martedì 25 aprile 2006

La volontà di Eluana non importa ai medici

Al Congresso Straordinario dell’Associazione Luca Coscioni (Roma, 21-23 aprile) interviene il padre di Eluana Englaro, la ragazza costretta a sopravvivere nonostante avesse espresso in passato volontà contraria.
Il 18 gennaio 1992 si schianta in macchina contro un muro. È immediatamente soccorsa e trasportata in un ospedale attrezzato per la rianimazione. Non basta a salvarla, ma le impedisce di morire. La prognosi definitiva è: stato vegetativo permanente.
Un anno prima era successo a un suo amico. Tornata a casa aveva pregato i genitori di intervenire se fosse capitato a lei. Aveva chiesto loro di far rispettare la sua volontà. “Non lasciatemi in una situazione così, è una vita inumana!”.
Era un vero purosangue della libertà, ricorda il padre. Era impossibile per lei soltanto vedere qualcuno immobile e interamente dipendente dagli altri. Figuriamoci trovarcisi. Ma la volontà di Eluana non interessa alla medicina. Che beffa terribile!
Senza rianimazione invasiva Eluana sarebbe morta. La morte fa parte della vita; l’imposizione dall’alto di condizioni di vita estranee ad Eluana è intollerabile. Solo uno Stato etico lo fa. I genitori di Eluana non avrebbero mai immaginato che i medici avessero questo potere sulla vita altrui.
Da allora Eluana è prigioniera dei meccanismi di rianimazione e di un sistema politico autoritario.
Perché non si rispetta la volontà di Eluana? Perché le si impone una vita che altro non è che “non morte encefalica”? Un simile inferno non si può imporre a persone libere.

(E Polis, 25 aprile 2006)

venerdì 21 aprile 2006

Come è bello insegnare religione…

Tempi duri per i professori, alle prese non solo con gli alunni indisciplinati, ma con il precariato e la burocrazia delle graduatorie. Con l’unica eccezione di quanti insegnano religione. È in arrivo un’altra ondata di assunzioni per i curatori di anime fanciullesche e adolescenziali: tremilasettantasette, per l’esattezza. Si insedieranno con ogni probabilità a partire dal prossimo anno scolastico.
Tremila reclutati che si aggiungono agli oltre dodicimila assunti di recente. Questi professori sono pagati dallo Stato italiano, per una cifra approssimativa di 350 milioni di euro all’anno. A condizione che godano della benedizione da parte dell’autorità ecclesiastica, come indicato dal Protocollo addizionale dell’accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede. Accordo che è stato stipulato nel 1984 a modifica del Concordato del 1929 (quello tra Mussolini e il cardinale Gasparri). Per fare un esempio, una ragazza madre non è considerata ‘idonea’ ad insegnare.
La cuccagna non è finita qui: il concorso per diventare di ruolo era destinato a quanti avessero insegnato per almeno quattro anni in una scuola pubblica o paritaria, insegnamento affidato dal vescovo della diocesi di appartenenza della scuola. In molti casi gli aspiranti insegnanti superavano di poco il numero di cattedre a disposizione. Addirittura in alcuni casi i posti a disposizione superavano i concorrenti. Miraggio di ogni candidato errante: la certezza di allungare i piedi sulla scrivania, a patto di essere in grado di dimostrare un contegno probo. Forse è proprio vero che la religione aiuta a vivere meglio!

(E Polis, 21 aprile 2006)

mercoledì 19 aprile 2006

Quando l’embrione diventa persona?

