domenica 24 dicembre 2006

Etica e fede, il fronte laico si chiede: ma non scelse così anche Wojtila?

Karol Wojtyla è stato senza dubbio un cattolico di fede indiscutibile. Dal 1978 al 2005 è stato Papa con il nome di Giovanni Paolo II.
Ammalatosi nel febbraio 2005, è morto il 2 aprile. Giovanni Paolo II non ha voluto essere collegato al respiratore artificiale che lo avrebbe potuto verosimilmente tenere in vita ancora per un tempo difficile da stabilire. Tra le sue ultime parole pronunciate si ricordano: “lasciatemi andare alla casa del Padre”, universalmente intese come accettazione della morte imminente e di un destino segnato, cui non sarebbe stato né utile né lecito opporsi.
Piergiorgio Welby voleva che gli fosse staccato il ventilatore che simulava il suo respiro. La richiesta di sedazione non è moralmente controversa, perché volta a sedare una sofferenza intollerabile, né può mutare la sostanza della sua richiesta: “lasciatemi morire”.
Lasciando da parte le valutazioni giuridiche o squisitamente morali, la domanda scomoda rivolta al magistero ecclesiastico è: quale differenza c’è tra i due rifiuti?
Entrambi si oppongono ad un macchinario artificiale che sostituisce la respirazione naturale e prolunga la sopravvivenza. Entrambi si muovono in un panorama prossimo alla morte. Non collegare un ventilatore o scollegarlo provocano, con un margine di incertezza sui tempi non rilevante ai fini del giudizio morale, la morte. Entrambi rispondono ad una decisione libera riguardo al proprio corpo e all’accettazione o al rifiuto di un trattamento medico.
Le differenze rintracciabili nei due rifiuti (di essere collegato e di essere scollegato) non sono abbastanza profonde da annullare l’incoerenza tra l’appello “Santo subito” e il verdetto “non possiamo concedere le esequie ecclesiastiche”. Infatti il riferimento di Giovanni Paolo II al ritorno alla casa del Padre può essere considerato equivalente alla richiesta di Welby di porre fine alla sua atroce sofferenza. In tutti e due i casi la “via d’uscita” era la morte.
Non è possibile, senza scivolare in incresciose affermazioni, distinguere il senso profondo delle due decisioni. Tuttavia, le porte della misericordia sono state sbarrate di fronte alla richiesta dei familiari di Welby. Forse la coerenza non è compresa tra le principali virtù del Vicariato.

(E Polis, 24 dicembre 2006)

Gli “altri cristiani” si oppongono al Vaticano


Il divieto del Vicariato ha suscitato qualche voce fuori dal coro.
La Chiesa Ortodossa in Italia ha espresso il proprio cordoglio per la morte di Welby, e ha assicurato le preghiere dei cristiani ortodossi per la sua anima. C’è di più: “la Chiesa Ortodossa in Italia condanna altresì come contraria alla carità cristiana la decisione del Vicariato di Roma di negare le esequie religiose a Piergiorgio Welby e manifesta la propria disponibilità a benedire il suo corpo ed officiare i funerali cristiani, se la famiglia lo richiederà”.
Maria Bonafede, pastore e moderatore della Tavola Valdese, ha dichiarato: “desidero offrire al funerale di P. Welbi, se gradito dai parenti, un messaggio cristiano, una lettura biblica ed una breve predicazione. Ero alla veglia in Campidoglio e credo che Piergiorgio Welby sia accolto con amore da Dio”.
La scelta di celebrare i funerali di Welby davanti alla porta chiusa della Chiesa di Don Bosco è stata dettata dalla volontà di offrire l’ultimo saluto nel quartiere dove Piero è vissuto.

Domenica 24 dicembre ore 10,30, piazza San Giovanni Bosco.

