domenica 28 maggio 2006

Anche le galline possono cambiare sesso

I primi mesi della sua vita sono stati banali come (quasi) solo la vita delle galline può essere. Deponeva e covava le uova; si aggirava placidamente nel pollaio e aveva un comportamento mite e arrendevole adatto al gentil sesso. La sua esistenza scorreva serenamente in un allevamento di pollastri di una piccola città vicino a Bristol.
Un bel giorno, però, si è svegliata all’alba e ha cominciato a cantare, è diventata sempre più attaccabrighe, ha cambiato piumaggio e cercava di irretire le galline. Addirittura ha messo su una cresta di un rosso fiammante. Insomma, si comportava proprio da galletto prepotente.
Il suo proprietario, l’allevatore inglese Jo Richard, era esterrefatto. Sono anni che alleva pollame e non gli era mai capitata una cosa simile, assicura. Se nasci gallina, muori gallina! Non credeva ai suoi occhi.
Ma poi gli esperti gli hanno detto che può succedere, è piuttosto raro ma può accadere. Una gallina su diecimila cambia sesso. Involontariamente, è bene specificare. E senza le lungaggini e le sofferenza chirurgiche che subiscono gli esseri umani che desiderano cambiare sesso. La gallina è transessuale per colpa di un ovaio difettoso, che si trasforma in una specie di testicolo. Questa trasformazione comporta l’innalzamento del livello di testosterone, e le conseguenti modifiche di comportamento e d’aspetto, cresta e coda mascolina comprese. Ogni mattina Jo Richards è svegliato dal canto della sua ex gallina.

(E Polis, 28 aprile 2006)

lunedì 22 maggio 2006

Il buon senso sulla via dell’Oklahoma

Nel 2004 lo Stato dell’Oklahoma promulgò una legge che negava il riconoscimento di un’adozione da parte di più di un individuo dello stesso sesso, fosse anche avvenuta in un altro Stato o in una giurisdizione straniera (‘The Adoption Invalidation Law’). Nel caso di coppie omosessuali con un bambino adottato, in altre parole, l’Oklahoma riconosceva il titolo di genitore ad uno solo dei partner.
Pochi giorni fa, una sentenza della Corte Federale ha dichiarato incostituzionale la legge di invalidazione delle adozioni. Ha dichiarato questa legge tanto bizzarra da avere la potenzialità di rendere un bimbo, adottato da una coppia omosessuale, orfano non appena avesse varcato il confine dell’Oklahoma. Le motivazioni del giudizio di incostituzionalità sono un manifesto di Civiltà e di Libertà (con la maiuscola!). Ma anche di estremo Buon Senso. Secondo il giudice distrettuale Robin Cauthron, il fatto che sia stata concessa una adozione (sia pure ad una coppia omosessuale) è una ragione sufficiente per considerare quella adozione nell’interesse del minore. Non esiste alcuna evidenza per sostenere che una coppia omosessuale non sia in grado di offrire affetto, stabilità e un contesto familiare accogliente al bimbo adottato. Le preferenze sessuali dei genitori non costituiscono un elemento per valutare la capacità di essere un buon genitore. La legge dell’Oklahoma sgretolava famiglie senza offrire una giustificazione sensata. Senza alcuna valida ragione tale legge intimava a uno dei genitori adottivi (solo per il fatto di essere omosessuale): “tu non sei più il genitore del tuo bambino”, infrangendo il diritto fondamentale di cura, di custodia e di allevamento del minore. Il veto imposto a copie dello stesso sesso è discriminatorio. Non solo verso le coppie omosessuali, ma anche verso il bambino.
Secondo Cauthron, negare l’adozione a una coppia in quanto omosessuale (e non in base ad una valutazione del profilo caratteriale) costituisce una violazione delle libertà e dell’autonomia, una inammissibile intrusione da parte dello Stato nei rapporti intimi e familiari.
Qual è lo scopo dell’adozione? Offrire al minore un ambiente familiare affettuoso. L’essere omosessuale non incrina a priori tale possibilità. Inoltre la Suprema Corte ha più volte ribadito che il diritto ad essere genitore è fondamentale. Servono ragioni consistenti per arginarlo o per negarlo a qualcuno. Ancora una volta, le scelte sessuali e intime degli aspiranti genitori non rientrano in simili ragioni. Le coppie omosessuali possono dormire sonni più tranquilli dopo questa sentenza federale: merito della tenacia di Lambda Legal, una organizzazione per il pieno riconoscimento dei diritti civili a gay, lesbiche, bisessuali transessuali e sieropositivi.

