domenica 24 dicembre 2006

Etica e fede, il fronte laico si chiede: ma non scelse così anche Wojtila?

Karol Wojtyla è stato senza dubbio un cattolico di fede indiscutibile. Dal 1978 al 2005 è stato Papa con il nome di Giovanni Paolo II.
Ammalatosi nel febbraio 2005, è morto il 2 aprile. Giovanni Paolo II non ha voluto essere collegato al respiratore artificiale che lo avrebbe potuto verosimilmente tenere in vita ancora per un tempo difficile da stabilire. Tra le sue ultime parole pronunciate si ricordano: “lasciatemi andare alla casa del Padre”, universalmente intese come accettazione della morte imminente e di un destino segnato, cui non sarebbe stato né utile né lecito opporsi.
Piergiorgio Welby voleva che gli fosse staccato il ventilatore che simulava il suo respiro. La richiesta di sedazione non è moralmente controversa, perché volta a sedare una sofferenza intollerabile, né può mutare la sostanza della sua richiesta: “lasciatemi morire”.
Lasciando da parte le valutazioni giuridiche o squisitamente morali, la domanda scomoda rivolta al magistero ecclesiastico è: quale differenza c’è tra i due rifiuti?
Entrambi si oppongono ad un macchinario artificiale che sostituisce la respirazione naturale e prolunga la sopravvivenza. Entrambi si muovono in un panorama prossimo alla morte. Non collegare un ventilatore o scollegarlo provocano, con un margine di incertezza sui tempi non rilevante ai fini del giudizio morale, la morte. Entrambi rispondono ad una decisione libera riguardo al proprio corpo e all’accettazione o al rifiuto di un trattamento medico.
Le differenze rintracciabili nei due rifiuti (di essere collegato e di essere scollegato) non sono abbastanza profonde da annullare l’incoerenza tra l’appello “Santo subito” e il verdetto “non possiamo concedere le esequie ecclesiastiche”. Infatti il riferimento di Giovanni Paolo II al ritorno alla casa del Padre può essere considerato equivalente alla richiesta di Welby di porre fine alla sua atroce sofferenza. In tutti e due i casi la “via d’uscita” era la morte.
Non è possibile, senza scivolare in incresciose affermazioni, distinguere il senso profondo delle due decisioni. Tuttavia, le porte della misericordia sono state sbarrate di fronte alla richiesta dei familiari di Welby. Forse la coerenza non è compresa tra le principali virtù del Vicariato.

(E Polis, 24 dicembre 2006)

Gli “altri cristiani” si oppongono al Vaticano


Il divieto del Vicariato ha suscitato qualche voce fuori dal coro.
La Chiesa Ortodossa in Italia ha espresso il proprio cordoglio per la morte di Welby, e ha assicurato le preghiere dei cristiani ortodossi per la sua anima. C’è di più: “la Chiesa Ortodossa in Italia condanna altresì come contraria alla carità cristiana la decisione del Vicariato di Roma di negare le esequie religiose a Piergiorgio Welby e manifesta la propria disponibilità a benedire il suo corpo ed officiare i funerali cristiani, se la famiglia lo richiederà”.
Maria Bonafede, pastore e moderatore della Tavola Valdese, ha dichiarato: “desidero offrire al funerale di P. Welbi, se gradito dai parenti, un messaggio cristiano, una lettura biblica ed una breve predicazione. Ero alla veglia in Campidoglio e credo che Piergiorgio Welby sia accolto con amore da Dio”.
La scelta di celebrare i funerali di Welby davanti alla porta chiusa della Chiesa di Don Bosco è stata dettata dalla volontà di offrire l’ultimo saluto nel quartiere dove Piero è vissuto.

Domenica 24 dicembre ore 10,30, piazza San Giovanni Bosco.

(E Polis, 24 dicembre 2006)

sabato 23 dicembre 2006

Lettera di dolore e speranza di una moglie mai rassegnata

La vita di Piero deve essere valorizzata, ricordando la sua ricerca per una vita migliore.
Io gli sono stata accanto nella sua “regata” affrontata con una zattera incerta e precaria. La mia complicità è stata assoluta, sebbene la parola “eutanasia” mi facesse paura. Per me che ho avuto una educazione cattolica significava uccidere. Standogli accanto ne ho capito il vero significato e mi sono chiesta: “perché dovrei costringere le persone che non la pensano come me?”. Ho capito che l’esistenza di una legge non costringe nessuno a compiere qualcosa che non desidera. Questo vale per l’eutanasia, ma anche per l’aborto o per il divorzio.
Io intendo proseguire la battaglia di Piero, mi ha passato il testimone e io rispetterò questa sua volontà. Per amore di Piero, e per tutti i malati e i cittadini italiani. Perché è una battaglia di libertà.

