giovedì 30 novembre 2006

La sofferenza del turismo procreativo

“Turismo” evoca sensazioni piacevoli e immagini di spiagge assolate o cime montuose innevate. “Procreativo” fa pensare alle guanciotte paffute di un bimbo desiderato o allo scalpiccio di piedi incerti che esplorano il mondo. La loro unione però (turismo procreativo) non raddoppia la piacevolezza ma implica sofferenza e frustrazione.
Sofferenza e frustrazione per tutti gli esclusi dalla legge sulla procreazione medicalmente assistita: persone affette o portatrici di malattie geneticamente trasmissibili e sieropositivi. Ma anche quanti sono affetti da una sterilità cui la medicina non può rimediare, e che avrebbero bisogno di ricorrere alla donazione di un gamete altrui, maschile o femminile, e le donne sole. La legge 40 vieta l’accesso alla procreazione assistita ai non sterili e a chi non ha un legame stabile da almeno 3 anni, e vieta la fecondazione eterologa.
E così un esercito silenzioso e sempre più numeroso si rivolge a centri all’estero: Spagna Svizzera Gran Bretagna Stati Uniti. Chi non vuole rinunciare al desiderio di avere un figlio è costretto ad intraprendere viaggi desolanti e rischiosi. E costosi. Viaggi che, naturalmente, non offrono alcuna garanzia di successo e che spesso si moltiplicano.
I dati raccolti dall’Osservatorio del Turismo Procreativo, resi pubblici oggi in una conferenza stampa a Roma, parlano di oltre 4.000 coppie di esuli. Prima della legge 40 erano poco più di 1.000.
Si badi: non è perché esiste il turismo procreativo che la legge 40 è una legge condannabile. Ma, al contrario, il turismo procreativo è un ennesimo effetto di una legge oscena e ingiustificabile.

(E Polis, 30 novembre 2006)

lunedì 27 novembre 2006

Per una vita dignitosa

È il 1963 e un gesto scomposto è il primo sintomo della distrofia muscolare progressiva. La diagnosi lascia un angusto margine di futuro: un paio d’anni. Welby non ne ha nemmeno venti. Il pronostico si rivela sbagliato, tuttavia l’esito non è a lieto fine come nelle favole. Nessuna bacchetta magica, ma un lento incalzare della malattia: la sedia a rotelle, l’insufficienza respiratoria, il coma. È il 1997 quando Welby viene rianimato e tracheostomizzato. Respira, si alimenta e parla tramite macchinari.

Questo è il “percorso inverso” di Piergiorgio Welby: “gattonare, muovere i primi passi, camminare correre…”. All’incontrario, fino alla quasi totale immobilità corporea e linguistica. Ma non cerebrale, perché Welby ha una mente lucida e brillante. Dolorosamente in grado di percepire e di “vivere” il suo naufragio. E di chiedere che possa avere termine. “Rivoglio la mia morte, niente di più, niente di meno!”.

Il suo libro è una analisi degli orrori di una malattia e degli orrori di una atroce violazione di una libertà. È la denuncia di una condanna a vivere (“morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche”) e di tutti i luoghi comuni che gravano sull’eutanasia. Il suo libro è la richiesta di un dibattito parlamentare e politico che prenda sul serio la questione della regolamentazione delle decisioni di fine vita. Nella lettera che ha scritto a Giorgio Napolitano, Welby precisa che il suo intento non è quello di chiedere una morte dignitosa. “Non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte. La morte non può essere «dignitosa»; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili o inguaribili”.

La morte può essere opportuna, un rifugio per chi è sopraffatto dal dolore. Un estremo rimedio, perché nessun malato è “a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire”. Ma “tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più avanti nel tempo”.

E quella morte opportuna Welby la vorrebbe alla luce del sole. La sua è anche una denuncia contro la clandestinità di un fenomeno negato dai molti “slalomisti provetti”, che si voltano dall’altra parte e fingono di non sapere che l’eutanasia esiste, relegata nelle stanze d’ospedale e nelle coscienze già oppresse dall’umiliazione e dalla sofferenza.

L’aspetto più sorprendente è l’ironia. Welby ci prende per mano e ci conduce lungo una strada dissestata e spaventosa, eppure di frequente è capace di suscitare un sorriso. Un sorriso amaro. Perché Welby chiede di morire, e perché con chirurgica precisione elenca le ipocrisie, l’immobilità, le banali frasi fatte di quanti pretendono di avere in tasca soluzioni e risposte. Soluzioni inesistenti e risposte vigliacche. Perché l’unica soluzione possibile risiede nella libertà individuale e l’unica risposta nei nostri desideri.

Welby strappa la palandrana perbenista e ipocrita raccontando la sua storia, le sue giornate, i buchi e i tubi e il dolore onnipresente. Il rumore del ventilatore polmonare (“quell’ansare rauco da bestia ferita”) o la voce metallica e impersonale del sintetizzatore vocale, che ha preso il posto nei pensieri e nelle letture della voce originaria di Welby. Welby scherza: “sto diventando un essere bionico! Quando morirò invece che al cimitero mi porteranno a un’autodemolizione!”.

