giovedì 30 marzo 2006

Hanno smesso di fumare come un turco

Se fosse vero che una ‘disgrazia’ comune comporta una sofferenza minore, i fumatori incalliti di tutto il mondo (almeno di quello in cui vigono le leggi contro il fumo) potrebbero provare un lieve conforto nel sapere che anche la Turchia ha dichiarato guerra al tabacco.
Ebbene, la Turchia ha intenzione di percorrere la via del salutismo (e della difesa dei non fumatori). La Commissione Giustizia di Ankara ha approvato una legge antifumo, ora in esame in Assemblea; se la legge dovesse essere approvata, non si potrà più fumare nei luoghi pubblici.
In un paese dove esiste una vera e propria cultura del fumo (basti ricordare l’espressione ‘fumare come un turco’) la percentuale di fumatori è di oltre il 60 per gli uomini, il 20 per le donne e circa il 12 per i bambini e i ragazzi.
Si mettano l’anima in pace i fumatori turchi, anche per loro arriveranno i cartelli con la scritta rossa ‘vietato fumare’. Anche per loro, dunque, si prospetta una vita difficile. Lo sanno bene gli italiani amanti della nicotina, condannati all’astinenza, o al freddo e alla pioggia pur di non rinunciare alla sigaretta durante e dopo una cena abbondante! Preda di pessimo umore, nel primo caso; sottoposti al rischio di polmonite, nel secondo.
Il governo islamico, l’opposizione socialdemocratica e l’opinione pubblica sembrano favorevoli alla legge restrittiva. Legge che si propone di prevenire le complicazioni respiratorie e le altre patologie collegabili al fumo. E forse avvicinarsi allo spirito proibizionista europeo in materia di fumo.
Accordo ‘ideologico’, dunque, tra occidente e oriente in tema di lotta al fumo. Certo, sarebbe preferibile che la concordanza riguardasse le libertà e non le proibizioni!

(E Polis, 30 marzo 2006)

domenica 26 marzo 2006

Uomini e topi. Una speranza per le staminali

Un gruppo di ricercatori tedeschi potrebbe mettere fine alle questioni morali che hanno circondato e spesso bloccato la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Questioni morali sollevate dalla necessità di sperimentare sugli embrioni umani e dalla loro conseguente distruzione.
Gli scienziati, guidati da Gerd Hasenfuss della Georg-August-University di Gottinga, hanno identificato una potenziale fonte alternativa di cellule staminali. Alcune cellule (gli spermatogoni, ovvero quelle cellule che poi si trasformano in spermatozoi) sono state prelevante dai testicoli e lasciate sviluppare in coltura. Queste cellule si sono quindi differenziate e trasformate in tessuti differenti; hanno dimostrato, cioè, di essere pluripotenti proprio come le cellule staminali. Tutto questo è successo con dei topi da laboratorio.
La speranza è che possa funzionare anche per gli uomini e i ricercatori tedeschi manifestano un certo ottimismo al riguardo. Naturalmente ci sarà da aspettare per avere delle risposte. Il prelievo avverrebbe tramite una biopsia e la medicina rigenerativa potrebbe liberarsi dagli ostacoli morali. Anche se, ovviamente, la spinosa questione dello statuto degli embrioni umani rimarrebbe senza una soluzione. È senza dubbio difficile pensare che la strada giusta sia cercare soluzioni alternative anche negli altri terreni condizionati dalla considerazione degli embrioni, in primo luogo nel caso della interruzione volontaria di gravidanza e delle tecniche di procreazione assistita.

(E Polis, 26 marzo 2006)

martedì 21 marzo 2006

Nazismo e dolce morte o capra e cavoli?

La polemica infuria ormai da giorni a proposito del paragone (infelice) tra la legislazione olandese che permette il ricorso all’eutanasia, anche a quella pediatrica, e le leggi razziali.
Secondo il nostro ministro Carlo Giovanardi le idee di Hitler sono risorte, dimostrazione ne è la tolleranza olandese verso l’eutanasia e “il dibattito su come si possono uccidere i bambini affetti da patologie” (sic). Si è parlato di carattere totalitario della legislazione olandese. Il punto è proprio questo, al di là della eterogeneità dei termini di paragone (Terzo Reich, Mengele, nazismo e così via: il senso non cambia). Esiste una differenza profonda tra le leggi razziali e le leggi olandesi sull’eutanasia. Le leggi razziali violavano la libertà individuale, offendevano le persone e in nome di una idea astratta sacrificavano vite umane. Una legge che permette di ricorrere all’eutanasia, al contrario, è una possibilità di scelta offerta alle persone. Nessuno imporrebbe la dolce morte a disabili, malati di mente o insufficienti mentali. Legalizzare l’eutanasia significa che una persona malata in modo grave e irreversibile, che soffre atroci dolori e che non sopporta più di protrarre questa agonia, può decidere di morire. Nel caso dei bambini, è bene ricordare che si tratta di bambini affetti da gravissime patologie, che spesso hanno la percezione della propria esistenza solo in termini di sofferenza. Soltanto in simili condizioni (e con regole severe) i medici e i genitori possono prendere in considerazione la sospensione di una vita irrimediabilmente condannata.