(E Polis, 23 dicembre 2006)

Per Welby solo un funerale laico, no del Vicario a un rito religioso

Il Vicariato di Roma ha negato l’autorizzazione ai funerali religiosi per Piero Welby. Come la moglie Mina ha raccontato ieri mattina, Piero era laico e sui funerali le ha detto “fai quello che preferisci”. Da laico era poco interessato al destino dopo la sua morte.
Mina avrebbe voluto celebrare funerali religiosi, anche per andare incontro ai desideri della madre di Piero e della famiglia, di tradizione cattolica. E così ha chiesto a Don Giovanni Nonne, della parrocchia Don Bosco, di poter celebrare i funerali nel luogo dove Piergiorgio era vissuto.
Ma il Vicariato ha detto no, nessuna celebrazione, perché “a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica”.
Ai peccatori non si concede assoluzione. O meglio, non ai peccatori ostinati. Sarebbe bastata una parola di Welby, una richiesta di perdono sul letto di morte, e le porte del paradiso gli sarebbero state spalancate.
L’intervento del Vicariato nella celebrazione di un funerale non può non rievocare una vicenda a dir poco imbarazzante: la tumulazione di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, sepolto in stile cardinalizio nella Basilica di Sant’Apollinare, in territorio vaticano.
Ucciso nel 1990 a Roma, “Renatino” era uno dei boss della Banda della Magliana, una delle facce più oscure della recente storia del nostro Paese, circondata ancora dal mistero e grondante di sangue, legata a numerose organizzazioni criminali e responsabile di omicidi, rapine, sequestri.
Dopo una prima tumulazione al Verano, la salma è stata spostata nelle camere mortuarie sotterranee della Basilica, accanto alla tomba di un cardinale, con l’autorizzazione dell’allora cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti.
Nel 2005 una trasmissione televisiva aveva rivelato i retroscena della sepoltura di “Renatino” e dei possibili collegamenti con uno dei più celebri misteri italiani: la scomparsa di Emanuela Orlandi, inghiottita dal nulla nel 1983.
Numerose le proteste dei cattolici. E immediata la risposta del Vicariato: non ci sono gli estremi per un’estumulazione dei resti del bandito. Tanto più che a perorare la soluzione dell’inumazione a Sant’Apollinare era stato Piero Vergari, rettore della Basilica, che sottolineava le molte “offerte” che il boss aveva fatto in vita e quelle che la famiglia prometteva di fare in futuro per la salvezza della sua anima.
Se solo Welby avesse fatto qualche offerta…

(E Polis, 23 dicembre 2006)

venerdì 22 dicembre 2006

Una battaglia per la libertà (intervista a Marco Cappato)

Marco Cappato, eurodeputato e segretario dell’Associazione Luca Coscioni, ci ricorda che Piergiorgio Welby ha lottato due volte. Ha lottato contro una tortura impostagli dalla malattia, e ha lottato per conquistare la possibilità di interrompere quella tortura, percorrendo le vie della legalità.
“Abbiamo aiutato Welby a garantire il suo diritto di interrompere un trattamento divenuto per lui intollerabile”.
In che senso la battaglia di Welby riguarda tutti?
“Nel senso di affermare l’autodeterminazione e la volontà personale come diritti fondamentali. Nonché protetti dalla stessa Costituzione”.
Come rispondere a quanti vi accusano di essere assassini?
“Noi abbiamo rispettato la volontà di Welby. Gli abbiamo offerto tutte le ragioni per continuare a vivere e per continuare la sua battaglia. Ma ci siamo rifiutati di imporgli la nostra volontà. Ci ha detto ieri, per l’ennesima volta, «voglio morire, non ne posso più, sono nel braccio della morte. La mia sofferenza è intollerabile, sono ostaggio del mio corpo e della mia malattia». Imporre a qualcuno di vivere contro la sua volontà sarebbe stato un delitto imperdonabile”.