Leon R. Kass insegna alla University of Chicago ed è stato presidente del Council on Bioethics dal 2001 al 2005. Intervistato da Gabriel Insausti per ‘Aceprensa’, ci parla di embrioni umani e di biomedicina. O meglio, Kass ci mette in guardia verso i pericoli della tecnologia biomedica e condanna la noncuranza moderna nei confronti degli embrioni. Come se servisse un’altra Cassandra, tra le tante cui la modernità ha regalato anche il dono di essere credute dalla massa. Il tono è quello adatto alle profezie infauste, e gli argomenti più o meno pure. La tecnologia biomedica ci sta disumanizzando, questo il cuore del monito kass(andr)iano. L’utilizzo delle cellule staminali embrionali produce due effetti secondo Kass: distrugge gli embrioni e corrompe la nostra natura. Come contorno, Kass specifica che gli embrioni sono esseri umani. Ma dimentica che questo non è che una asserzione banale e descrittiva: gli embrioni appartengono alla specie ‘homo sapiens’; nessuna persona ragionevole si oppone a tale verità. Il problema è: e allora? Essere un essere umano cosa implica? Per rendere esplicito quanto Kass dà per scontato, non implica che sia anche una persona. Il nesso cruciale si radica nella relazione tra essere umano e persona. Coincidenza? Diversità? È sufficiente appartenere alla specie umana per essere una persona?
Il consunto argomento sventolato da Kass è inservibile. “Anche io sono stato un embrione e se mi avessero usato per la sperimentazione non starei qui a sostenere questa conversazione”. Vero; ma ciò non dimostra affatto che l’embrione-Kass era una persona. Soltanto che se non fosse qui oggi a parlare, non sarebbe qui a parlare. E non ci sarebbe oggi la persona Kass. Quando Kass ha cominciato ad essere persona? Secondo Kass (e secondo molti altri) dal concepimento, però non ci fornisce alcuna ragione intelligibile.
Se mia nonna non avesse girato a destra sul corso del paese, non avrebbe incontrato mio nonno, e non sarebbe nata mia madre, e non io starei qui a scrivere. Un po’ come “Ritorno al Futuro”, scomparirei risucchiata dalle innumerevoli altre possibilità (mia nonna girava a sinistra, mio nonno era omosessuale, mia madre partiva per il Canada, etc.). Tutto questo, però, non dimostra che io ero una persona nel fatidico momento dell’incontro tra i miei nonni, non più di quanto lo fossi al momento del mio concepimento, né qualche settimana più tardi, quando ero embrione.
Ci servirebbero delle ragioni per considerare l’embrione una persona a partire dal concepimento. E ci servirebbero previsioni fondate razionalmente, piuttosto che profezie fondate su vacillanti premesse. Kass non ci offre né ragioni, né previsioni.

(E Polis, 19 aprile 2006)

domenica 16 aprile 2006

Siamo sicuri che la famiglia è una vittima?

I mali del mondo sono innumerevoli. L’età dell’oro è ormai tramontata. Forse avremmo qualche difficoltà nello stilare un elenco esaustivo di quanto ci affligge. L’inventario che potremmo inferire dalle meditazioni di Benedetto XVI nel corso della sua prima Via Crucis suscita una certa perplessità. Forse il male peggiore, secondo Ratzinger, è rappresentato dall’aggressione alla famiglia. “Sembra che oggi sia in atto una specie di anti-Genesi, un anti-disegno, un orgoglio diabolico di spazzar via la famiglia”. Non ci vuole un fine ermeneuta per sospettare che gli attentatori siano i pacs o le coppie di fatto. La vittima, con tutta evidenza, è la famiglia “tradizionale” costituita da moglie, marito e prole (quanto più numerosa, tanto più virtuosa, perché il sesso non a fini procreativi è un attentato alla probità!). Ovvero, un modello di famiglia storicamente determinato, e non necessariamente il migliore (né tantomeno l’unico). “Una folle voglia di trasgressione” starebbe disgregando il mondo (la Famiglia).
Chi può stabilire qual è la famiglia ‘giusta’? Chi può arrogarsi il diritto di condannare quanti desiderano vivere diversamente (nel vizio, nella bugia e nell’egoismo secondo il Papa)? Ma, soprattutto, non ci saranno guai più gravi della diversificazione dei modelli di convivenza?
Basti pensare alle migliaia di persone che non hanno lo stretto necessario per vivere dignitosamente, o addirittura per sopravvivere. O alla carente assistenza sanitaria, anche in paesi cosiddetti civilizzati. La presenza di Satana sembra più pertinente in questo scenario, che seduto accanto a due persone (poco importa il sesso) non unite dal sacro vincolo del matrimonio.