(E Polis, 24 dicembre 2006)

sabato 23 dicembre 2006

Lettera di dolore e speranza di una moglie mai rassegnata

La vita di Piero deve essere valorizzata, ricordando la sua ricerca per una vita migliore.
Io gli sono stata accanto nella sua “regata” affrontata con una zattera incerta e precaria. La mia complicità è stata assoluta, sebbene la parola “eutanasia” mi facesse paura. Per me che ho avuto una educazione cattolica significava uccidere. Standogli accanto ne ho capito il vero significato e mi sono chiesta: “perché dovrei costringere le persone che non la pensano come me?”. Ho capito che l’esistenza di una legge non costringe nessuno a compiere qualcosa che non desidera. Questo vale per l’eutanasia, ma anche per l’aborto o per il divorzio.
Io intendo proseguire la battaglia di Piero, mi ha passato il testimone e io rispetterò questa sua volontà. Per amore di Piero, e per tutti i malati e i cittadini italiani. Perché è una battaglia di libertà.

(E Polis, 23 dicembre 2006)

Per Welby solo un funerale laico, no del Vicario a un rito religioso

Il Vicariato di Roma ha negato l’autorizzazione ai funerali religiosi per Piero Welby. Come la moglie Mina ha raccontato ieri mattina, Piero era laico e sui funerali le ha detto “fai quello che preferisci”. Da laico era poco interessato al destino dopo la sua morte.
Mina avrebbe voluto celebrare funerali religiosi, anche per andare incontro ai desideri della madre di Piero e della famiglia, di tradizione cattolica. E così ha chiesto a Don Giovanni Nonne, della parrocchia Don Bosco, di poter celebrare i funerali nel luogo dove Piergiorgio era vissuto.
Ma il Vicariato ha detto no, nessuna celebrazione, perché “a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica”.
Ai peccatori non si concede assoluzione. O meglio, non ai peccatori ostinati. Sarebbe bastata una parola di Welby, una richiesta di perdono sul letto di morte, e le porte del paradiso gli sarebbero state spalancate.
L’intervento del Vicariato nella celebrazione di un funerale non può non rievocare una vicenda a dir poco imbarazzante: la tumulazione di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, sepolto in stile cardinalizio nella Basilica di Sant’Apollinare, in territorio vaticano.
Ucciso nel 1990 a Roma, “Renatino” era uno dei boss della Banda della Magliana, una delle facce più oscure della recente storia del nostro Paese, circondata ancora dal mistero e grondante di sangue, legata a numerose organizzazioni criminali e responsabile di omicidi, rapine, sequestri.
Dopo una prima tumulazione al Verano, la salma è stata spostata nelle camere mortuarie sotterranee della Basilica, accanto alla tomba di un cardinale, con l’autorizzazione dell’allora cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti.
Nel 2005 una trasmissione televisiva aveva rivelato i retroscena della sepoltura di “Renatino” e dei possibili collegamenti con uno dei più celebri misteri italiani: la scomparsa di Emanuela Orlandi, inghiottita dal nulla nel 1983.
Numerose le proteste dei cattolici. E immediata la risposta del Vicariato: non ci sono gli estremi per un’estumulazione dei resti del bandito. Tanto più che a perorare la soluzione dell’inumazione a Sant’Apollinare era stato Piero Vergari, rettore della Basilica, che sottolineava le molte “offerte” che il boss aveva fatto in vita e quelle che la famiglia prometteva di fare in futuro per la salvezza della sua anima.
Se solo Welby avesse fatto qualche offerta…

(E Polis, 23 dicembre 2006)

venerdì 22 dicembre 2006

Una battaglia per la libertà (intervista a Marco Cappato)

Marco Cappato, eurodeputato e segretario dell’Associazione Luca Coscioni, ci ricorda che Piergiorgio Welby ha lottato due volte. Ha lottato contro una tortura impostagli dalla malattia, e ha lottato per conquistare la possibilità di interrompere quella tortura, percorrendo le vie della legalità.
“Abbiamo aiutato Welby a garantire il suo diritto di interrompere un trattamento divenuto per lui intollerabile”.
In che senso la battaglia di Welby riguarda tutti?
“Nel senso di affermare l’autodeterminazione e la volontà personale come diritti fondamentali. Nonché protetti dalla stessa Costituzione”.
Come rispondere a quanti vi accusano di essere assassini?
“Noi abbiamo rispettato la volontà di Welby. Gli abbiamo offerto tutte le ragioni per continuare a vivere e per continuare la sua battaglia. Ma ci siamo rifiutati di imporgli la nostra volontà. Ci ha detto ieri, per l’ennesima volta, «voglio morire, non ne posso più, sono nel braccio della morte. La mia sofferenza è intollerabile, sono ostaggio del mio corpo e della mia malattia». Imporre a qualcuno di vivere contro la sua volontà sarebbe stato un delitto imperdonabile”.

