mercoledì 15 marzo 2006

Così il parroco smascherò la par condicio

Don Paolo Perla, parroco a Castelnuovo di Porto, si è indignato che le prossime elezioni politiche si svolgeranno durante la domenica delle Palme e il lunedì santo e ha rifiutato di distribuire i tradizionali rametti d’ulivo per non avvantaggiare la parte politica che (ma come ha potuto?) ha scelto un simbolo sacro per una vicenda terribilmente terrena: un partito politico.
Il parroco accusa di accidia tutti i cristiani, vescovi compresi, che non si sarebbero opposti a questa infelice coincidenza e addirittura invoca come reazione augurabile la rivendicazione e la rappresaglia. “I musulmani per un fatto del genere avrebbero incendiato il Quirinale!”. È come dire a un presunto seccatore: mio fratello è uno smidollato e non reagisce, fosse stato extracomunitario ti avrebbe spaccato la faccia. Quanti luoghi comuni e indelicatezze in una banale e breve frase! E quale cattivo gusto apprezzare una reazione violenta contro la presunta offesa di avere sporcato la celebrazione pasquale con una tanto terrena mansione: l’esercizio del diritto di voto.
Che il capolavoro laico sia quasi completo (al compimento manca solo il concorso di Miss Italia il venerdì santo, secondo Don Perla) nessuno, tranne l’uomo di chiesa, se ne era accorto. Distrazione laica, probabilmente. La vicenda solleva dubbi inquietanti. È primavera e nei prati fioriscono le margherite. Per par condicio dovrebbero essere sradicate oppure affiancate da piccole bandierine tricolori oppure, più rischioso dal punto di vista ambientalistico, da piccoli fuochi (anch’essi tricolori e patriottici). E le querce corrono il rischio di essere abbattute. Non parliamo del rischio di dover cambiare nome al nostro paese, e di far tacere l’invocazione più frequente urlata allo stadio durante le partite della nazionale azzurra (anche il colore andrebbe modificato, a pensarci bene).

(E Polis, 15 marzo 2006)