(E Polis, 21 marzo 2006)

mercoledì 15 marzo 2006

Così il parroco smascherò la par condicio

Don Paolo Perla, parroco a Castelnuovo di Porto, si è indignato che le prossime elezioni politiche si svolgeranno durante la domenica delle Palme e il lunedì santo e ha rifiutato di distribuire i tradizionali rametti d’ulivo per non avvantaggiare la parte politica che (ma come ha potuto?) ha scelto un simbolo sacro per una vicenda terribilmente terrena: un partito politico.
Il parroco accusa di accidia tutti i cristiani, vescovi compresi, che non si sarebbero opposti a questa infelice coincidenza e addirittura invoca come reazione augurabile la rivendicazione e la rappresaglia. “I musulmani per un fatto del genere avrebbero incendiato il Quirinale!”. È come dire a un presunto seccatore: mio fratello è uno smidollato e non reagisce, fosse stato extracomunitario ti avrebbe spaccato la faccia. Quanti luoghi comuni e indelicatezze in una banale e breve frase! E quale cattivo gusto apprezzare una reazione violenta contro la presunta offesa di avere sporcato la celebrazione pasquale con una tanto terrena mansione: l’esercizio del diritto di voto.
Che il capolavoro laico sia quasi completo (al compimento manca solo il concorso di Miss Italia il venerdì santo, secondo Don Perla) nessuno, tranne l’uomo di chiesa, se ne era accorto. Distrazione laica, probabilmente. La vicenda solleva dubbi inquietanti. È primavera e nei prati fioriscono le margherite. Per par condicio dovrebbero essere sradicate oppure affiancate da piccole bandierine tricolori oppure, più rischioso dal punto di vista ambientalistico, da piccoli fuochi (anch’essi tricolori e patriottici). E le querce corrono il rischio di essere abbattute. Non parliamo del rischio di dover cambiare nome al nostro paese, e di far tacere l’invocazione più frequente urlata allo stadio durante le partite della nazionale azzurra (anche il colore andrebbe modificato, a pensarci bene).

(E Polis, 15 marzo 2006)

lunedì 13 marzo 2006

La legge 40 e le sue menzogne

La legge 40 ha compiuto due anni in questi giorni. L’Istituto Superiore di Sanità ha costituito il Registro Italiano sulla procreazione medicalmente assistita con l’intento di raccogliere tutte le informazioni sui centri di procreazione assistita, fare un censimento della loro presenza sul territorio e valutare il successo riproduttivo (quanti bambini nascono rispetto ai tentativi di fecondazione compiuti). Il Registro Italiano collabora con la Società Europea di Riproduzione Umana e Embriologia (ESHRE) per la raccolta dati del Registro Europeo (EIM).
In occasione della presentazione del Registro sono stati dati i numeri dei nati. E proprio riguardo al numero dei nati nel periodo successivo all’applicazione della legge 40 si è animata la polemica, mai sopita, sugli effetti dei numerosi divieti della legge italiana.
Sarebbero molti i bambini nati nel 2004, e sarebbero addirittura più di quelli nati nel 2003, secondo alcuni entusiastici sostenitori della legge. A parte l’inevitabile imprecisione dei dati (trasmessi finora volontariamente dai centri di procreazione assistita e non da tutti), un dettaglio cronologico fa sorridere e insinua qualche dubbio riguardo alla valutazione dell’effetto della legge contando i nati nell’anno 2004.
In effetti i nati ‘davvero’ sotto la protezione della legge 40 sono i bambini nati nell’ultimo mese del 2004. Eh sì. Perché la legge è entrata in vigore nel marzo, e secondo un calcolo approssimativo le gravidanze durano nove mesi; giorno più, giorno meno. Non è possibile trarre alcuna conclusione, ancora, riguardo al successo o al fallimento riproduttivo della legge 40.

