domenica 2 aprile 2006

Se il rosario stimola l’ansia da prestazione

Mi ricordo che mia nonna diceva a proposito degli sprechi di soldi (o di quelli che percepiva come tali): ma ce l’hanno in più? È quello che si è tentati di chiedere al dottor Herbet Benson, cardiologo e direttore del Mind/Body Medical Institute di Boston, e responsabile di uno studio sugli effetti delle orazioni sui pazienti che affrontano un intervento cardiaco. Le preghiere di altri hanno il potere di aiutare i malati di cuore? La risposta è: no, nessun beneficio. Anzi, i pazienti che sono a conoscenza che qualcuno sta pregando per loro soffrono maggiormente di complicazioni postoperatorie rispetto a quelli cui nessuno dedica una prece, torturando un rosario tra le dita. Forse, suggeriscono i ricercatori (certo, non è l’unica ipotesi esplicativa possibile), a causa delle aspettative che le preghiere alimentano; una specie di ansia da prestazione. Un effetto placebo al contrario, più o meno.
Questo sarebbe lo studio scientificamente più rigoroso condotto finora. È iniziato oltre 10 anni fa, e ha coinvolto 1800 pazienti. Secondo i fautori della ricerca, la preghiera è la risposta migliore alla malattia. Gli scettici invece la considerano un ammiccare a presupposti soprannaturali, e uno spreco inammissibile di soldi. A proposito, quanti soldi? Duemilioniquattrocentomila dollari, la maggior parte proveniente dalla John Templeton Foundation. Il Governo statunitense ha speso una cifra simile per la ricerca sulle preghiere dal 2000 ad oggi. E, viene da domandare, ce l’aveva in più questi soldi la John Templeton Foundation? E il Governo?
Quelli che pregano per i pazienti dal cuore debole hanno la libertà di farlo nel modo che preferiscono, con l’unica condizione di inserire la frase: “per una rapida guarigione senza complicazioni!!”. Perché, in caso di omissione, non funzionerebbe la preghiera? In effetti, senza formula magica la zucca non si trasforma in lussuoso cocchio.
Benson ci tiene a precisare che questa ricerca non può costituire l’ultima parola sugli effetti delle cosiddette preghiere di intercessione. Tuttavia ha stimolato fondamentali domande riguardo alla modalità e alla opportunità di dire ai pazienti che sono oggetto di preghiere. Dean Marek, cappellano presso la Mayo Clinic a Rochester, e coautore della ricerca, si lamenta del fatto che lo studio non è in grado di dire nulla sul potere delle preghiere pronunciate per i familiari o gli amici. E aggiunge: “si sentono tonnellate di storie riguardo al potere delle preghiere, e io non ho dubbi al riguardo”. Il fatto di essere cappellano non dovrebbe essere una condizione sufficiente per giustificare i ragionamenti inconcludenti, sebbene psicologicamente sia comprensibile che egli attribuisca potere alle preghiere.

(E Polis, 2 aprile 2006)