domenica 25 giugno 2006

Il testamento biologico di Veronesi

Qualche giorno fa la Fondazione Veronesi ha redatto una versione di Testamento Biologico che prevede la possibilità per tutte le persone maggiorenni, in grado di intendere e di volere, di esprimere la propria volontà riguardo ai trattamenti medici per un eventuale futuro in cui non fosse loro più possibile, in seguito a una malattia invalidante e irreversibile. Offre, in altre parole, la possibilità di far “slittare” un diritto riconosciuto e attribuito a tutte le persone coscienti, quello di rifiutare le cure, ad una fase della propria esistenza in cui la possibilità di decidere è spazzata via. Direttive anticipate, appunto.
Il Consiglio nazionale del notariato ha dato via libera al Testamento Biologico, con l’unanimità dei voti. Dalla prossima settimana chiunque lo desidera può esprimere la propria volontà, con la garanzia di autenticità dell’atto fornito da un notaio.
È necessario che una legge parlamentare risolva al più presto le incertezze operative al riguardo, ma il materializzarsi di questa possibilità è fondamentale e costituisce uno strumento irrinunciabile di libertà ed autodeterminazione.
Non mancano le critiche. Secondo Adriano Pessina, direttore del centro di bioetica dell’Università Cattolica e rappresentante fedele della posizione cattolica, il Testamento Biologico in questione (ma non sembra una forzatura ampliare il suo giudizio a tutte le possibili proposte di direttive anticipate) sarebbe “gravemente lesivo della dignità della persona umana malata”.
Pessina sembra dimenticare che sono quelle stesse persone malate a chiedere di non ricevere, in alcune circostanze, trattamenti medici. Nessun altro (medici, Stato, familiari) potrebbe decidere al loro posto, o tantomeno potrebbe imporre loro di “non curarsi”. In che modo è possibile rispettare maggiormente la dignità di una persona se non rispettando la sua volontà?
Fa poi davvero sorridere il richiamo fiducioso e entusiasta alla tecnologia, dopo che tante condanne, da parte dei cattolici, nei confronti delle biotecnologie sono state costruite sul richiamo alla “naturalità”. Pessina auspica infatti che i pazienti e la stessa società “rifiutino questa demonizzazione della tecnologia e della medicina di supporto vitale”. Possono già farlo. Chi non intende sospendere i trattamenti può rifiutare questa demonizzazione della tecnologia, sottoponendosi alle forme più estreme di accanimento terapeutico. È civile e doveroso permettere, però, a chi la pensa diversamente di rifiutare le cure. Di scegliere della propria vita e della propria morte. Scegliere di rifiutare le cure non è una rinuncia, come Pessina sostiene, ma una scelta individuale, intima e incontestabile di libertà.

(E Polis, 25 giugno 2006)