(E Polis, 22 maggio 2006)

venerdì 19 maggio 2006

Qualche rene a rimborso spese

L’altruismo non basta. Negli Stati Uniti ogni anno muoiono 18 persone in attesa di un rene che potrebbe salvare loro la vita. In attesa di un rene donato. Ogni 90 minuti una persona muore perché gli organi disponibili sono inferiori alle richieste. L’attesa può durare dai 5 agli 8 anni; troppo.
In questi giorni è alla ribalta una proposta, già oggetto di discussione, che scatena le più feroci polemiche: se non basta incentivare le donazioni di organi, che se ne permetta il commercio. Si chiama mercato di organi, con palese disprezzo.
I difensori di questa proposta devono vedersela con tabù profondamente radicati e con obiezioni di natura etica e sociale: l’ammissibilità di vendere il proprio corpo o il rischio che siano solo i poveri a ricorrere alla vendita di parti di sé.
Un’arringa difensiva potrebbe fare leva su alcuni argomenti. I troppi morti per carenza di organi disponibili; un mercato di organi già esistente, illegale e mal gestito. Meglio sarebbe renderlo legale e gestito dalle istituzioni sanitarie, dunque. Quanto all’attrattiva di un compenso economico per i più poveri, si potrebbe offrire assistenza sanitaria o di altro genere invece che soldi. O rendere il risarcimento proporzionale al reddito. Il veto morale sulla possibilità di disporre del proprio corpo, poi, è già stata intaccato dalla ‘vendita’ di sangue e gameti. La forma può essere quella del rimborso spese, o di prestazioni mediche in cambio, ma è pur sempre ‘dare qualcosa in cambio di qualcos’altro’. Si dice che servono un paio di generazioni per cambiare l’opinione pubblica; troppo per quanti aspettano di avere qualche possibilità di sopravvivere.

(E Polis, 19 maggio 2006)

martedì 16 maggio 2006

La verità, vi prego, sull’amore (falso e debole): il Papa e i Pacs

I Pacs sono ancora una volta sotto esame. Con nessuna speranza di essere promossi, però; un po’ come lo studente indocile che a maggio sa già di avere 7 in condotta, e per questo è condannato a ristudiare i Promessi Sposi. Durante il Congresso internazionale promosso dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia, Benedetto XVI ha condannato le unioni diverse dal sacro vincolo del matrimonio. Niente Pacs, che dio ce ne scampi!
Perché? Perché tali unioni sarebbero ‘false’. Strano aggettivo per denotare i rapporti umani. Soprattutto l’amore. Quale sarebbe un amore falso? Forse è possibile inferirlo dalle successive parole papaline: “il vero amore è possibile solo tra uomo e donna” e si attua nella “sua forma più importante”, il matrimonio. Questo perché, secondo il Papa, la differenza sessuale tra uomo e donna non è un dato meramente biologico, ma riveste un significato ben più profondo, ovvero esprime “quella forma dell’amore con cui l’uomo e la donna, diventando una sola carne, possono realizzare un’autentica comunione di persone aperta alla trasmissione della vita e cooperano così con Dio alla generazione di nuovi esseri umani”. Ah, ecco: il vero amore è quello che mira alla riproduzione; o meglio, il vero amore, purché piegato alla riproduzione (non il sesso per il sesso, per carità), è quello sessuale. Strana conseguenza per una visione cattolica ostile ai piaceri della carne. Ma allora il Papa dovrebbe accettare i Pacs tra uomini e donne, almeno quelli in cui sia esplicitamente dichiarato l’intento riproduttivo. No, neanche questi vanno bene, naturalmente. (Che ne è dei matrimoni senza figli? Alla gogna pure loro, sterilità a parte, in quanto condanna divina. Ma che avranno fatto quegli sposi per meritare la sterilità?) Perché tutti i tipi di unione alternativi al matrimonio sono ‘confusi e basati su un amore debole’. Amore debole. Amore debole? E la garanzia della (presunta) forza dell’amore si annida in una carta matrimoniale? In una firma e in poche parole pronunciate e distorte dall’eco benedetta? “Vuoii tuu prenderee comee legiittimoo sposoo…”.
Si inciampa nella blasfemia a domandare che cosa ne può sapere il Papa di amore sessuale?
La condanna del Papa è ancora più insensata perché se anche fosse possibile dimostrare che un tipo di amore è debole e falso, da questo non potrebbe conseguire una messa al bando di unioni basate su una tale caricatura dell’amore ‘vero’. Al più ne conseguirebbe soltanto un appellativo di ‘debole’ e ‘falso’.
È terribilmente ingenuo, e grottesco, credere che il pronunciare ‘sì’ in chiesa garantisca la verità e la forza degli amori: basta farsi un conto dei divorzi tra chi ha contratto il patto di indissolubilità, “finché morte non ci separi”, tra le pareti affrescate di una chiesa. Sfido il Papa a confutare che (almeno dal suo punto di vista) un divorzio non sia la prova più evidente della debolezza di un amore che si diceva eterno, indissolubile e vero. Per noi blasfemi la fine di un amore non dimostra nulla circa la sua intensità.
È offensivo, d’altra parte, condannare a priori chi si ama e rifiuta una consacrazione ufficiale e formale; offensivo pensare che due donne o due uomini non possano provare reciprocamente un amore intenso, profondo e ‘vero’ (qualunque sia il significato che intendiamo attribuire alla verità di un amore).
Tante chiacchiere, a dir la verità, sono irrilevanti ai fini della possibilità legale di scegliere modi di vivere diversi da quelli promossi dal pontefice; siano questi determinati dai Pacs, dalle cure mediche da accettare o rifiutare, da una morte dignitosa e così via. Almeno dovrebbero esserlo.
Ognuno pensi ciò che preferisce; ma il mio parere dovrebbe contare quanto quello del Papa.
La legge deve invece muoversi sulla base di altri criteri che non siano lo scandalo o il patentino di amore vero concesso da Benedetto XVI.