(E Polis, 16 aprile 2006)

venerdì 14 aprile 2006

I falsi scoop sull’aborto farmacologico

L’aborto farmacologico è stato spesso criticato e condannato per le morti che avrebbe causato. Secondo la U.S. Food and Drug Administration dall’approvazione del mifepristone nel settembre 2000 sarebbero cinque o sei le donne decedute negli Stati Uniti in seguito alla somministrazione della pillola abortiva.
Gli ultimi due decessi risalgono al marzo 2006. Ma proprio in questi giorni la morte di una delle due donne è stata dimostrata non essere in relazione con l’assunzione del mifespristone; e l’altra è oggetto di indagine.
Le altre morti sono imputabili ad una infezione causata da un batterio piuttosto raro e letale. Le donne, di cui quattro californiane, sono morte dopo avere interrotto chimicamente una gravidanza. Se è innegabile il nesso temporale, non lo è quello causale. Infatti, non c’è nessuna prova che la somministrazione del mifepristone abbia causato l’infezione e la conseguente morte. Secondo la FDA, in altre parole, la pillola abortiva non può essere ritenuta ‘mortale’ (kill pill). È forse utile ricordare, inoltre, che ogni tipo di aborto, ma soprattutto ogni tipo di intervento medico, assunzione di aspirina compresa, comporta un rischio. Questo significa che se anche fosse accertata la responsabilità del mifepristone nella morte di queste donne, non basterebbe per mettere al bando la pillola abortiva. Sarebbe necessario valutare l’incidenza della mortalità (quante morti su quanti interventi). Se poi non è nemmeno certo che la pillola abortiva sia responsabile dei decessi, sembra davvero un pretesto disonesto usare queste morti per bandire la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico.

(E Polis, 14 aprile 2006)

domenica 9 aprile 2006

I golpisti argentini e i loro silenziosi amici

Che ruolo ha avuto la Chiesa nella dittatura argentina? Questa potrebbe essere la domanda di partenza dell’inchiesta di Horacio Verbitsky, giornalista del mitico Página/12 e da sempre difensore dei diritti umani. La risposta è rintracciabile nel titolo: El Silencio. El Silencio è un’isola dell’Argentina. Ma il silenzio è soprattutto quello della complicità; della connivenza con l’orrore.
Siamo a Buenos Aires, all’inizio dell’autunno 1979. Per sottrarlo all’ispezione della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, il centro di detenzione della Scuola di Meccanica della Marina viene smantellato in fretta e furia. Come succedeva alle sale da gioco nell’america proibizionista, e nel film La Stangata. Soltanto che al posto delle carte ci sono gli oppositori politici della dittatura, quelli che non si sono piegati alla repressione. Ma anche coloro che manifestavano soltanto simpatia nei confronti dell’opposizione, o gli indecisi, i testimoni scomodi. Qualcuno che non si era macchiato nemmeno delle colpe sopradescritte, ammesso che di colpe si possa parlare.
Tutti i prigionieri del centro di detenzione clandestino vengono trasferiti durante la notte su un’isola nell’arcipelago del Tigre. Isola che era stata fino a quel momento il luogo di riposo del Cardinale di Buenos Aires. “Lasciate ogni speranza voi che entrate (sbarcate)”.
Per i prigionieri è previsto un programma di ‘disintossicazione e rieducazione’ (dalla libertà? Dalla dignità? Dalla stessa sopravvivenza?). Questa è la storia che Horacio Verbitsky ci affida e ci chiede di non destinare ancora al silenzio.
Silenzio assordante lacerato dalle parole dei sopravvissuti, che raccontano la ‘vita’ all’interno di un vero e proprio campo di concentramento. Parole che danno colore a quei fili invisibili, ma spessi e resistenti, che sono i rapporti tra la dittatura militare e le gerarchie ecclesiastiche. La guerra sporca e silenziosa. La guerra condotta con la benedizione cristiana.
I nomi coinvolti sono illustri: il cardinale Jorge Bergoglio, unico serio avversario di Joseph Ratzinger al trono papalino secondo Verbitsky. O il nunzio apostolico Pio Laghi; fino allo stesso Paolo VI (Papa dal 1963 al 1978, per chi l’avesse dimenticato).
Torna alla memoria la sconvolgente testimonianza di Adolfo Scilingo, ex capitano di corvetta in servizio presso la Scuola di Meccanica della Marina. I cappellani militari offrivano conforto a quanti caricavano sugli aerei, addormentati e inconsapevoli, i condannati a morte, gettati nei tristemente noti ‘voli’. In fondo, sostenevano i cappellani, quella era una morte cristiana, non traumatica. Perfino la Bibbia prevedeva l’eliminazione dell’erba cattiva dai campi di grano. Dimenticando, però, di dimostrare che le vittime della dittatura militare fossero ‘erba cattiva’.

