venerdì 4 agosto 2006

Né buoni né cattivi: sono soltanto morti

In pochi chilometri di terra, tra il Libano e Israele, infuria una guerra che affonda le radici in un passato complesso e quasi sfocato, subissato ormai da decenni di violenza e morte. Come nelle faide familiari, ove spesso le ragioni per le quali il conflitto è cominciato sono state sepolte dalle macerie e dai corpi senza vita di persone che hanno l’unica colpa di essere nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. E che nella memoria dei sopravvissuti diventano un indelebile ricordo.
Centinaia di morti. Migliaia di feriti e sfollati, profughi. I cui occhi hanno visto morire i propri cari, distrutte le proprie case, e annientata ogni possibilità di tornare a una vita ‘normale’.
Durante gli oltre venti giorni di combattimento, il mondo intero è stato inondato da immagini terribili. Immagini di bambini israeliani che giocano con carri armati e immagini di bambini libanesi morti, i loro corpi straziati. Morti che rendono qualunque lingua inadatta a una descrizione, e che lasciano mute queste immagini di strazio terribile e ammutoliti gli spettatori. Un silenzio esasperato dal rumore delle sirene o dei missili, delle corsa verso i rifugi, dello scalpiccio spaventato di quanti vivono quotidianamente il pericolo di una morte assurda e brutale. E che in un Paese di pace appartengono solo ai ricordi o ai racconti dei nonni.
Israeliano, libanese, palestinese. Aggettivi che si svuotano di significato, perché la morte annienta ogni cosa: il respiro e l’appartenenza politica, il fluire del sangue e il Paese d’origine. Non esistono quasi mai i buoni e i cattivi, forse nemmeno sulla lavagna delle elementari. Ma soprattutto non esistono morti buoni e morti cattivi, ma soltanto morti. Le strade delle città svuotate, gli edifici mangiati dalle granate – fantasmi visibili di un orrore di cui non si intravede una fine. E l’orrore contagia ogni cosa, come un’epidemia pestilenziale. Anche l’udito, che allucinatorio
È impressionante percepire una reazione somigliante al sollievo nel rettificare un errore quantitativo nel bilancio delle vittime, come nel caso del massacro di Cana: “non sono 54 i morti (come dichiarato dalle autorità libanesi), ma sono 28 i decessi accertati e 13 dispersi”. E non stonerebbe anteporre “solo” al numero “28”. Non basta che 26 persone siano state risparmiate a mitigare la condanna senza appello del bombardamento e non basta a ridurre lo sgomento per la carneficina.
Sarebbe uno sporco gioco di contabilità dei cadaveri, per usare l’espressione di Bernard-Henri Levy. Provoca la stessa amarezza dei mesti conteggi delle vittime di un incidente aereo, quando dopo il numero ci si affanna a specificare: nessun italiano a bordo. Come se questo rendesse meno drammatico l’incidente, come se ne attenuasse la tragicità.

(E Polis, 4 agosto 2006)