ps
Stendhal condannava tutti gli amori alla falsità in quanto allucinazioni di caratteristiche perfette attribuite all’amato, caratteristiche che non esistono a questo mondo. Ma non intendeva certo questo Papa Ratzinger.

(Liberacafè, 16 maggio 2006)

domenica 14 maggio 2006

Sesso e amore alla prova dei mal di testa

“Caro, ho mal di testa” è una delle frasi che nessun uomo vorrebbe sentirsi dire. Ma che prima o poi, almeno una volta nella vita di coppia, si riceve come reazione ad una avance amorosa. Capita anche al gentil sesso di rimediare un rifiuto (“Cara, una riunione infinita oggi…”). Tuttavia è meno frequente; sembra che 2 volte su 3 sia lei a non avere voglia di fare l’amore. E il mal di testa dovrebbe celare quella mancanza di desiderio ben poco galante da confessare. Anche se è un gioco delle parti, si sa, perché entrambi sanno bene qual è la verità, ma preferiscono interpretare ognuno il proprio ruolo, testa dolente e premurosa pasticca. “Vado a prenderti un cachet, cara”.
Finché una donna non ha voglia di avere rapporti sessuali in periodi vicini al parto o durante l’allattamento, il disinteresse è ‘normale’. Ma se l’indifferenza sessuale si prolunga o non è imputabile ad un periodo specifico, c’è da preoccuparsi. Le spiegazioni degli esperti sono varie. Secondo alcuni la ragione principale è di origine fisica: questione di ormoni, che dai vent’anni in poi subiscono un inesorabile declino. Ma il desiderio sessuale diminuisce anche per colpa di altri acciacchi: colesterolo, diabete o ipertensione (“Caro, ho il colesterolo alto”, bisognerebbe dire allora per essere più precise. Ma forse il partner non capirebbe che il significato sottinteso è “non mi ti avvicinare di un altro centimetro”). Secondo altri esperti le ragioni sono più esistenziali che biologiche. Legami amorosi corrosi, tensioni represse, scelte difficili.
Quale che sia l’interpretazione, quale potrebbe essere il rimedio? A chi potrebbero chiedere aiuto le signore il cui ardore è sopito? Viene da sorridere a pensare che possa essere il medico di famiglia a indicare lo specialista, sia perché è indubbio di che specialista si tratti, sia perché esiste ancora molto pudore a parlare di sesso. Lo stesso pudore che circonda la contraccezione; o la sterilità, spesso scambiata per impotenza e vissuta come menomazione di cui vergognarsi. E allora? È inevitabile pensare al trito luogo comune che il matrimonio sia la bara del desiderio. Non è che i Pacs potrebbero sostenere più saldamente il desiderio di fare l’amore con il proprio amante? Se così fosse, sarà vita dura per gli amanti italiani. Perché le unioni di fatto sono maltrattate o ignorate da quanti dovrebbero dedicare attenzione ai diritti civili. Gli uomini politici, s’intende. E sono maltrattate, ma questo è comprensibile, anche dal Papa, che non perde occasione per manifestare il proprio sdegno (politico e giuridico, si badi, non confessionale). Certo invocare l’incremento del desiderio sessuale non sembra una buona strategia per convincere il Papa a perdonare i peccaminosi Pacs…