(E Polis, 22 dicembre 2006)

L’Udc ora invoca la legge terrena «Arrestate subito l’assassino»

La richiesta che Welby ha inviato al Presidente della Repubblica ha scatenato reazioni spesso caratterizzate da imperdonabili accuse e da giudizi confusi.
Welby ha chiesto di morire, e la sua morte è avvenuta nel rispetto della legalità. Di quel diritto all’autodeterminazione che la Costituzione protegge e considera fondamentale.
Piergiorgio Welby ha combattuto una battaglia personale, ma anche e soprattutto una battaglia pubblica e politica. Perché sarebbe stato facile morire ricorrendo a sotterfugi, senza infastidire gli animi sensibili e ipocriti di quanti non vogliono affrontare argomenti scomodi. E non c’è dubbio che chiedere di morire sia una domanda scomoda. Anche se giustificata da atroci sofferenze. Perché la vita è sacra, secondo costoro, al punto da giustificare l’imposizione di vivere nel dolore e nella totale assenza di una prospettiva di guarigione.
È la stessa ragione, forse, ad avere spinto due giorni fa la maggioranza del Parlamento a rifiutare di avviare una indagine conoscitiva sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Con l’unica eccezione di Donatella Poretti (RnP) e Tommaso Pellegrino (Verdi), è stata respinta la petizione di cui Welby era il primo firmatario.
In seguito all’annuncio della morte di Welby le accuse sono state espresse con rinnovato vigore.
Non c’è dubbio che a raggiungere la vetta più alta di cattivo gusto sia la dichiarazione di Luca Volontè (capogruppo dell’Udc alla Camera) che chiede l’arresto dei “colpevoli di questo omicidio”. Volontè dimentica alcuni dettagli fondamentali, quali la richiesta di Welby e la possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento medico, anche qualora comporti la morte. Impossibile parlare di omicidio in assenza di una vittima.
A rincarare la dose è Domenico Di Virgilio, responsabile del dipartimento Sanità di Forza Italia: «Il distacco della ventilazione a Welby, seguita dalla morte, è da considerare come una uccisione deliberata a dimostrazione di un totale disprezzo per la vita e la dignità di qualsiasi persona. Se il medico anestesista è stato veramente l’autore materiale di questo vero atto eutanasico oltre che essere un medico privo totalmente di un barlume di etica professionale, ha mostrato una assoluta mancanza di rispetto verso il giuramento di Ippocrate, verso il codice deontologico del medico e verso la legislazione vigente».
Il medico ha semplicemente rispettato le richieste di un cittadino che godeva del diritto di rifiutare i trattamenti cui era sottoposto. Che tipo di etica professionale prevede la tortura? O la violazione delle volontà personali?
Il Comitato Scienza & Vita, nato in occasione del referendum sulla procreazione assistita e strenuo difensore della “vita”, esprime il proprio dolore per la morte di Piergiorgio Welby «non solo per le gravi sofferenze che ha dovuto sopportare a causa della malattia, ma anche perché pensiamo che sia terribile morire convinti che la propria vita è indegna di essere vissuta». Sarebbe ancora più terribile essere costretti a vivere con la convinzione che la propria vita non sia più degna di essere vissuta. Ma soprattutto nessuno può decidere o giudicare della dignità della vita altrui. I criteri per stabilire la dignità di una esistenza non sono oggettivi; bensì individuali, soggettivi, personali. Welby ha descritto con spietata lucidità le ragioni per le quali non poteva più considerare la propria vita degna.
Rosy Bindi si è detta sconcertata dalla «spregiudicatezza politica con cui i radicali affrontano in modo ambiguo e inquietante le questioni della vita e della dignità della persona». Non sembra esserci nulla di ambiguo nel rispondere alla richiesta d’aiuto di una persona. Fosse anche drammatica come quella di Welby. Inquietante, e ambiguo, sarebbe tacere.