(E Polis, 13 marzo 2006)

martedì 7 marzo 2006

Chiudi gli occhi e smetti riprovare dolore

Nelle prossime settimane in Olanda una commissione sarà incaricata di regolare l’eutanasia pediatrica. L’Olanda sarà il primo paese al mondo a permettere di porre fine alla sofferenza di bambini affetti da terribili malattie.
La piccola Chanou nasce nel 2000 con una grave anomalia metabolica; piange continuamente, soffre e prova intenso dolore non appena la si sfiora. Nutrita artificialmente, ha una prospettiva di vita (dolorosa) inferiore ai tre anni. I genitori implorano i medici di farla smettere di soffrire. Quando Chanou ha sette mesi le è sospesa l’alimentazione e somministrata della morfina. Secondo i genitori la bimba ha sofferto anche troppo, più di quanto avrebbe dovuto. I medici aiutano a morire i bambini tanto gravemente ammalati, con il consenso dei genitori, ma con il timore di essere perseguiti per omicidio. In un futuro prossimo non accadrà più. Ci sarà la possibilità di farlo alla luce del sole. Seguendo le linee guida di Eduard Verhagen, direttore di una Clinica Pediatrica a Groningen, che ha indotto il governo olandese ad affrontare una questione tanto delicata e discussa.
Le argomentazioni di Verhagen a favore dell’eutanasia infantile sono convincenti e ragionevoli: se un bambino è condannato a morire senza possibilità di guarigione, non sarebbe giusto evitargli tutta quella sofferenza che intercorre tra ‘adesso’ e l’inevitabile morte (spesso imminente)? E ancora, se si ammette, in simili circostanze, di lasciare morire il bimbo sospendendo i trattamenti e l’alimentazione, perché non si dovrebbe ammettere la somministrazione di una sostanza letale? L’ammissibilità dell’eutanasia passiva è abbastanza condivisa di fronte ad una grave malattia incurabile; ma quando dal lasciar morire si passa al provocare la morte direttamente, l’accettazione muta in condanna. Basta immaginare uno scenario diverso per capire che dal punto di vista morale, in verità, non esiste una simile differenza. Come domanda Verhagen: c’è forse una differenza tra il guardare un uomo annegare senza alzare un dito e spingerlo in acqua? La risposta giusta è: no.
È terribile per un medico rinunciare a guarire, ma accanirsi a prolungare una sofferenza che nemmeno potenti antidolorifici alleviano è altrettanto terribile. L’Olanda ha il coraggio di non essere ipocrita. Fondamentale ricordare che permettere l’eutanasia (sia nel caso dei bambini che degli adulti) in nessun caso implicherebbe una imposizione, ma costituirebbe soltanto una possibilità, in circostanze tragiche e in caso di accordo dei genitori e di diversi medici. I criteri sono piuttosto severi, dunque.
I genitori di Chanou sono riconoscenti a Verhagen e sono assolutamente convinti che la scelta, drammatica e amara, di darle la morte sia quella giusta, come unica ed estrema possibilità di interrompere un dolore irrimediabile e insensato.

(E Polis, 7 marzo 2006)

sabato 4 marzo 2006

Prevenire il genocidio dei teologi

Dove non osa nemmeno il papa, arriva Jean-Marie Le Mené, membro della Pontificia accademia della vita e giurista francese. Il tema è: la difesa dell’embrione. Secondo Le Mené “votare a favore di un candidato le cui convinzioni non sono rispettose dell’embrione costituisce una complicità con l’omicidio di quest’embrione, e quindi una grave mancanza di carità”. L’omicidio di un embrione sembra proprio un ossimoro. Le Mené non si ferma alla paradossale accusa, ma prosegue insistendo sul “dovere di proteggere per legge l’embrione nella fase preimpianto”, ovvero prima del suo annidamento nell’utero materno, creando nelle diocesi una “struttura strategica specializzata nel rispetto della vita […] composta di esperti convinti dell’umanità e della personalità dell’embrione”. Lo scopo è quello di diffondere “una resistenza attiva al genocidio programmato dell’embrione nella fase del preimpianto”. Anche il genocidio degli embrioni sembra un ossimoro. E invece parlare di omicidio e genocidio è l’inevitabile e assurda conseguenza dell’equiparazione tra embrioni e persone. Processo avviato dalla legge sulla procreazione assistita.
Sulla posizione di Le Mené rimangono inevase numerose e inquietanti domande: perché non c’è stata una reazione abbastanza vigorosa da parte dei politici che non considerano l’embrione alla pari di una persona (secondo Le Mené, dei politici che non rispettano l’embrione)? Esiste ancora qualcuno che non equipara gli embrioni alle persone e che si scandalizza a sentir parlare di genocidio di embrioni (dal dizionario di Tullio De Mauro, ‘genocidio’: distruzione sistematica di un intero gruppo etnico, razziale o religioso)? O questo è il silenzio preelettorale sulle questioni più spinose?

(E Polis, 4 marzo 2006)