella Poretti (RnP) e Tommaso Pellegrino (Verdi), è stata respinta la petizione di cui Welby era il primo firmatario.
In seguito all’annuncio della morte di Welby le accuse sono state espresse con rinnovato vigore.
Non c’è dubbio che a raggiungere la vetta più alta di cattivo gusto sia la dichiarazione di Luca Volontè (capogruppo dell’Udc alla Camera) che chiede l’arresto dei “colpevoli di questo omicidio”. Volontè dimentica alcuni dettagli fondamentali, quali la richiesta di Welby e la possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento medico, anche qualora comporti la morte. Impossibile parlare di omicidio in assenza di una vittima.
A rincarare la dose è Domenico Di Virgilio, responsabile del dipartimento Sanità di Forza Italia: «Il distacco della ventilazione a Welby, seguita dalla morte, è da considerare come una uccisione deliberata a dimostrazione di un totale disprezzo per la vita e la dignità di qualsiasi persona. Se il medico anestesista è stato veramente l’autore materiale di questo vero atto eutanasico oltre che essere un medico privo totalmente di un barlume di etica professionale, ha mostrato una assoluta mancanza di rispetto verso il giuramento di Ippocrate, verso il codice deontologico del medico e verso la legislazione vigente».
Il medico ha semplicemente rispettato le richieste di un cittadino che godeva del diritto di rifiutare i trattamenti cui era sottoposto. Che tipo di etica professionale prevede la tortura? O la violazione delle volontà personali?
Il Comitato Scienza & Vita, nato in occasione del referendum sulla procreazione assistita e strenuo difensore della “vita”, esprime il proprio dolore per la morte di Piergiorgio Welby «non solo per le gravi sofferenze che ha dovuto sopportare a causa della malattia, ma anche perché pensiamo che sia terribile morire convinti che la propria vita è indegna di essere vissuta». Sarebbe ancora più terribile essere costretti a vivere con la convinzione che la propria vita non sia più degna di essere vissuta. Ma soprattutto nessuno può decidere o giudicare della dignità della vita altrui. I criteri per stabilire la dignità di una esistenza non sono oggettivi; bensì individuali, soggettivi, personali. Welby ha descritto con spietata lucidità le ragioni per le quali non poteva più considerare la propria vita degna.
Rosy Bindi si è detta sconcertata dalla «spregiudicatezza politica con cui i radicali affrontano in modo ambiguo e inquietante le questioni della vita e della dignità della persona». Non sembra esserci nulla di ambiguo nel rispondere alla richiesta d’aiuto di una persona. Fosse anche drammatica come quella di Welby. Inquietante, e ambiguo, sarebbe tacere.

(E Polis, 22 dicembre 2006)