(E Polis, 22 dicembre 2006)

Staccate le macchine a Welby la sua agonia è finita mercoledì

Non sono nemmeno le 8 di giovedì 21 dicembre quando Marco Pannella annuncia la morte di Piergiorgio Welby.
Da questo momento in poi la morte di Welby ridiventa una questione solo personale, appartiene alla moglie Mina e alla famiglia di Welby.
Ma la sua richiesta di morte è invece una questione pubblica. Per volontà di Welby, cha ha rinunciato alla strada più semplice, quella di una morte clandestina, per incidere quel velo di ipocrisia che imbavagliava i discorsi sulle decisioni di fine vita.
Welby ha parlato per giorni, per mesi, e queste parole devono essere ricordate, innanzitutto come eredità politica. Ha parlato in nome di un diritto semplice e fondamentale: la libertà personale. Nonostante la sua sofferenza e il suo corpo tormentato, ha parlato con una lucidità che è mancata alla maggior parte delle persone che gli ha risposto. Soltanto gli ultimi giorni sono passati in silenzio, a causa dell’ulteriore peggioramento delle sue condizioni, ma forse anche per l’amarezza ingigantita dalle assurde accuse di strumentalizzazione politica.
Lui, che di battaglie politiche ne ha condotte molte, strumentalizzato?
Welby ha combattuto per la libertà della ricerca scientifica; ha combattuto per l’assistenza ai malati gravi; per il diritto di voto ai malati intrasportabili. Nel giugno 2005, in occasione del referendum sulla procreazione assistita, ha raggiunto il seggio con una fatica inimmaginabile, tra l’indifferenza politica. È anche grazie a Welby che nelle politiche del 2006 molti malati intrasportabili hanno potuto votare dal proprio domicilio.
Mercoledì sera Welby è stato sedato e contestualmente è stata interrotta la terapia ventilatoria che lo manteneva in vita. Era quanto chiedeva da 88 giorni. Era un suo diritto, riconosciuto dalla Costituzione. Mario Riccio, medico anestesista rianimatore dell’Ospedale di Cremona, ha rispettato la richiesta di un cittadino lucido e di un paziente torturato dal dolore.
La sorella di Welby, Carla, intervenuta alla conferenza stampa di ieri mattina, ha dichiarato che si è svolto tutto esattamente come Piergiorgio desiderava. È stato lui l’unico regista. “E non dimenticate la sua battaglia”, ha aggiunto, “mandatela avanti!”.
Il corpo di Welby è stato prelevato dalla Polizia Mortuaria. Probabilmente sarà sottoposto ad autopsia. Marco Cappato e Mario Riccio sono stati ascoltati dalla Digos come persone informate dei fatti. Nell’incertezza di quanto accadrà nei prossimi giorni, l’unica certezza è che finalmente la volontà di Welby è stata rispettata.

(E Polis, 22 dicembre 2006)

giovedì 21 dicembre 2006

Piergiorgio non aspetta “linee guida”

Anche il Consiglio Superiore di Sanità entra nel caso Welby. E alla domanda se i trattamenti cui è sottoposto siano da considerare accanimento terapeutico risponde che non si può rispondere, che servono linee guida in materia. Perché la valutazione “ha assunto una dimensione più vasta che trascende dal caso in sé per toccare ambiti e considerazioni di valenza generale su temi di estrema attualità, come quello del diritto del cittadino a rifiutare cure e trattamenti sanitari in determinate situazioni della vita”.
Il parere del Consiglio Superiore di Sanità non sarebbe stato vincolante, ma è l’ennesimo sintomo di una confusione concettuale che Welby paga sulla propria pelle.
Come definire l’accanimento terapeutico?
Il nuovo Codice deontologico medico afferma che “il medico, anche tenendo conto della volontà del paziente laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita”.
L’elemento fondamentale è proprio la volontà del paziente per il quale ci si aspetta, oppure no, un beneficio. Nessuno tranne il paziente può stabilire se un determinato trattamento sia accanimento oppure no. Lo stesso trattamento, infatti, se erogato al paziente A che esprime il proprio consenso e al paziente B che lo rifiuta, è da considerare in modi diversi. Nel primo caso non è accanimento terapeutico. Nel secondo sì.
Il parere del Consiglio di Sanità sarebbe stato in ogni caso inutile, perché Welby ha espresso chiaramente il suo volere rispetto ai trattamenti.