(E Polis, 22 dicembre 2006)

L’Udc ora invoca la legge terrena «Arrestate subito l’assassino»

La richiesta che Welby ha inviato al Presidente della Repubblica ha scatenato reazioni spesso caratterizzate da imperdonabili accuse e da giudizi confusi.
Welby ha chiesto di morire, e la sua morte è avvenuta nel rispetto della legalità. Di quel diritto all’autodeterminazione che la Costituzione protegge e considera fondamentale.
Piergiorgio Welby ha combattuto una battaglia personale, ma anche e soprattutto una battaglia pubblica e politica. Perché sarebbe stato facile morire ricorrendo a sotterfugi, senza infastidire gli animi sensibili e ipocriti di quanti non vogliono affrontare argomenti scomodi. E non c’è dubbio che chiedere di morire sia una domanda scomoda. Anche se giustificata da atroci sofferenze. Perché la vita è sacra, secondo costoro, al punto da giustificare l’imposizione di vivere nel dolore e nella totale assenza di una prospettiva di guarigione.
È la stessa ragione, forse, ad avere spinto due giorni fa la maggioranza del Parlamento a rifiutare di avviare una indagine conoscitiva sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Con l’unica eccezione di Donatella Poretti (RnP) e Tommaso Pellegrino (Verdi), è stata respinta la petizione di cui Welby era il primo firmatario.
In seguito all’annuncio della morte di Welby le accuse sono state espresse con rinnovato vigore.
Non c’è dubbio che a raggiungere la vetta più alta di cattivo gusto sia la dichiarazione di Luca Volontè (capogruppo dell’Udc alla Camera) che chiede l’arresto dei “colpevoli di questo omicidio”. Volontè dimentica alcuni dettagli fondamentali, quali la richiesta di Welby e la possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento medico, anche qualora comporti la morte. Impossibile parlare di omicidio in assenza di una vittima.
A rincarare la dose è Domenico Di Virgilio, responsabile del dipartimento Sanità di Forza Italia: «Il distacco della ventilazione a Welby, seguita dalla morte, è da considerare come una uccisione deliberata a dimostrazione di un totale disprezzo per la vita e la dignità di qualsiasi persona. Se il medico anestesista è stato veramente l’autore materiale di questo vero atto eutanasico oltre che essere un medico privo totalmente di un barlume di etica professionale, ha mostrato una assoluta mancanza di rispetto verso il giuramento di Ippocrate, verso il codice deontologico del medico e verso la legislazione vigente».
Il medico ha semplicemente rispettato le richieste di un cittadino che godeva del diritto di rifiutare i trattamenti cui era sottoposto. Che tipo di etica professionale prevede la tortura? O la violazione delle volontà personali?
Il Comitato Scienza & Vita, nato in occasione del referendum sulla procreazione assistita e strenuo difensore della “vita”, esprime il proprio dolore per la morte di Piergiorgio Welby «non solo per le gravi sofferenze che ha dovuto sopportare a causa della malattia, ma anche perché pensiamo che sia terribile morire convinti che la propria vita è indegna di essere vissuta». Sarebbe ancora più terribile essere costretti a vivere con la convinzione che la propria vita non sia più degna di essere vissuta. Ma soprattutto nessuno può decidere o giudicare della dignità della vita altrui. I criteri per stabilire la dignità di una esistenza non sono oggettivi; bensì individuali, soggettivi, personali. Welby ha descritto con spietata lucidità le ragioni per le quali non poteva più considerare la propria vita degna.
Rosy Bindi si è detta sconcertata dalla «spregiudicatezza politica con cui i radicali affrontano in modo ambiguo e inquietante le questioni della vita e della dignità della persona». Non sembra esserci nulla di ambiguo nel rispondere alla richiesta d’aiuto di una persona. Fosse anche drammatica come quella di Welby. Inquietante, e ambiguo, sarebbe tacere.

(E Polis, 22 dicembre 2006)