(E Polis, 14 maggio 2006)

venerdì 12 maggio 2006

Solo il “sì” garantisce l’amore vero

Oggi Benedetto XVI ha condannato le unioni diverse dal sacro vincolo del matrimonio. Tali unioni sarebbero ‘false’. “Il vero amore è possibile solo tra uomo e donna”, spiega il Papa, e si attua nella “sua forma più importante”, il matrimonio. Questo perché, secondo il Papa, la differenza sessuale tra uomo e donna non è un dato solo biologico, ma riveste un significato più profondo, esprime “quella forma dell’amore con cui l’uomo e la donna, diventando una sola carne, possono realizzare un’autentica comunione di persone aperta alla trasmissione della vita e cooperano così con Dio alla generazione di nuovi esseri umani”. Ah, ecco: il vero amore è quello che mira alla riproduzione; o meglio, il vero amore, purché mirante alla riproduzione, è quello sessuale. Strana conseguenza per una visione cattolica ostile ai piaceri della carne. Allora il Papa dovrebbe accettare i Pacs tra uomini e donne, almeno quelli volti alla riproduzione. No, neanche questi vanno bene, naturalmente. Perché tutti i tipi di unione alternativi al matrimonio sono “confusi e basati su un amore debole”. E la garanzia della (presunta) forza dell’amore si annida in una carta matrimoniale?
È ingenuo e grottesco che il ‘sì’ garantisca la verità e la forza degli amori: basta farsi un conto dei divorzi tra chi ha contratto il patto di indissolubilità, finché morte non ci separi, tra le pareti affrescate di una chiesa. È offensivo, d’altra parte, condannare a priori chi si ama e rifiuta una consacrazione ufficiale; offensivo pensare che due donne o due uomini non possano provare reciprocamente un amore intenso, profondo e ‘vero’.

(E Polis, 12 maggio 2006)

mercoledì 10 maggio 2006

Quei pedofili mascherati da missionari

Una violenza è una violenza; chiunque sia a perpetrarla. Ma quando proviene da qualcuno di cui ci si dovrebbe fidare ha un sapore ancora più acre. Oltre al danno fisico e morale insinua una sfiducia profonda anche verso chi dice di volerti aiutare. Sbriciola la differenza, già così fragile, tra i buoni e i cattivi. Soprattutto agli occhi dei bambini, per i quali quella differenza è tanto importante.
L’organizzazione mondiale per la tutela dell’infanzia “Save the Children” ha denunciato abusi sessuali ai danni dei bambini accolti nei campi profughi della Liberia. Abusi compiuti da parte di operatori di organizzazioni umanitarie, di militari delle forze di pace, di insegnanti o di personale che lavora nei campi. Aguzzini mascherati da dispensatori di protezione e aiuto. Sesso in cambio di un po’ di cibo, o per un bicchiere d’acqua. Sesso barattato per un vestito stracciato, o anche soltanto per un giro in macchina. E, soprattutto, sesso procacciato da quanti in Liberia c’erano andati, così dicevano, per offrire il proprio sostegno ad una popolazione stremata da una atroce guerra civile, dalla fame e dalla miseria.
È facile mercanteggiare con un bambino in simili condizioni, è facile approfittarsi di chi vive in una condizione di debolezza e di sofferenza. È facile e osceno servirsi del proprio potere per ottenere favori sessuali. Il rapporto presentato da “Save the Children” è stato compilato sulla base di interviste a oltre trecento persone, la metà delle quali ancora risiede nei campi liberiani; le altre sono state interrogate dopo essere tornate a casa. Speriamo che gli aguzzini non siano solo rispediti a casa.

