giovedì 24 agosto 2006

Occorre una “banca privata” pure in Italia

Qualche giorno fa vicino a Salerno è nata una bambina: gode di buona salute ed è la secondogenita di una famiglia come tante. O forse no. Perché il fratellino è malato di Talassemia major, una malattia del sangue che costringe chi ne soffre a subire frequenti trasfusioni. C’è però una speranza di guarigione per il bimbo: un trapianto di cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale della neonata.
Il caso è eccezionale anche per un’altra ragione: il cordone ombelicale, infatti, può essere donato, ma in forma anonima, senza che ci sia la possibilità di indicare il ricevente. La donazione diretta del cordone ombelicale è permessa soltanto nei casi in cui il donatore ha fratelli affetti da patologie curabili con un trapianto emopoietico; il sangue viene prelevato e utilizzato esclusivamente per i consanguinei. Come accade per la donazione degli organi da vivente.
Anche la conservazione del cordone ombelicale per uso autologo è vietata in Italia. In molti altri Paesi, invece, le partorienti possono conservare il cordone del proprio bambino come ‘banca privata’ di cellule staminali, qualora ve ne fosse bisogno in futuro. Chi volesse conservare il cordone del proprio figlio deve rivolgersi a banche estere, deve farlo personalmente e deve pagare dai duemila euro in su per la raccolta e una quota annua per la conservazione.
Quali sono le ragioni del divieto nostrano? Secondo alcuni vi sarebbe una ragione scientifica. La possibilità di dover ricorrere al proprio cordone ombelicale sarebbe tanto ridotta da essere irrilevante: circa un caso su oltre ventimila. L’improbabilità di utilizzo, tuttavia, non sembra sufficiente a motivare un divieto legale. Potrebbe essere una buona ragione per sconsigliare la conservazione del cordone a fini autologhi, ma non per impedirla. E allora? Giampietro Rupolo, coordinatore regionale per i trapianti del Veneto, invoca ragioni etiche. Conservare per sé il cordone costituirebbe una profonda erosione “del patrimonio di sensibilità alla donazione che si è costituito nella nostra società nel corso di questi anni”. Egoismo e rischio di diminuzione delle donazioni, in altre parole. Appare piuttosto discutibile la stretta correlazione tra la possibilità di conservare per sé e il rischio del crollo delle donazioni. Chi decide di donare non lo fa soltanto perché non può tenersi ciò che dona. Ma soprattutto, l’egoismo e il presunto effetto di riduzione delle donazioni non possono ragionevolmente sostenere un divieto legale. “Il giusto equilibrio tra interessi dei singoli individui e bisogni della collettività”, ammesso che si possa tracciare, non può essere imposto da una legge.

(E Polis, 24 agosto 2006)