domenica 2 luglio 2006

Decreto Bersani porta libertà nello Stato

Liberalizzazione della produzione del pane; possibilità di cumulare le licenze dei taxi; eliminazione delle tariffe obbligatorie fisse o minime per i liberi professionisti. Questi sono solo alcuni punti del decreto Bersani che introduce modifiche nei settori più disparati. L’applicazione del decreto intende promuovere la concorrenza e favorire in tal modo una riduzione dei costi e delle spese da parte dei consumatori.
Inoltre, il decreto Bersani introduce un alito di libertà nella vita dello Stato; libertà che non manca di suscitare polemiche da parte degli ordini professionali coinvolti, caste rigide e spesso ostili a qualunque attentato, vero o vissuto come tale, ai privilegi e ai monopoli. E che offre una occasione per riflettere sul ruolo dello Stato in materia di coercizione, che può indossare i panni di garanzie, ordini professionali o dazi. O di veri e propri divieti. Coercizione che può essere legittima oppure no. Accogliendo la strenua difesa della libertà di John Stuart Mill, il decreto Bersani è ben accetto e addirittura doveroso. Perché la libertà è un bene di inestimabile valore, e dunque ogni strumento che serva a proteggerla o a rinforzarla è prezioso. La libertà è la condizione necessaria della vita morale dei cittadini, della stessa possibilità di convivenza civile, della fantasia e della creatività. Ebbene, la restrizione della libertà richiede ragioni forti e gravi: si pensi a un delitto e alla conseguente restrizione della libertà di colui che ne è il responsabile. Viene da domandare: i divieti o le restrizioni che il decreto Bersani spazza via si fondavano su ragioni tanto forti da legittimare la derivante restrizione di libertà? Non sembra esagerato rispondere negativamente. Anche se è inevitabile domandare anche: la libertà che il decreto Bersani favorisce, e in generale la libertà, non è forse in contraddizione con la giustizia (per esempio di proteggere alcune fasce deboli di lavoratori)? Uno Stato inciampa spesso in tale conflitto. Ogni sistemazione è perfettibile; ed ogni aggiustamento può essere “accusato” di disinteressarsi di qualche persona o di qualche gruppo. Si pensi al problema delle diverse condizioni di partenza, dovute alle circostanze sociali e politiche ed economiche nelle quali si nasce e si vive, ma anche e soprattutto alle differenze di talento o capacità, fino a giungere alle vere e proprie disabilità, alle menomazioni fisiche o mentali che spostano la linea di partenza di decine e decine di metri rispetto ai cosiddetti ‘normali’. Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato: cercare di ricomporre quella linea frammentata e scomposta, oppure lasciare che la corsa si svolga senza deus ex machina?

(E Polis, 2 luglio 2006)