* El Silencio, 2005, Buenos Aires, Sudamericana (trad. it. Il Silenzio, 2006, Roma, Fandango).

(E Polis, 9 aprile 2006)

Quando l’embrione diventa persona?

Leon R. Kass insegna alla University of Chicago ed è stato presidente del Council on Bioethics dal 2001 al 2005. Intervistato da Gabriel Insausti per ‘Aceprensa’, ci parla di embrioni umani e di biomedicina. O meglio, Kass ci mette in guardia verso i pericoli della tecnologia biomedica e condanna la noncuranza moderna nei confronti degli embrioni. Come se servisse un’altra Cassandra, tra le tante cui la modernità ha regalato anche il dono di essere credute dalla massa. Il tono è quello adatto alle profezie infauste, e gli argomenti più o meno pure. La tecnologia biomedica ci sta disumanizzando, questo il cuore del monito kass(andr)iano. L’utilizzo delle cellule staminali embrionali produce due effetti secondo Kass: distrugge gli embrioni e corrompe la nostra natura. Come contorno, Kass specifica che gli embrioni sono esseri umani. Ma dimentica che questo non è che una asserzione banale e descrittiva: gli embrioni appartengono alla specie ‘homo sapiens’; nessuna persona ragionevole si oppone a tale verità. Il problema è: e allora? Essere un essere umano cosa implica? Per rendere esplicito quanto Kass dà per scontato, non implica che sia anche una persona. Il nesso cruciale si radica nella relazione tra essere umano e persona. Coincidenza? Diversità? È sufficiente appartenere alla specie umana per essere una persona?
Il consunto argomento sventolato da Kass è inservibile. “Anche io sono stato un embrione e se mi avessero usato per la sperimentazione non starei qui a sostenere questa conversazione”. Vero; ma ciò non dimostra affatto che l’embrione-Kass era una persona. Soltanto che se non fosse qui oggi a parlare, non sarebbe qui a parlare. E non ci sarebbe oggi la persona Kass. Quando Kass ha cominciato ad essere persona? Secondo Kass (e secondo molti altri) dal concepimento, però non ci fornisce alcuna ragione intelligibile.
Se mia nonna non avesse girato a destra sul corso del paese, non avrebbe incontrato mio nonno, e non sarebbe nata mia madre, e non io starei qui a scrivere. Un po’ come “Ritorno al Futuro”, scomparirei risucchiata dalle innumerevoli altre possibilità (mia nonna girava a sinistra, mio nonno era omosessuale, mia madre partiva per il Canada, etc.). Tutto questo, però, non dimostra che io ero una persona nel fatidico momento dell’incontro tra i miei nonni, non più di quanto lo fossi al momento del mio concepimento, né qualche settimana più tardi, quando ero embrione.
Ci servirebbero delle ragioni per considerare l’embrione una persona a partire dal concepimento. E ci servirebbero previsioni fondate razionalmente, piuttosto che profezie fondate su vacillanti premesse. Kass non ci offre né ragioni, né previsioni.

(E Polis, 9 aprile 2006)