(E Polis, 21 dicembre 2006)

giovedì 14 dicembre 2006

La minaccia alla sopravvivenza della specie umana

La mozione di Alessandro Zan ha segnato un punto importante per il riconoscimento delle coppie di fatto: a Padova è possibile ottenere l’attestazione di famiglia anagrafica basata sui legami affettivi. Poco importa il sesso dei componenti.
Prevedibili le proteste e i moniti contro terrifici pericoli.
Un miscuglio di catastrofismo e di concezioni assolute di “normalità” e di “famiglia” è stato eretto come un muro. Uno degli argomenti più strambi è stato concepito da Ida Magli, come laica e “studiosa” (?), contro il riconoscimento delle coppie omosessuali.
Un cardine della società sarebbe lo scambio matrimoniale ai fini della procreazione – condizione della sopravvivenza stessa della società “italiana”. Riconoscere le coppie omosessuali minaccerebbe l’estinzione del genere umano. Con il beneplacito dell’Europa, che addirittura perseguirebbe la dissoluzione dei propri popoli.
Questo argomento sembra essere una pericolante evoluzione di quello che giudica l’omosessualità “contro natura” – e per questo da osteggiare. Purtroppo, quasi contemporaneamente all’ultima ondata scatenata dalla vicenda di Padova, una rivelazione sconcertante ha infranto la barriera della “natura”, nonché alcune metafore di virilità. I bisonti americani sono gay. Ma non solo. Oltre 1.500 specie animali hanno inclinazioni omosessuali. I trichechi e gli scimpanzè nani sono bisex. Anche le società animali sono preda di uno spleen autodistruttivo? La mostra “Contro natura” illustra tutto questo. Ad Oslo, presso il Museo di Storia Naturale dell’Università.
Forse se qualcuno li avesse messi in guardia, i Vichinghi non si sarebbero tanto rammolliti...

(E Polis, 14 dicembre 2006)

Nuovo muro contro i Pacs di Padova

Anche il Consiglio Superiore di Sanità entra nel caso Welby. E alla domanda se i trattamenti cui è sottoposto siano da considerare accanimento terapeutico risponde che non si può rispondere, che servono linee guida in materia. Perché la valutazione “ha assunto una dimensione più vasta che trascende dal caso in sé per toccare ambiti e considerazioni di valenza generale su temi di estrema attualità, come quello del diritto del cittadino a rifiutare cure e trattamenti sanitari in determinate situazioni della vita”.
Il parere del Consiglio Superiore di Sanità non sarebbe stato vincolante, ma è l’ennesimo sintomo di una confusione concettuale che Welby paga sulla propria pelle.
Come definire l’accanimento terapeutico?
Il nuovo Codice deontologico medico afferma che “il medico, anche tenendo conto della volontà del paziente laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita”.
L’elemento fondamentale è proprio la volontà del paziente per il quale ci si aspetta, oppure no, un beneficio. Nessuno tranne il paziente può stabilire se un determinato trattamento sia accanimento oppure no. Lo stesso trattamento, infatti, se erogato al paziente A che esprime il proprio consenso e al paziente B che lo rifiuta, è da considerare in modi diversi. Nel primo caso non è accanimento terapeutico. Nel secondo sì.
Il parere del Consiglio di Sanità sarebbe stato in ogni caso inutile, perché Welby ha espresso chiaramente il suo volere rispetto ai trattamenti.

