venerdì 23 giugno 2006

Beneficenza tra reali e goliardi

“Sì ho preso dei soldi. E anche tanti soldi. Ma sempre a fini di beneficenza”. Questa è stata la risposta di Vittorio Emanuele ai magistrati che l’hanno interrogato. Risposta che insinua un dubbio lacerante addirittura a proposito della lingua italiana. Che significherà ‘beneficenza’? In genere si intende una “attività caritatevole rivolta agli indigenti, spec. sistematica e organizzata” (dal dizionario di Tullio De Mauro). Chi sarebbero gli indigenti che hanno usufruito della beneficenza di Vittorio Emanuele? È lecito saperlo, o anche solo domandarlo?
Sulla questione dei Monopoli si dichiara ignorante. E a proposito dei 20.000 euro che sarebbero stati consegnati da Rocco Migliardi e Achille De Luca allo scopo di sbloccare 5.000 nulla osta per le slot machine, chiede con consumata retorica: “Ma cosa vuole, dottore, che mi mettessi a fare l’intermediario per 20mila euro? Argent de poche, suvvia...”. Pochi spiccioli, pochi ridicoli spiccioli per i quali non varrebbe davvero la pena di sporcarsi le mani. Non per un discendente di una (destituita) casata reale. Si potrebbero sempre devolvere in beneficenza, però. In ogni modo, non è nemmeno detto che prendere soldi sia sempre illegale. Lo afferma anche Gaetano Pecorella che l’opinione pubblica deve capire che non tutti i passaggi di soldi sono automaticamente tangenti.
E poi mica si può pretendere che si abbia sempre la consapevolezza di quanto accade. “Ho tanti amici, conosco tanta gente. Ma che cosa ne sapevo di cosa succedesse lontano da me?”. Giochi di parole, ossimori, arti oratorie, equivoci e goliardate: l’inchiesta di Potenza si ridurrebbe a questo, secondo gli accusati.

(E Polis, 23 giugno 2006)