martedì 21 febbraio 2006

Stupro e fandonia, la doppia violenza

La sentenza della Cassazione sul caso della minorenne violentata del patrigno ha sollevato sdegno e perplessità: secondo i giudici sarebbe meno dannoso subire una violenza sessuale se non si è più vergini. È forse meno grave tradire una donna che è (stata) sposata? All’indomani della sentenza un’altra notizia scioccante domina i media: la ragazzina sarebbe tornata a vivere nella casa degli orrori, insieme al patrigno violentatore. Da dove è nata questa notizia? E, soprattutto, è stata confermata da qualcuno? Queste domande sono doverose soprattutto alla luce delle dichiarazioni della ragazza rilasciate a Giuseppe Porcu su la Repubblica di ieri.
La ragazza vive in Toscana, non vive più in Sardegna con la madre, e la madre non vive più insieme al suo patrigno. ‘Sconcertante retroscena’ titolavano molti giornali a proposito del presunto ritorno a casa della ragazza. Quasi a confermare il discutibile profilo morale della giovane: a quattordici anni non è più vergine (e per questo non meriterebbe la stessa protezione che lo Stato le avrebbe accordato nel caso fosse stata illibata) e torna a vivere con il suo carnefice (in fondo, potrebbe non esserle dispiaciuto). Sembra che fino a ieri si fosse sottratta alle domande dei giornalisti; ma di certo questa non è una buona ragione per raccontare una vicenda che non corrisponde alla verità, se esiste ancora una differenza tra il giornalismo e la letteratura fantastica.
Negli ultimi due anni la ragazza afferma di avere incontrato il patrigno solo due o tre volte. Quando lui andava a trovare la sorellastra, la figlia che aveva avuto insieme alla madre della ragazza.
Sogna una vita serena, augurandosi che quanto ha subito non accada a nessun altro bambino. Questa è la sua speranza, ed è la ragione per cui si è costituita parte civile ma non ha chiesto soldi. Cercava giustizia e non denaro.
Questa storia sarebbe stata già incresciosa, senza l’aggravante dell’approssimazione nel dare le notizie. Sarebbe bastato cercare un riscontro, o almeno usare (maggiore) cautela nel raccontare voci infondate. Il guaio è che quanto viene presentato inizialmente come vero, è difficile da smentire. Almeno nell’immaginario collettivo. Viene da pensare ai tanti casi in cui per distrazione o superficialità si è sbattuto il mostro in prima pagina. È una macchia indelebile. Come quella rimasta sul nome di Girolimoni: era un nome proprio, non tutti lo sanno. Gino Girolimoni, accusato di essere un assassino, e poi prosciolto per assenza di prove. Ma rimasto nonostante questo colpevole, tanto che ‘Girolimoni’ sta ancora a denotare, almeno a Roma, un essere abietto molestatore di bambini.

(E Polis, 21 febbraio 2006)