(E Polis, 14 dicembre 2006)

domenica 10 dicembre 2006

Un uomo politico e scomodo ecco perché non ha risposte

Piergiorgio Welby ha fatto una richiesta: politica, pubblica e soprattutto scomoda. Scomoda perché costringe quanti avrebbero il dovere di rispondere a dismettere ipocrisie e giochi di parole. E forse è proprio per questo che di risposte sensate ne ha ricevute poche. La politica tace, o si nasconde dietro a pretestuosi argomenti.
Welby chiede che gli sia risparmiata una morte atroce: ma lo chiede come esercizio della propria libertà e non come pietismo. Chiede che gli sia staccato il ventilatore polmonare e che sia sedato per non morire soffocato da sveglio. Chiede di essere liberato da quella che lui chiama la sua “prigione infame”, un corpo tenuto in vita dai macchinari e sottrattogli in nome della sacralità della vita. Un corpo straziato e torturato.
Welby ha anche un altro difetto: è un militante radicale.
Se avesse scelto la via della clandestinità, senza fare baccano e senza rivendicare il diritto di interrompere i trattamenti che lo tengono in vita, avrebbe da tempo coronato i suoi desideri. Il Presidente dell’Ordine dei Medici, Amedeo Bianco, intervistato da Anna Meldolesi l’ha dichiarato esplicitamente: un fratello gemello di Welby, meno ostinato e senza la pretesa di affermare il diritto civile e politico ad una morte naturale, avrebbe ottenuto da settimane quanto Welby chiede. Alla chetichella.
Per rispondere a Welby non sarebbe nemmeno necessario scomodare la parola ‘eutanasia’ né discutere di una eventuale legalizzazione.
Basterebbe rispettare la legge esistente, quella legge che condanna l’accanimento terapeutico e le sofferenze inutili e che riconosce al cittadino (prima ancora che al paziente o al militante politico) il diritto di rifiutare le cure anche nel caso in cui tale rifiuto implichi la morte. Nel caso di Welby, e dei tanti malati nelle sue condizioni, non c’è nemmeno la scusa della difficoltà di interpretare la sua volontà. Welby è perfettamente in grado di intendere e di volere e la sua lucidità è di gran lunga superiore alla maggior parte di coloro che (non) gli hanno risposto.

(E Polis, 10 dicembre 2006)

venerdì 8 dicembre 2006

Embrione e l’attacco alla legge sull’aborto

Quante volte i genitori o gli amici saggi ci hanno detto ‘te l’avevo detto’, mischiando una sottile soddisfazione per avere avuto ragione al dispiacere di vederci affrontare una sgradita conseguenza delle nostre azioni. O delle nostre omissioni.
Ebbene, l’assedio alla legge 194 potrebbe rientrare tra i contenuti di un irritante ‘te l’avevo detto’.
Perché non c’è da stupirsi se il fronte conservatore (ideologico e religioso) muove l’offensiva contro la possibilità di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. È una diretta e necessaria conseguenza della legge 40, quella sulla procreazione assistita, secondo la quale l’embrione è una persona. Come uno di noi. Se l’embrione è una persona, allora non è possibile crioconservarlo, non è possibile fare sperimentazione, non è possibile sopprimerlo. Molti dei divieti della legge 40 derivano coerentemente dall’attribuzione di diritti all’embrione.
Altrettanto coerentemente dovrebbe conseguire che non è possibile interrompere volontariamente una gravidanza. Perché l’aborto è la soppressione di un embrione; e quell’embrione è titolare dei diritti di cui godono le persone, primo tra tutti il diritto alla vita.
Il diffuso disinteresse nei confronti della battaglia contro la legge 40 si è alimentato di una grave miopia. L’illusione che la legge sulla procreazione medicalmente assistita fosse una legge che riguardava gli sterili e pochi altri (tuttavia, non sarebbe stato un buon motivo per disinteressarsene). La legge 40, invece, riguarda tutti i cittadini. Perché è una legge sulla libertà individuale. È una legge che intacca la nostra libertà senza che vi siano ragioni sufficientemente forti per giustificare una simile invadenza. La legge 40 si è spinta in un terreno intimo e privato, in quello spazio in cui la coercizione legale dovrebbe astenersi dall’usare il pugno di ferro. Il fallimento del referendum ha poi legittimato tale violazione. Non soltanto della libertà di avere un figlio, ma di quella libertà individuale su cui dovrebbe fondarsi uno Stato liberale e legittimo.
Tutte le omissioni riguardo alla legge 40 costituiscono la premessa di quanto accade oggi, che ancora si chiama inchiesta sull’aborto, ma presto potrebbe chiamarsi revisione o divieto.
‘Te l’avevo detto’ che se la legge 40 non veniva modificata… Non c’è, però, nessuna soddisfazione nell’avere avuto ragione.

