giovedì 28 settembre 2006

Sull’esistenza si imponga il libero arbitrio

Se in questo momento è difficile non partire dal caso Welby per discutere di eutanasia, è però doveroso spostare il dibattito su un altro piano: è giusto permettere la “dolce morte”?
Da una prospettiva morale, la libertà individuale è la condizione per rispondere affermativamente: siamo liberi di decidere riguardo alla nostra esistenza, morte inclusa.
Da una prospettiva legale, l’appiglio più potente è la possibilità di rifiutare trattamenti medici anche se questo comporta il rischio o la certezza della morte.
Nessun medico può decidere al posto del paziente, nessun medico può costringerlo ad assumere delle pillole e soprattutto nessuno può imporgli di vivere.
È bene sottolineare che la libertà di ricorrere all’eutanasia non significa imporla a chi non la vuole. E non comporta la compilazione di un elenco di persone ‘non degne’ di vivere che qualche tirannico avversario della disabilità vorrebbe eliminare, né l’autorizzazione dello Stato per il loro sacrificio. Significherebbe soltanto che chi desidera interrompere un’esistenza devastata dalla malattia e dalla sofferenza potrebbe farlo senza sotterfugi, senza nascondersi.
Scegliere se e come morire dovrebbe essere un diritto fondamentale di ogni cittadino. La sacralità della vita, tanto spesso invocata come baluardo contro ogni forma di eutanasia, è una forma sottile e raffinata di abuso, di assenza di rispetto. La morte in alcuni casi costituisce l’unico modo per sottrarsi ad una esistenza gravemente compromessa, e ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di scegliere. Condannare chi rifiuta di sopravvivere è un modo ipocrita di sottrarsi alla responsabilità personale.

(E Polis, 28 settembre 2006)