giovedì 8 giugno 2006

Vescovi, scienza e il dibattito sulla morte

Qualche giorno fa la Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute ha redatto una nota pastorale sulla salute (e la carità, ovviamente). La nota si intitola “Predicate il Vangelo e curate i malati”, e a volo d’uccello tocca numerosi temi inerenti alla salute, complessi e spinosi.
Una delle sezioni più interessanti porta il titolo “Atteggiamento prometeico”. La nota ammette che l’avanzamento della medicina permette di migliorare la qualità della vita, di renderla più lunga e di controllare il dolore. Ad occhi inesperti (o lievemente tendenziosi?) sembrerebbero conquiste positive e moralmente legittime. Esiti di cui rallegrarsi, insomma. Ma poi seguono tutti i ‘ma’, troppi ‘ma’ per non domandarsi se in quegli stessi risultati non albergasse di già, secondo la nota pastorale, il germe della tracotanza umana, foriera di mali terribili. Il primo esito infausto rievoca il titolo del paragrafo: il progresso della scienza indurrebbe nell’uomo un atteggiamento prometeico, ovvero una illusione di potersi impadronire della vita e della morte coltivando “l’immagine di un uomo padrone assoluto dell’esistenza, arbitro insindacabile di sé, delle sue scelte e delle sue decisioni”. Ciò che non va bene in tale “illusione” secondo la Commissione Episcopale, è utile esplicitarlo, è l’usurpazione umana della proprietà divina delle nostre esistenze. La nota poi si spinge oltre l’accusa generica, e fa i nomi dei due bersagli principali: eutanasia ed accanimento terapeutico. Ad accomunarli è la colpa di non accettare di misurarsi con la morte. Morte decisa da Dio: ecco il crimine imperdonabile. Senza indugiare sulla sensatezza della condanna verso coloro che pretendono di essere padroni della propria esistenza, il biasimo espresso dalla nota verso eutanasia ed accanimento terapeutico solleva alcuni problemi di tenuta interna dell’accusa. Qual è il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia? È evidente che astenersi dalla terapia troppo presto potrebbe equivalere proprio alla disapprovata eutanasia. Se non si offrono criteri per distinguere la terapia ammessa da quella ritenuta pertinace, lo spettro dell’eutanasia si nasconde dietro ad ogni sospensione di terapia. La voce di Dio non ci viene in aiuto per indicarci dove ha inizio l’accanimento terapeutico o dove comincia l’eutanasia. E per tornare a Prometeo, non esistono solo le due alternative prospettate dalla nota: l’illusorio sogno di un progresso assoluto o l’abbandono nelle braccia di Dio del proprio destino. In questo caso, tertium datur. Anzi, sono ammesse molte alternative, e non è detto che quella divina sia la migliore.

(E Polis, 8 giugno 2006)