mercoledì 25 ottobre 2006

Tra legge 40, famiglie e diritti dei figli mai nati

Ieri s’è svolta presso la Corte Costituzionale la prima udienza pubblica sull’incostituzionalità dell’articolo 13 della legge 40/2004.
La legge 40 è la tanto discussa legge sulla procreazione assistita. L’articolo 13 vieta, seppure con ampio spazio di interpretazione, la diagnosi sull’embrione prima che questo sia impiantato nel corpo materno.
La diagnosi genetica di preimpianto è arrivata davanti alla Suprema Corte in seguito al ricorso di una coppia di Cagliari che aveva chiesto di usufruirne. La coppia, portatrice sana di beta talassemia, aveva in precedenza fatto ricorso ad indagini prenatali, il cui esito infausto aveva determinato la decisione drammatica di abortire.
La coppia si affida allora ad un avvocato: con un provvedimento d’urgenza si chiede l’autorizzazione a ricorrere alla diagnosi genetica di preimpianto. Il Giudice di Cagliari si rivolge alla Corte Costituzionale per valutare l’ammissibilità di tale richiesta. La diagnosi prima dell’impianto permetterebbe di conoscere lo stato di salute dell’embrione ad uno stadio molto precoce e, diversamente dall’amniocentesi o dalla villocentesi, eviterebbe la dolorosa scelta tra un aborto terapeutico e il portare avanti la gravidanza di un embrione affetto da una grave malattia.
A difesa dell’articolo 13 si erano schierati il Forum della Famiglie e il Comitato Scienza e Vita. La Corte ha giudicato il loro intervento difensivo inammissibile, in quanto non titolari di alcun interesse qualificato. Ma ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale, accreditando ancor più una legge vergognosamente ingiusta e discriminatoria. Le motivazioni saranno depositate nei prossimi giorni. Qualunque esse siano, la profonda amarezza non diminuirà.

(E Polis, 25 ottobre 2006)

venerdì 20 ottobre 2006

Sulla sanità la lezione della Galizia

La salute è un bene prezioso ma molto costoso. La promozione e la prevenzione della salute, d’altra parte, sono un sintomo importante dell’avanzamento di un Paese. E la gratuità del sistema sanitario nazionale è una condizione fondamentale del Welfare.
Purtroppo la spesa sanitaria pubblica supera spesso il budget stanziato e le soluzioni prendono l’aspetto della riduzione dell’assistenza sanitaria e farmaceutica gratuita.
Prima di tagliare o limitare l’assistenza sanitaria gratuita, però, sarebbe razionale e augurabile individuare e ridurre gli sprechi.
Con questo intento alla Commissione Affari Sociali era stato proposto un emendamento all’articolo 94 della Finanziaria, “Iniziative in materia di farmaci”, per iniziativa di Donatella Poretti (RnP), e sottoscritto da Tommaso Pellegrino (Verdi), Luigi Cancrini (PdCI) e Daniela Dioguardi (Prc).
La proposta era di favorire la somministrazione individuale dei farmaci, soprattutto quelli di fascia A: il medico prescrive la dose necessaria, il farmacista consegna la quantità esatta invece che l’intera scatola (spesso inutilizzata e a rischio di scadenza).
In Galizia questa modalità di somministrazione ha ridotto la spesa sanitaria del 35%. In Italia, per i soli antibiotici, si potrebbe arrivare a risparmiare 400 milioni di euro. Nell’anno passato la spesa sanitaria a carico del servizio sanitario nazionale per i farmaci prescritti ha sforato di circa 380 milioni di euro.
Tagliare abbatte i costi, ma non risolve i problemi. Eliminare gli sprechi sembra essere una strada di gran lunga preferibile.
L’emendamento è stato respinto senza motivazioni.

(E Polis, 20 ottobre 2006)

giovedì 12 ottobre 2006

Quando l’orco si nasconde in una Chiesa

Lui si chiama Oliver O’Grady; lei non ha nome, perché è minorenne quando si consuma il reato. Lui è un prete; lei una bambina di undici anni come tante altre. Una bambina come tanti altri bambini che per 20 anni hanno subito abusi sessuali dallo stesso “padre”: Oliver O’Grady.
È la voce del prete, registrata durante il processo nel 1997, a raccontare questa storia agghiacciante in un documentario che uscirà sabato negli Stati Uniti: Deliver Us from Evil, di Amy Berg.
La vicenda sarebbe già raccapricciante così. Ma il racconto di O’Grady aggiunge particolari atroci: avrebbe abusato impunemente dei bambini sotto l’ala protettrice del cardinale Roger M. Mahoney, che con sollecitudine lo spostava di parrocchia in parrocchia quando la “situazione” diventava ingestibile.
Non solo il silenzio o l’indifferenza di chi non vuole vedere scomode realtà. Ma la complicità, un vero e proprio favoreggiamento di un reato consumato da chi avrebbe dovuto offrire conforto spirituale, e invece imponeva la soddisfazione dei propri appetiti sessuali. Vescovo della diocesi di Stockton, in California, Mahoney vigilava sul possibile scandalo. Attento non a che gli abusi avessero termine, ma che non trapelassero. Interessato non al ravvedimento, ma all’impunità.
500 cause civili nella sola Contea di Los Angeles riguardano abusi sessuali commessi da preti. Il nome di Mahoney ricorre spesso.
Oggi O’Grady è in Irlanda, sua terra natia, dopo aver scontato 7 anni di prigione. Mahoney è a capo della arcidiocesi cattolica di Los Angeles, la più vasta del paese, ed è uno dei più influenti uomini di chiesa in America.

(E Polis, 12 ottobre 2006)

giovedì 5 ottobre 2006

L’intervista alla donna che non c’è

La lettera aperta di Piergiorgio Welby ha superato gli angusti argini del dibattito tra fautori della libera scelta e avversari irriducibili dell’eutanasia sollevando una questione apparentemente non pertinente: esiste una deontologia per i giornalisti? Esistono delle regole elementari da rispettare?
Una risposta semplice e verosimilmente condivisa è raccontare la verità dopo averne accertato le fonti.
Due giorni fa su “La Stampa” è stato pubblicato un pezzo a firma di Flavia Amabile. Indignata per la dichiarazione di Marco Pannella “Gli stacco io la spina”, che è anche il titolo del suo articolo, Amabile costruisce la sua disapprovazione sulle menzogne.
Arriva addirittura a descrivere una stanza che non ha mai visto, suggerendo una familiarità inesistente (“l’appartamento è sempre lo stesso”), si spinge fino a riportare il parere di una figlia che non è mai nata e che affermerebbe di non conoscere Pannella e implorerebbe: “non ne possiamo più, lasciateci in pace”.
Sforzo di fantasia a parte, in un Paese civile la spudoratezza di questa invenzione avrebbe suscitato indignazione e forse la sospensione dall’Ordine dei Giornalisti.
In Italia quasi l’unica risposta è il silenzio e forse uno scappellotto per averla fatta davvero grossa! Con l’unica eccezione delle parole, fin troppo composte, di Mina Welby che non lasciano alcuno spazio al dubbio: “La famiglia Welby non ha concesso interviste a La Stampa, né alla suddetta giornalista, né ad altri. È totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio”. E verrebbe da aggiungere: “Lasciateci in pace”.


(E Polis, 5 ottobre 2006)