domenica 15 gennaio 2006

Tassare la prostituzione? Non è onorevole

La signora è proprietaria di un grande appartamento nel centro di Milano, due bilocali nelle vicinanze e altri due nella periferia milanese. E di quello in cui vive. Possiede anche una automobile. La signora, però, non ha mai presentato una dichiarazione dei redditi. Non ha mai pagato le tasse.
In base alla determinazione sintetica del reddito, ovvero al conteggio induttivo di quanto avrebbe dovuto guadagnare per permettersi sei appartamenti, avrebbe dovuto pagare quasi duecentomila euro solo per gli anni 1998 e 1999. Poi si sarebbe calcolato anche per gli altri anni.
Ma la signora si è rifiutata di pagare. Ha detto di non avere soldi e si è affidata alla difesa dell’avvocato Marco De Giorgio. Come ha accumulato un simile patrimonio? Facendo la prostituta. Questa è stata la chiave di volta per rispedire al mittente le cartelle esattoriali; la dimostrazione che quel capitale non dovesse essere soggetto a imposta.
La prima difficoltà incontrata dal legale è stata quella di dimostrare l’attività pregressa della signora: venti anni di attività al limite dell’illegalità e della segretezza. La signora lavorava per proprio conto, a casa, non ha mai avuto protettori, metteva inserzioni sui giornali e si accordava direttamente con i clienti per telefono. Sono state proprio le inserzioni e i contratti telefonici a costituire le prove della sua professione. Un ulteriore indizio è stato costituito dalla documentazione bancaria: gli introiti, simili per entità, erano concentrati nei primi giorni della settimana, conseguenza del fatto che le prostitute spesso lavorano più intensamente durante il finesettimana.
Stabilita l’origine dei proventi, i beni e i redditi della signora non possono essere considerati tecnicamente redditi: questa la tesi della difesa. Derivano da una attività non regolare, ma che non costituisce reato. In altre parole, non possono essere considerati né leciti, né illeciti, ma rientrano in una terza categoria. Pertanto non possono essere tassati. La Corte Europea ha inoltre definito i proventi della prostituzione come un giusto risarcimento per il dolore fisico e psichico che la donna inevitabilmente subisce, e un risarcimento non può essere tassato.
La Commissione Tributaria di Milano ha accolto la tesi dell’avvocato De Giorgio, annullando l’accertamento fiscale a carico della signora.
Non esistendo una regolamentazione fiscale per i guadagni ottenuti vendendo il proprio corpo, né un albo professionale, tali guadagni galleggiano in una zona intermedia su cui il Fisco non può avanzare pretese. Sarebbe ben poco onorevole che uno Stato che scansa la questione della prostituzione con ipocrisia e perbenismo accettasse o pretendesse di ottenere un guadagno. Sarebbe ben poco onorevole che uno Stato che ha giudicato un reato lo sfruttamento della prostituzione lucrasse su chi si prostituisce.

(E Polis, 15 gennaio 2006)