martedì 16 maggio 2006

La verità, vi prego, sull’amore (falso e debole): il Papa e i Pacs

I Pacs sono ancora una volta sotto esame. Con nessuna speranza di essere promossi, però; un po’ come lo studente indocile che a maggio sa già di avere 7 in condotta, e per questo è condannato a ristudiare i Promessi Sposi. Durante il Congresso internazionale promosso dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia, Benedetto XVI ha condannato le unioni diverse dal sacro vincolo del matrimonio. Niente Pacs, che dio ce ne scampi!
Perché? Perché tali unioni sarebbero ‘false’. Strano aggettivo per denotare i rapporti umani. Soprattutto l’amore. Quale sarebbe un amore falso? Forse è possibile inferirlo dalle successive parole papaline: “il vero amore è possibile solo tra uomo e donna” e si attua nella “sua forma più importante”, il matrimonio. Questo perché, secondo il Papa, la differenza sessuale tra uomo e donna non è un dato meramente biologico, ma riveste un significato ben più profondo, ovvero esprime “quella forma dell’amore con cui l’uomo e la donna, diventando una sola carne, possono realizzare un’autentica comunione di persone aperta alla trasmissione della vita e cooperano così con Dio alla generazione di nuovi esseri umani”. Ah, ecco: il vero amore è quello che mira alla riproduzione; o meglio, il vero amore, purché piegato alla riproduzione (non il sesso per il sesso, per carità), è quello sessuale. Strana conseguenza per una visione cattolica ostile ai piaceri della carne. Ma allora il Papa dovrebbe accettare i Pacs tra uomini e donne, almeno quelli in cui sia esplicitamente dichiarato l’intento riproduttivo. No, neanche questi vanno bene, naturalmente. (Che ne è dei matrimoni senza figli? Alla gogna pure loro, sterilità a parte, in quanto condanna divina. Ma che avranno fatto quegli sposi per meritare la sterilità?) Perché tutti i tipi di unione alternativi al matrimonio sono ‘confusi e basati su un amore debole’. Amore debole. Amore debole? E la garanzia della (presunta) forza dell’amore si annida in una carta matrimoniale? In una firma e in poche parole pronunciate e distorte dall’eco benedetta? “Vuoii tuu prenderee comee legiittimoo sposoo…”.
Si inciampa nella blasfemia a domandare che cosa ne può sapere il Papa di amore sessuale?
La condanna del Papa è ancora più insensata perché se anche fosse possibile dimostrare che un tipo di amore è debole e falso, da questo non potrebbe conseguire una messa al bando di unioni basate su una tale caricatura dell’amore ‘vero’. Al più ne conseguirebbe soltanto un appellativo di ‘debole’ e ‘falso’.
È terribilmente ingenuo, e grottesco, credere che il pronunciare ‘sì’ in chiesa garantisca la verità e la forza degli amori: basta farsi un conto dei divorzi tra chi ha contratto il patto di indissolubilità, “finché morte non ci separi”, tra le pareti affrescate di una chiesa. Sfido il Papa a confutare che (almeno dal suo punto di vista) un divorzio non sia la prova più evidente della debolezza di un amore che si diceva eterno, indissolubile e vero. Per noi blasfemi la fine di un amore non dimostra nulla circa la sua intensità.
È offensivo, d’altra parte, condannare a priori chi si ama e rifiuta una consacrazione ufficiale e formale; offensivo pensare che due donne o due uomini non possano provare reciprocamente un amore intenso, profondo e ‘vero’ (qualunque sia il significato che intendiamo attribuire alla verità di un amore).
Tante chiacchiere, a dir la verità, sono irrilevanti ai fini della possibilità legale di scegliere modi di vivere diversi da quelli promossi dal pontefice; siano questi determinati dai Pacs, dalle cure mediche da accettare o rifiutare, da una morte dignitosa e così via. Almeno dovrebbero esserlo.
Ognuno pensi ciò che preferisce; ma il mio parere dovrebbe contare quanto quello del Papa.
La legge deve invece muoversi sulla base di altri criteri che non siano lo scandalo o il patentino di amore vero concesso da Benedetto XVI.

ps
Stendhal condannava tutti gli amori alla falsità in quanto allucinazioni di caratteristiche perfette attribuite all’amato, caratteristiche che non esistono a questo mondo. Ma non intendeva certo questo Papa Ratzinger.

(Liberacafè, 16 maggio 2006)