mercoledì 14 giugno 2006

Scomparsi, la voragine del non sapere

Francesco e Salvatore hanno 11 e 13 anni, e sono scomparsi un pomeriggio del 5 giugno. Sono usciti a giocare, e non sono più tornati. Da allora ricerche, ipotesi e accuse si incrociano e si gonfiano di speranza e angoscia. Speranza di riabbracciarli e angoscia di non poterlo fare mai più. Senza nemmeno conoscere il loro destino. Bambini scomparsi. Sono tremila in Italia ogni anno. Per molti di loro la sparizione si rivela una ragazzata, o una piccola vendetta per una offesa subita, presunta o reale, o per un desiderio tradito da parte dei genitori. Per molti di loro c’è uno scioglimento felice del mistero. Per altri invece l’esito è drammatico: la scomparsa cela una morte avvenuta e ignorata. Infine scoperta. Ad alcuni non è concesso nemmeno questa atroce soluzione: rimane solo l’aggettivo ‘scomparso’.
“Se fossero vivi mi avrebbero chiamato”, dice la madre di Francesco e Salvatore. Che cosa è successo ai due bambini? La speranza è che sia soltanto una fuga preannunciata, minacciata, come solo i bambini sanno minacciare (“Noi scappiamo”, avrebbero detto qualche giorno prima); e che spesso gli adulti non sanno ascoltare. Ma il trascorrere dei giorni sgretola l’attesa fiduciosa, e la muta in terrore.
Impossibile non pensare all’attesa alimentata dalla scomparsa del piccolo Tommaso, che ha tenuto con il fiato sospeso i genitori per un mese. Poi l’orrenda scoperta, che ha almeno concesso al dolore di essere vissuto. Ben magra consolazione. Ma gli esempi di buio sono tanti e devastanti: Denise, la piccola entrata nelle case di tanti con le guance tonde e i ciuccetti; ‘scomparsa’. E Angela, la cui faccia da bambina ha tappezzato molti angoli delle città, insieme alle parole di preghiera e invocazione. “Torna a casa”. Invocazioni inascoltate, “chi sa parli”, dirette agli estranei, a chiunque possa avere qualche informazione. Oppure ai bambini stessi: “tornate, non vi strilleremo, papà e mamma smetteranno di litigare”. Promesse formulate con la speranza che se e quanto di terribile potrebbe essere già accaduto, possa essere cancellato, cambiato. Tornare indietro per creare una realtà diversa.
Bambini scomparsi. Le loro esistenze ‘altrove’ alimentate dal ricordo. Perché la morte devasta, ma il non sapere apre una voragine impossibile da colmare. Il tempo dell’incertezza è un tempo avvelenato. È un tempo interminabile, cui è impossibile attribuire un significato. E impossibile da estinguere. La scomparsa è addirittura più dolorosa di un’atroce certezza. Il dubbio avvelena il cuore e l’animo senza concedere che un angusto e tormentato spazio alla speranza, subito scacciata perché fa paura mantenere una speranza che può da un momento all’altro essere spazzata via. E poi trattenuta, implorata, perché spazzarla via fa ancora più paura.

(E Polis, 14 giugno 2006)