giovedì 19 gennaio 2006

Dolce morte e terribile agonia

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha rigettato la richiesta da parte dell’amministrazione Bush di bloccare il suicidio assistito per i malati terminali.
L’Oregon è l’unico Stato in cui è possibile aiutare i pazienti a morire. A morire con dignità. Nel 1994 una votazione popolare ha approvato il ‘Death with Dignity Act’, in base al quale i medici sono autorizzati a prescrivere farmaci letali a pazienti affetti da malattie incurabili. Le condizioni necessarie per richiedere il suicidio assistito sono piuttosto rigorose. I pazienti devono essere maggiorenni; la prognosi di due medici deve stabilire che la malattia li condurrebbe sicuramente alla morte entro sei mesi; i pazienti devono essere in grado di capire e di comunicare che cosa stanno chiedendo: di abbreviare la propria sofferenza e di preferire la morte alla prosecuzione di una agonia; infine, devono essere residenti nello Stato dell’Oregon. Negli ultimi sette anni sono stati poco più di duecento i pazienti che hanno chiesto di essere aiutati a morire.
La possibilità di porre fine alla propria vita ha sempre incontrato molte resistenze, soprattutto tra i conservatori. E così il senatore John Ashcroft ha cercato di bloccare il ricorso al suicidio assistito invocando una legge federale riguardo alla somministrazione di farmaci pericolosi e minacciando i medici dell’Oregon di privarli del diritto di prescrivere medicine. Ricorrere a farmaci per mettere fine a una vita umana non è un obiettivo medico legittimo, secondo Ashcroft. Ma la Corte d’Appello prima, e la Corte Suprema poi, hanno dato ragione all’Oregon. Sei giudici hanno votato a favore della dolce morte, tre hanno votato contro.
Nella sentenza a nome della maggioranza, il giudice Anthony Kennedy ha dichiarato che Ashcroft non ha l’esperienza medica e legale per intervenire, e che la legge federale da lui invocata non può condizionare l’utilizzo di farmaci legali da parte dei medici.
Una vittoria per la libertà individuale, per ora. La decisione della Corte Suprema, inoltre, costituisce senza dubbio un incoraggiamento per gli altri Stati che si propongono di garantire per legge la possibilità di prendere una risoluzione tanto importante: avere la libertà di scegliere della propria vita, avere la possibilità di prendere una decisione, per quanto dolorosa, nella circostanza in cui l’esistenza diventa insopportabile.

(E Polis, 19 gennaio 2006)