(E Polis, 10 maggio 2006)

sabato 6 maggio 2006

Paola Binetti non vuole i Pacs

Spesso ci si lamenta dell’incostanza dei politici, delle promesse mancate, della loro imprevedibilità – per usare un eufemismo. Invece Paola Binetti, neo senatrice della Margherita ed ex presidente di quel comitato ‘Scienza e Vita’ che caldeggiava l’astensionismo referendario sulla legge 40, dimostra una coerenza ammirevole. Nel programma dell’Unione non sono contemplati i Pacs, e i Pacs non si faranno, afferma varcando la soglia di Palazzo Madama. Perché i principi etici non sono negoziabili, secondo Binetti, e il suo intento è quello di garantire “una grande libertà”. Verrebbe da chiedere che cosa intenda Binetti per libertà. La possibilità legale di costruire alternative alla cosiddetta famiglia tradizionale non rientra, evidentemente, nel suo personale concetto di libertà e nei suoi principi etici: i Pacs non meritano di essere garantiti. Uno Stato laico e liberale, quale ancora si definisce l’Italia, non dovrebbe interessarsi di principi etici. Non dovrebbe imporli, soprattutto. Se già appare inaccettabile la categorica condanna verso i patti civili di solidarietà, ancora più inverosimile è l’abbozzo di una spiegazione da parte di Binetti. È un momento difficile, spiega; non bisogna alimentare fratture e discussioni all’interno della coalizione di centrosinistra. E domanda: perché ostinarsi su argomenti che dividono, perché insistere su simili capricci? “Questo tema non soltanto è sbagliato ed inutile ma anche politicamente inopportuno”. Ma la stessa domanda potrebbe essere rivolta a lei: cara Binetti, perché ostinarsi contro i Pacs? Perché non lasciare alle persone la libertà di scegliere?

(E Polis, 6 maggio 2006)

mercoledì 3 maggio 2006

Neanche la morte potrà mai separarli

Sono morti sabato scorso verso mezzanotte, in un incidente. Altri due nomi, Mauro e Simona, da aggiungere al lungo elenco delle vittime degli incidenti stradali. Un bollettino di guerra: trentotto morti soltanto nel fine settimana del 25 aprile. Cinquantaquattro in quello a ridosso del primo maggio, festa dei lavoratori. Una festa amara.
Mauro e Simona sono morti insieme, anche se a chilometri di distanza. Lui ha perso il controllo della motocicletta ed è finito contro un palo; è morto nel tragitto verso l’ospedale. Lei è uscita di strada in macchina; sbalzata fuori dall’abitacolo, è morta sul colpo. Dai documenti i soccorritori hanno capito che abitavano insieme, a pochi chilometri da Forlì. Erano fidanzati. Un destino crudele, e beffardo, hanno commentato in molti. E non c’è dubbio che morire a trent’anni sia un destino crudele; morire per un incidente forse evitabile. Causato dalla stanchezza, da una banale distrazione, dalla scarsa visibilità e dall’asfalto bagnato da una pioggia primaverile e insistente. Sono morti quasi nello stesso momento. In questo, forse, si potrebbe intravedere un barlume di consolazione. Ben poca cosa rispetto al dolore della morte. Ma almeno è stata risparmiata loro la sofferenza di sopravvivere all’amato.
Dice Sàndor Màrai che l’unico irrimediabile tradimento dell’amore è sopravvivere al proprio amato. Riuscire a cavarsela nonostante la perdita, non esserne annientati. E la più struggente delle storie mitologiche narra di due vecchi poveri che accolgono calorosamente due mendicanti che chiedono asilo. Filemone e Bauci aprono l’umile dimora agli accattoni, dividono con loro il pasto frugale e il poco vino posseduto con squisita ospitalità. Non ci vuole molto perché la vera identità dei mendicanti venga svelata: sono Zeus ed Ermes, venuti a vedere come vivono gli uomini. Con quegli stracci addosso le divinità hanno ricevuto solo scortesie finora. Per ripagare i due ospiti gentili trasformano la modesta capanna in un tempio dalle colonne marmoree e dal tetto d’oro, e domandano loro di esprimere qualunque desiderio. Sarà realizzato. Filemone e Bauci chiedono di non essere mai separati, nemmeno nella morte. Chiedono di morire insieme. Alla morte Filemone si trasforma in quercia, e Bauci in tiglio; i loro rami intrecciati indissolubilmente.

(E Polis, 3 maggio 2006)