E sposta l’onere della prova su quanti si schermiscono o condannano l’eutanasia in nome di una sacralità della vita, perché “non esiste alcun valido motivo per costringere una persona a prolungare una sofferenza che reputa inutile e disumana”. Al posto della nostra libertà, “il presente ci regala uno Stato mammo-mediterraneo, uno Stato sovrappeso con i capelli neri e unti, le tette grandi, i fianchi strabordanti, le mani grassocce e sudaticce”.
(Galileo, 27 novembre 2006)

giovedì 9 novembre 2006

Ma eutanasia fa sempre rima con libertà

“L’eutanasia non viene praticata negli ospedali italiani” ha risposto Francesco Rutelli alle richieste di chiarimento di Carlo Giovanardi sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Il chiarimento riguardava le affermazioni di Luigi Manconi sull’esistenza di un fenomeno silenzioso e clandestino, costretto nelle stanze degli ospedali e nelle coscienze dei medici e dei familiari di pazienti affetti da malattie incurabili e dolorose. Come lo stesso Manconi ha scritto sulle pagine de Il Riformista, non c’è da sorprendersi che non si ammetta ufficialmente l’esistenza di una pratica illegale.
È un peccato, però, che il frastuono sollevato dalla sola parola ‘eutanasia’ sciupi l’occasione per riflettere su un particolare: nei Paesi in cui l’eutanasia è illegale c’è una percentuale rilevante di decisioni prese da ‘altri’ invece che dal paziente stesso. In altre parole, l’eutanasia è praticata senza il consenso di colui che morirà.
Una seria indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina sarebbe un elemento fondamentale per la legalizzazione dell’eutanasia. E non come legittimazione di uno stato di fatto (i furti esistono e questa non è una buona ragione per depenalizzarli); piuttosto come mezzo per riaffermare un principio tanto sbandierato ma ben poco rispettato: la libertà individuale, la possibilità di decidere della propria esistenza.
Se davvero sono importanti, oltre alla libertà, il diritto a rifiutare le cure e l’inammissibilità dell’accanimento terapeutico, legalizzare l’eutanasia significherebbe restituire alle persone la scelta. E se è la parola a spaventare, si può ripiegare su “decisioni di fine vita”.

(E Polis, 9 novembre 2006)

Ma eutanasia fa sempre rima con libertà

“L’eutanasia non viene praticata negli ospedali italiani” ha risposto Francesco Rutelli alle richieste di chiarimento di Carlo Giovanardi sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Il chiarimento riguardava le affermazioni di Luigi Manconi sull’esistenza di un fenomeno silenzioso e clandestino, costretto nelle stanze degli ospedali e nelle coscienze dei medici e dei familiari di pazienti affetti da malattie incurabili e dolorose. Come lo stesso Manconi ha scritto sulle pagine de Il Riformista, non c’è da sorprendersi che non si ammetta ufficialmente l’esistenza di una pratica illegale.
È un peccato, però, che il frastuono sollevato dalla sola parola ‘eutanasia’ sciupi l’occasione per riflettere su un particolare: nei Paesi in cui l’eutanasia è illegale c’è una percentuale rilevante di decisioni prese da ‘altri’ invece che dal paziente stesso. In altre parole, l’eutanasia è praticata senza il consenso di colui che morirà.
Una seria indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina sarebbe un elemento fondamentale per la legalizzazione dell’eutanasia. E non come legittimazione di uno stato di fatto (i furti esistono e questa non è una buona ragione per depenalizzarli); piuttosto come mezzo per riaffermare un principio tanto sbandierato ma ben poco rispettato: la libertà individuale, la possibilità di decidere della propria esistenza.
Se davvero sono importanti, oltre alla libertà, il diritto a rifiutare le cure e l’inammissibilità dell’accanimento terapeutico, legalizzare l’eutanasia significherebbe restituire alle persone la scelta. E se è la parola a spaventare, si può ripiegare su “decisioni di fine vita”.

(E Polis, 9 novembre 2006)

giovedì 2 novembre 2006

Aborto terapeutico vietato in Nicaragua

Quattro articoli del Codice Penale nicaraguense sono stati spazzati via da una strategia di alleanze interessata unicamente alla vittoria elettorale. Poco importa del resto: salute dei cittadini, libertà, laicità dello Stato.
Quattro articoli del Codice Penale rimpiazzati dal divieto assoluto dell’aborto terapeutico. Da oltre un secolo in Nicaragua era permesso ricorrere all’aborto in caso di pericolo di vita per la madre. Nonostante l’opposizione della comunità medica, la protesta della società civile e la condanna di organizzazioni nazionali e internazionali (tra cui l’Unicef e Save the Children) nell’Asamblea Nacional un fronte compatto ha scelto di ‘difendere’ la vita. Non della donna, però, che dovrà portare avanti una gravidanza anche a rischio della propria vita; oppure ricorrere all’aborto clandestino, con il rischio di morire.
All’Asamblea Nacional sono stati ammessi solo i membri dei movimenti contrari all’aborto; fuori, sotto a un sole bruciante, gli oppositori.
52 deputati del Frente Sandinista, del Partido Liberal Constitucionalista, della Alianza Liberal Nicaraguense, di Camino Cristiano e degli Azul y Blanco hanno votato per trascinare il Paese in una condizione deprecabile e ai limiti dell’incostituzionalità.
Un solo partito contrario: la Alianza MRS.
Il sandinista Edwin Castro ha dichiarato: “non è una riforma che va contro i diritti della donna. Crediamo che bisogna dare un messaggio chiaro a favore della vita. Qualsiasi donna che deve abortire, per qualsiasi motivo, ha un trauma e dolore e non benessere”.
Con questa riforma, invece, rischierà di morire. Davvero una grande conquista.

(E Polis, 2 novembre 2006)