venerdì 8 settembre 2006

Troppi lati oscuri nella storia di Natascha

Cercando su Google “Natascha Kampusch” si ottengono 3.780.000 risultati. Per fare un confronto: se ne ottengono 12.000.000 per Charles Darwin, 5.240.000 per Silvio Berlusconi e 2.270.000 per Francesco Totti.
La ragazza rapita 10 anni fa e vissuta in un garage è una celebrità e non ha bisogno di presentazioni.
Sono però molti i punti oscuri di una vicenda al contempo straziante e grottesca. Non solo nella ricostruzione della modalità e delle ragioni del rapimento, dei lunghi anni trascorsi e della fuga. I punti oscuri emergono prepotentemente soprattutto dal racconto e dal comportamento di Natascha. Dalla sua proprietà di linguaggio e dal suo apparente equilibrio emotivo, inconsueto per una diciottenne, e ancor di più per una giovane donna che ha passato dieci anni in un isolamento affettivo e cognitivo quasi totali. Natascha ha raccontato di essere riuscita a farsi regalare una radio e a farsi portare giornali e riviste. S’ipotizza che il suo carceriere le abbia dato alcune lezioni: ma il suo carceriere, Wolfgang Priklopil, era un tecnico elettronico e non un pedagogo: il risultato è davvero sorprendente!
La ricostruzione della prigionia è inquietante: il perenne rumore di un ventilatore, l’angusto perimetro di un sottoscala, la consapevolezza che fuori nessuno sapesse nulla di lei e che addirittura la pensassero morta. Picchiare ai muri della sua prigione con bottiglie e calci non ha richiamato l’attenzione di nessuno. Nessuno l’ha riconosciuta per strada, durante le passeggiate insieme al suo carceriere.
Soltanto dopo 6 mesi la ragazza è salita in casa per lavarsi. Ricorda la pulizia dell’appartamento e i cibi caldi preparati dalla madre di Priklopil. E aggiunge “avevano un buon rapporto, si volevano bene”. Non si potrà, se la testimonianza di Natascha è attendibile, attribuire il gesto del criminale (come lei lo chiama) al cattivo rapporto con la madre – viene da pensare con una punta di sarcasmo.
Natascha racconta di avere sempre pensato a come fuggire. A trattenerla è stata la minaccia di Priklopil di fare una strage se lei se ne fosse andata. Addirittura a frenarla dal proposito della fuga c’era il pensiero delle conseguenze sul suo rapitore: “pensavo a sua madre, ai vicini di casa. Non mi piaceva l’idea di far scoprire la faccia oscura di un uomo che avevano sempre considerato una brava persona. [La madre] mi fa pena: ha perso non solo il figlio, ma anche la fede in suo figlio. Sapevo che fuggendo l’avrei ucciso. Mi aveva sempre detto che si sarebbe ammazzato se fossi scappata. In pratica, con la mia fuga ho straformato in assassini sia l’amico che gli ha dato un passaggio per la stazione, sia il conducente del treno che l’ha investito”.
È solo colpa della Sindrome di Stoccolma se il giudizio morale investe due ignari cittadini e non il suo carnefice?

(E Polis, 8 settembre 2006)