venerdì 14 aprile 2006

I falsi scoop sull’aborto farmacologico

L’aborto farmacologico è stato spesso criticato e condannato per le morti che avrebbe causato. Secondo la U.S. Food and Drug Administration dall’approvazione del mifepristone nel settembre 2000 sarebbero cinque o sei le donne decedute negli Stati Uniti in seguito alla somministrazione della pillola abortiva.
Gli ultimi due decessi risalgono al marzo 2006. Ma proprio in questi giorni la morte di una delle due donne è stata dimostrata non essere in relazione con l’assunzione del mifespristone; e l’altra è oggetto di indagine.
Le altre morti sono imputabili ad una infezione causata da un batterio piuttosto raro e letale. Le donne, di cui quattro californiane, sono morte dopo avere interrotto chimicamente una gravidanza. Se è innegabile il nesso temporale, non lo è quello causale. Infatti, non c’è nessuna prova che la somministrazione del mifepristone abbia causato l’infezione e la conseguente morte. Secondo la FDA, in altre parole, la pillola abortiva non può essere ritenuta ‘mortale’ (kill pill). È forse utile ricordare, inoltre, che ogni tipo di aborto, ma soprattutto ogni tipo di intervento medico, assunzione di aspirina compresa, comporta un rischio. Questo significa che se anche fosse accertata la responsabilità del mifepristone nella morte di queste donne, non basterebbe per mettere al bando la pillola abortiva. Sarebbe necessario valutare l’incidenza della mortalità (quante morti su quanti interventi). Se poi non è nemmeno certo che la pillola abortiva sia responsabile dei decessi, sembra davvero un pretesto disonesto usare queste morti per bandire la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico.

(E Polis, 14 aprile 2006)