(E Polis, 8 dicembre 2005)

giovedì 7 dicembre 2006

Il testamento biologico esiste già

La notizia è di qualche giorno fa, ma le conseguenze possono essere di fondamentale importanza ed è utile ricostruire la vicenda. Il signor Bruno è un settantenne che, circa un anno fa, deve sottoporsi ad un delicato e rischioso intervento chirurgico. Consapevole del rischio di un esito infausto, contestuale o conseguente l’intervento, Bruno ha sottoscritto il consenso informato a condizione di inserire una clausola. Seguendo le indicazioni del comitato etico dell’ospedale San Martino di Genova, Bruno ha esplicitato le proprie volontà qualora in futuro non potesse più farlo. In caso di stato vegetativo persistente o altra grave inabilità, ha detto, rifiuto ogni forma di accanimento terapeutico (comprese idratazione e alimentazione artificiali) e rifiuto qualsiasi cura inefficace per la guarigione, come la rianimazione. I risultati importanti sono due. Il primo è la possibilità per ogni persona in procinto di sottoporsi a un trattamento medico di ampliare il consenso informato, esprimendo le proprie volontà anche rispetto a scenari futuri. Il secondo è la ‘dimostrazione’ che il testamento biologico esiste già, nonostante le lentezze della discussione parlamentare al riguardo, e nonostante le polemiche circa l’ammissibilità morale e legale delle direttive anticipate. Prendere sul serio l’autodeterminazione personale e la possibilità di rifiutare le cure ci conduce per mano e senza intoppi alla possibilità di decidere della nostra salute anche futura. La documentazione originale è consultabile presso il sito dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

(E Polis, 7 dicembre 2006)

giovedì 30 novembre 2006

La sofferenza del turismo procreativo

“Turismo” evoca sensazioni piacevoli e immagini di spiagge assolate o cime montuose innevate. “Procreativo” fa pensare alle guanciotte paffute di un bimbo desiderato o allo scalpiccio di piedi incerti che esplorano il mondo. La loro unione però (turismo procreativo) non raddoppia la piacevolezza ma implica sofferenza e frustrazione.
Sofferenza e frustrazione per tutti gli esclusi dalla legge sulla procreazione medicalmente assistita: persone affette o portatrici di malattie geneticamente trasmissibili e sieropositivi. Ma anche quanti sono affetti da una sterilità cui la medicina non può rimediare, e che avrebbero bisogno di ricorrere alla donazione di un gamete altrui, maschile o femminile, e le donne sole. La legge 40 vieta l’accesso alla procreazione assistita ai non sterili e a chi non ha un legame stabile da almeno 3 anni, e vieta la fecondazione eterologa.
E così un esercito silenzioso e sempre più numeroso si rivolge a centri all’estero: Spagna Svizzera Gran Bretagna Stati Uniti. Chi non vuole rinunciare al desiderio di avere un figlio è costretto ad intraprendere viaggi desolanti e rischiosi. E costosi. Viaggi che, naturalmente, non offrono alcuna garanzia di successo e che spesso si moltiplicano.
I dati raccolti dall’Osservatorio del Turismo Procreativo, resi pubblici oggi in una conferenza stampa a Roma, parlano di oltre 4.000 coppie di esuli. Prima della legge 40 erano poco più di 1.000.
Si badi: non è perché esiste il turismo procreativo che la legge 40 è una legge condannabile. Ma, al contrario, il turismo procreativo è un ennesimo effetto di una legge oscena e ingiustificabile.