Staccate le macchine a Welby la sua agonia è finita mercoledì

Non sono nemmeno le 8 di giovedì 21 dicembre quando Marco Pannella annuncia la morte di Piergiorgio Welby.
Da questo momento in poi la morte di Welby ridiventa una questione solo personale, appartiene alla moglie Mina e alla famiglia di Welby.
Ma la sua richiesta di morte è invece una questione pubblica. Per volontà di Welby, cha ha rinunciato alla strada più semplice, quella di una morte clandestina, per incidere quel velo di ipocrisia che imbavagliava i discorsi sulle decisioni di fine vita.
Welby ha parlato per giorni, per mesi, e queste parole devono essere ricordate, innanzitutto come eredità politica. Ha parlato in nome di un diritto semplice e fondamentale: la libertà personale. Nonostante la sua sofferenza e il suo corpo tormentato, ha parlato con una lucidità che è mancata alla maggior parte delle persone che gli ha risposto. Soltanto gli ultimi giorni sono passati in silenzio, a causa dell’ulteriore peggioramento delle sue condizioni, ma forse anche per l’amarezza ingigantita dalle assurde accuse di strumentalizzazione politica.
Lui, che di battaglie politiche ne ha condotte molte, strumentalizzato?
Welby ha combattuto per la libertà della ricerca scientifica; ha combattuto per l’assistenza ai malati gravi; per il diritto di voto ai malati intrasportabili. Nel giugno 2005, in occasione del referendum sulla procreazione assistita, ha raggiunto il seggio con una fatica inimmaginabile, tra l’indifferenza politica. È anche grazie a Welby che nelle politiche del 2006 molti malati intrasportabili hanno potuto votare dal proprio domicilio.
Mercoledì sera Welby è stato sedato e contestualmente è stata interrotta la terapia ventilatoria che lo manteneva in vita. Era quanto chiedeva da 88 giorni. Era un suo diritto, riconosciuto dalla Costituzione. Mario Riccio, medico anestesista rianimatore dell’Ospedale di Cremona, ha rispettato la richiesta di un cittadino lucido e di un paziente torturato dal dolore.
La sorella di Welby, Carla, intervenuta alla conferenza stampa di ieri mattina, ha dichiarato che si è svolto tutto esattamente come Piergiorgio desiderava. È stato lui l’unico regista. “E non dimenticate la sua battaglia”, ha aggiunto, “mandatela avanti!”.
Il corpo di Welby è stato prelevato dalla Polizia Mortuaria. Probabilmente sarà sottoposto ad autopsia. Marco Cappato e Mario Riccio sono stati ascoltati dalla Digos come persone informate dei fatti. Nell’incertezza di quanto accadrà nei prossimi giorni, l’unica certezza è che finalmente la volontà di Welby è stata rispettata.

(E Polis, 22 dicembre 2006)

giovedì 21 dicembre 2006

Piergiorgio non aspetta “linee guida”

Anche il Consiglio Superiore di Sanità entra nel caso Welby. E alla domanda se i trattamenti cui è sottoposto siano da considerare accanimento terapeutico risponde che non si può rispondere, che servono linee guida in materia. Perché la valutazione “ha assunto una dimensione più vasta che trascende dal caso in sé per toccare ambiti e considerazioni di valenza generale su temi di estrema attualità, come quello del diritto del cittadino a rifiutare cure e trattamenti sanitari in determinate situazioni della vita”.
Il parere del Consiglio Superiore di Sanità non sarebbe stato vincolante, ma è l’ennesimo sintomo di una confusione concettuale che Welby paga sulla propria pelle.
Come definire l’accanimento terapeutico?
Il nuovo Codice deontologico medico afferma che “il medico, anche tenendo conto della volontà del paziente laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita”.
L’elemento fondamentale è proprio la volontà del paziente per il quale ci si aspetta, oppure no, un beneficio. Nessuno tranne il paziente può stabilire se un determinato trattamento sia accanimento oppure no. Lo stesso trattamento, infatti, se erogato al paziente A che esprime il proprio consenso e al paziente B che lo rifiuta, è da considerare in modi diversi. Nel primo caso non è accanimento terapeutico. Nel secondo sì.
Il parere del Consiglio di Sanità sarebbe stato in ogni caso inutile, perché Welby ha espresso chiaramente il suo volere rispetto ai trattamenti.

(E Polis, 21 dicembre 2006)