venerdì 7 aprile 2006

Questa è l’era delle vesciche al biotech

Chi ha bisogno di ricevere un organo o un tessuto si imbatte in due inevitabili difficoltà: la disponibilità dell’organo o del tessuto e la compatibilità con il donatore. Le liste d’attesa, dovute allo scarto tra richiesta e offerta, e il rischio di rigetto, dovuto alle naturali difese del sistema immunitario, sono ostacoli tenaci. Una soluzione ci sarebbe: creare un organo compatibile.
Negli Stati Uniti a sette giovani pazienti è stata impiantata una vescica artificiale. Erano state prelevate loro cellule del tratto urinario con una biopsia. Lasciate moltiplicare in laboratorio, sono poi state inserite su un’impalcatura tridimensionale simile a una vescica umana.
L’intervento, descritto su The Lancet, è stato eseguito presso l’Istituto di medicina rigenerativa della Wake Forest University School of Medicine, nell’ambito di una ricerca avviata nel 1999 e condotta da Anthony Atala.
I malati, tra i 4 e i 19 anni, soffrivano per una bassa funzionalità della vescica, a causa di un difetto congenito. Finora l’unico rimedio sarebbe stato la ricostruzione della vescica con cellule intestinali. Ricostruzione che causa però molti effetti collaterali.
I ragazzi stanno bene, ha dichiarato Atala; la vescica biotech funziona e non ha causato alcun effetto collaterale.
La speranza è che si riesca a coltivare altri tessuti, in modo da poter sostituire quelli danneggiati, fino a ricreare organi complessi come il fegato o il cuore. Il team di Atala sta già lavorando alla coltivazione in laboratorio di altri 20 tipi di tessuto.
La speranza è anche che la percezione delle biotecnologie cambi, e che invece della paura provochi meraviglia e fiducia.

(E Polis, 7 aprile 2006)

domenica 2 aprile 2006

Se il rosario stimola l’ansia da prestazione

Mi ricordo che mia nonna diceva a proposito degli sprechi di soldi (o di quelli che percepiva come tali): ma ce l’hanno in più? È quello che si è tentati di chiedere al dottor Herbet Benson, cardiologo e direttore del Mind/Body Medical Institute di Boston, e responsabile di uno studio sugli effetti delle orazioni sui pazienti che affrontano un intervento cardiaco. Le preghiere di altri hanno il potere di aiutare i malati di cuore? La risposta è: no, nessun beneficio. Anzi, i pazienti che sono a conoscenza che qualcuno sta pregando per loro soffrono maggiormente di complicazioni postoperatorie rispetto a quelli cui nessuno dedica una prece, torturando un rosario tra le dita. Forse, suggeriscono i ricercatori (certo, non è l’unica ipotesi esplicativa possibile), a causa delle aspettative che le preghiere alimentano; una specie di ansia da prestazione. Un effetto placebo al contrario, più o meno.
Questo sarebbe lo studio scientificamente più rigoroso condotto finora. È iniziato oltre 10 anni fa, e ha coinvolto 1800 pazienti. Secondo i fautori della ricerca, la preghiera è la risposta migliore alla malattia. Gli scettici invece la considerano un ammiccare a presupposti soprannaturali, e uno spreco inammissibile di soldi. A proposito, quanti soldi? Duemilioniquattrocentomila dollari, la maggior parte proveniente dalla John Templeton Foundation. Il Governo statunitense ha speso una cifra simile per la ricerca sulle preghiere dal 2000 ad oggi. E, viene da domandare, ce l’aveva in più questi soldi la John Templeton Foundation? E il Governo?
Quelli che pregano per i pazienti dal cuore debole hanno la libertà di farlo nel modo che preferiscono, con l’unica condizione di inserire la frase: “per una rapida guarigione senza complicazioni!!”. Perché, in caso di omissione, non funzionerebbe la preghiera? In effetti, senza formula magica la zucca non si trasforma in lussuoso cocchio.
Benson ci tiene a precisare che questa ricerca non può costituire l’ultima parola sugli effetti delle cosiddette preghiere di intercessione. Tuttavia ha stimolato fondamentali domande riguardo alla modalità e alla opportunità di dire ai pazienti che sono oggetto di preghiere. Dean Marek, cappellano presso la Mayo Clinic a Rochester, e coautore della ricerca, si lamenta del fatto che lo studio non è in grado di dire nulla sul potere delle preghiere pronunciate per i familiari o gli amici. E aggiunge: “si sentono tonnellate di storie riguardo al potere delle preghiere, e io non ho dubbi al riguardo”. Il fatto di essere cappellano non dovrebbe essere una condizione sufficiente per giustificare i ragionamenti inconcludenti, sebbene psicologicamente sia comprensibile che egli attribuisca potere alle preghiere.

(E Polis, 2 aprile 2006)