giovedì 14 dicembre 2006

La minaccia alla sopravvivenza della specie umana

La mozione di Alessandro Zan ha segnato un punto importante per il riconoscimento delle coppie di fatto: a Padova è possibile ottenere l’attestazione di famiglia anagrafica basata sui legami affettivi. Poco importa il sesso dei componenti.
Prevedibili le proteste e i moniti contro terrifici pericoli.
Un miscuglio di catastrofismo e di concezioni assolute di “normalità” e di “famiglia” è stato eretto come un muro. Uno degli argomenti più strambi è stato concepito da Ida Magli, come laica e “studiosa” (?), contro il riconoscimento delle coppie omosessuali.
Un cardine della società sarebbe lo scambio matrimoniale ai fini della procreazione – condizione della sopravvivenza stessa della società “italiana”. Riconoscere le coppie omosessuali minaccerebbe l’estinzione del genere umano. Con il beneplacito dell’Europa, che addirittura perseguirebbe la dissoluzione dei propri popoli.
Questo argomento sembra essere una pericolante evoluzione di quello che giudica l’omosessualità “contro natura” – e per questo da osteggiare. Purtroppo, quasi contemporaneamente all’ultima ondata scatenata dalla vicenda di Padova, una rivelazione sconcertante ha infranto la barriera della “natura”, nonché alcune metafore di virilità. I bisonti americani sono gay. Ma non solo. Oltre 1.500 specie animali hanno inclinazioni omosessuali. I trichechi e gli scimpanzè nani sono bisex. Anche le società animali sono preda di uno spleen autodistruttivo? La mostra “Contro natura” illustra tutto questo. Ad Oslo, presso il Museo di Storia Naturale dell’Università.
Forse se qualcuno li avesse messi in guardia, i Vichinghi non si sarebbero tanto rammolliti...

(E Polis, 14 dicembre 2006)

Nuovo muro contro i Pacs di Padova

Anche il Consiglio Superiore di Sanità entra nel caso Welby. E alla domanda se i trattamenti cui è sottoposto siano da considerare accanimento terapeutico risponde che non si può rispondere, che servono linee guida in materia. Perché la valutazione “ha assunto una dimensione più vasta che trascende dal caso in sé per toccare ambiti e considerazioni di valenza generale su temi di estrema attualità, come quello del diritto del cittadino a rifiutare cure e trattamenti sanitari in determinate situazioni della vita”.
Il parere del Consiglio Superiore di Sanità non sarebbe stato vincolante, ma è l’ennesimo sintomo di una confusione concettuale che Welby paga sulla propria pelle.
Come definire l’accanimento terapeutico?
Il nuovo Codice deontologico medico afferma che “il medico, anche tenendo conto della volontà del paziente laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita”.
L’elemento fondamentale è proprio la volontà del paziente per il quale ci si aspetta, oppure no, un beneficio. Nessuno tranne il paziente può stabilire se un determinato trattamento sia accanimento oppure no. Lo stesso trattamento, infatti, se erogato al paziente A che esprime il proprio consenso e al paziente B che lo rifiuta, è da considerare in modi diversi. Nel primo caso non è accanimento terapeutico. Nel secondo sì.
Il parere del Consiglio di Sanità sarebbe stato in ogni caso inutile, perché Welby ha espresso chiaramente il suo volere rispetto ai trattamenti.

(E Polis, 14 dicembre 2006)

domenica 10 dicembre 2006

Un uomo politico e scomodo ecco perché non ha risposte

Piergiorgio Welby ha fatto una richiesta: politica, pubblica e soprattutto scomoda. Scomoda perché costringe quanti avrebbero il dovere di rispondere a dismettere ipocrisie e giochi di parole. E forse è proprio per questo che di risposte sensate ne ha ricevute poche. La politica tace, o si nasconde dietro a pretestuosi argomenti.
Welby chiede che gli sia risparmiata una morte atroce: ma lo chiede come esercizio della propria libertà e non come pietismo. Chiede che gli sia staccato il ventilatore polmonare e che sia sedato per non morire soffocato da sveglio. Chiede di essere liberato da quella che lui chiama la sua “prigione infame”, un corpo tenuto in vita dai macchinari e sottrattogli in nome della sacralità della vita. Un corpo straziato e torturato.
Welby ha anche un altro difetto: è un militante radicale.
Se avesse scelto la via della clandestinità, senza fare baccano e senza rivendicare il diritto di interrompere i trattamenti che lo tengono in vita, avrebbe da tempo coronato i suoi desideri. Il Presidente dell’Ordine dei Medici, Amedeo Bianco, intervistato da Anna Meldolesi l’ha dichiarato esplicitamente: un fratello gemello di Welby, meno ostinato e senza la pretesa di affermare il diritto civile e politico ad una morte naturale, avrebbe ottenuto da settimane quanto Welby chiede. Alla chetichella.
Per rispondere a Welby non sarebbe nemmeno necessario scomodare la parola ‘eutanasia’ né discutere di una eventuale legalizzazione.
Basterebbe rispettare la legge esistente, quella legge che condanna l’accanimento terapeutico e le sofferenze inutili e che riconosce al cittadino (prima ancora che al paziente o al militante politico) il diritto di rifiutare le cure anche nel caso in cui tale rifiuto implichi la morte. Nel caso di Welby, e dei tanti malati nelle sue condizioni, non c’è nemmeno la scusa della difficoltà di interpretare la sua volontà. Welby è perfettamente in grado di intendere e di volere e la sua lucidità è di gran lunga superiore alla maggior parte di coloro che (non) gli hanno risposto.

(E Polis, 10 dicembre 2006)

venerdì 8 dicembre 2006

Embrione e l’attacco alla legge sull’aborto

Quante volte i genitori o gli amici saggi ci hanno detto ‘te l’avevo detto’, mischiando una sottile soddisfazione per avere avuto ragione al dispiacere di vederci affrontare una sgradita conseguenza delle nostre azioni. O delle nostre omissioni.
Ebbene, l’assedio alla legge 194 potrebbe rientrare tra i contenuti di un irritante ‘te l’avevo detto’.
Perché non c’è da stupirsi se il fronte conservatore (ideologico e religioso) muove l’offensiva contro la possibilità di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. È una diretta e necessaria conseguenza della legge 40, quella sulla procreazione assistita, secondo la quale l’embrione è una persona. Come uno di noi. Se l’embrione è una persona, allora non è possibile crioconservarlo, non è possibile fare sperimentazione, non è possibile sopprimerlo. Molti dei divieti della legge 40 derivano coerentemente dall’attribuzione di diritti all’embrione.
Altrettanto coerentemente dovrebbe conseguire che non è possibile interrompere volontariamente una gravidanza. Perché l’aborto è la soppressione di un embrione; e quell’embrione è titolare dei diritti di cui godono le persone, primo tra tutti il diritto alla vita.
Il diffuso disinteresse nei confronti della battaglia contro la legge 40 si è alimentato di una grave miopia. L’illusione che la legge sulla procreazione medicalmente assistita fosse una legge che riguardava gli sterili e pochi altri (tuttavia, non sarebbe stato un buon motivo per disinteressarsene). La legge 40, invece, riguarda tutti i cittadini. Perché è una legge sulla libertà individuale. È una legge che intacca la nostra libertà senza che vi siano ragioni sufficientemente forti per giustificare una simile invadenza. La legge 40 si è spinta in un terreno intimo e privato, in quello spazio in cui la coercizione legale dovrebbe astenersi dall’usare il pugno di ferro. Il fallimento del referendum ha poi legittimato tale violazione. Non soltanto della libertà di avere un figlio, ma di quella libertà individuale su cui dovrebbe fondarsi uno Stato liberale e legittimo.
Tutte le omissioni riguardo alla legge 40 costituiscono la premessa di quanto accade oggi, che ancora si chiama inchiesta sull’aborto, ma presto potrebbe chiamarsi revisione o divieto.
‘Te l’avevo detto’ che se la legge 40 non veniva modificata… Non c’è, però, nessuna soddisfazione nell’avere avuto ragione.

(E Polis, 8 dicembre 2005)

giovedì 7 dicembre 2006

Il testamento biologico esiste già

La notizia è di qualche giorno fa, ma le conseguenze possono essere di fondamentale importanza ed è utile ricostruire la vicenda. Il signor Bruno è un settantenne che, circa un anno fa, deve sottoporsi ad un delicato e rischioso intervento chirurgico. Consapevole del rischio di un esito infausto, contestuale o conseguente l’intervento, Bruno ha sottoscritto il consenso informato a condizione di inserire una clausola. Seguendo le indicazioni del comitato etico dell’ospedale San Martino di Genova, Bruno ha esplicitato le proprie volontà qualora in futuro non potesse più farlo. In caso di stato vegetativo persistente o altra grave inabilità, ha detto, rifiuto ogni forma di accanimento terapeutico (comprese idratazione e alimentazione artificiali) e rifiuto qualsiasi cura inefficace per la guarigione, come la rianimazione. I risultati importanti sono due. Il primo è la possibilità per ogni persona in procinto di sottoporsi a un trattamento medico di ampliare il consenso informato, esprimendo le proprie volontà anche rispetto a scenari futuri. Il secondo è la ‘dimostrazione’ che il testamento biologico esiste già, nonostante le lentezze della discussione parlamentare al riguardo, e nonostante le polemiche circa l’ammissibilità morale e legale delle direttive anticipate. Prendere sul serio l’autodeterminazione personale e la possibilità di rifiutare le cure ci conduce per mano e senza intoppi alla possibilità di decidere della nostra salute anche futura. La documentazione originale è consultabile presso il sito dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

(E Polis, 7 dicembre 2006)