(E Polis, 30 novembre 2006)

lunedì 27 novembre 2006

Per una vita dignitosa

È il 1963 e un gesto scomposto è il primo sintomo della distrofia muscolare progressiva. La diagnosi lascia un angusto margine di futuro: un paio d’anni. Welby non ne ha nemmeno venti. Il pronostico si rivela sbagliato, tuttavia l’esito non è a lieto fine come nelle favole. Nessuna bacchetta magica, ma un lento incalzare della malattia: la sedia a rotelle, l’insufficienza respiratoria, il coma. È il 1997 quando Welby viene rianimato e tracheostomizzato. Respira, si alimenta e parla tramite macchinari.

Questo è il “percorso inverso” di Piergiorgio Welby: “gattonare, muovere i primi passi, camminare correre…”. All’incontrario, fino alla quasi totale immobilità corporea e linguistica. Ma non cerebrale, perché Welby ha una mente lucida e brillante. Dolorosamente in grado di percepire e di “vivere” il suo naufragio. E di chiedere che possa avere termine. “Rivoglio la mia morte, niente di più, niente di meno!”.

Il suo libro è una analisi degli orrori di una malattia e degli orrori di una atroce violazione di una libertà. È la denuncia di una condanna a vivere (“morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche”) e di tutti i luoghi comuni che gravano sull’eutanasia. Il suo libro è la richiesta di un dibattito parlamentare e politico che prenda sul serio la questione della regolamentazione delle decisioni di fine vita. Nella lettera che ha scritto a Giorgio Napolitano, Welby precisa che il suo intento non è quello di chiedere una morte dignitosa. “Non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte. La morte non può essere «dignitosa»; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili o inguaribili”.

La morte può essere opportuna, un rifugio per chi è sopraffatto dal dolore. Un estremo rimedio, perché nessun malato è “a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire”. Ma “tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più avanti nel tempo”.

E quella morte opportuna Welby la vorrebbe alla luce del sole. La sua è anche una denuncia contro la clandestinità di un fenomeno negato dai molti “slalomisti provetti”, che si voltano dall’altra parte e fingono di non sapere che l’eutanasia esiste, relegata nelle stanze d’ospedale e nelle coscienze già oppresse dall’umiliazione e dalla sofferenza.

L’aspetto più sorprendente è l’ironia. Welby ci prende per mano e ci conduce lungo una strada dissestata e spaventosa, eppure di frequente è capace di suscitare un sorriso. Un sorriso amaro. Perché Welby chiede di morire, e perché con chirurgica precisione elenca le ipocrisie, l’immobilità, le banali frasi fatte di quanti pretendono di avere in tasca soluzioni e risposte. Soluzioni inesistenti e risposte vigliacche. Perché l’unica soluzione possibile risiede nella libertà individuale e l’unica risposta nei nostri desideri.

Welby strappa la palandrana perbenista e ipocrita raccontando la sua storia, le sue giornate, i buchi e i tubi e il dolore onnipresente. Il rumore del ventilatore polmonare (“quell’ansare rauco da bestia ferita”) o la voce metallica e impersonale del sintetizzatore vocale, che ha preso il posto nei pensieri e nelle letture della voce originaria di Welby. Welby scherza: “sto diventando un essere bionico! Quando morirò invece che al cimitero mi porteranno a un’autodemolizione!”.

E sposta l’onere della prova su quanti si schermiscono o condannano l’eutanasia in nome di una sacralità della vita, perché “non esiste alcun valido motivo per costringere una persona a prolungare una sofferenza che reputa inutile e disumana”. Al posto della nostra libertà, “il presente ci regala uno Stato mammo-mediterraneo, uno Stato sovrappeso con i capelli neri e unti, le tette grandi, i fianchi strabordanti, le mani grassocce e sudaticce”.
(Galileo, 27 novembre 2006)

giovedì 9 novembre 2006

Ma eutanasia fa sempre rima con libertà

“L’eutanasia non viene praticata negli ospedali italiani” ha risposto Francesco Rutelli alle richieste di chiarimento di Carlo Giovanardi sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Il chiarimento riguardava le affermazioni di Luigi Manconi sull’esistenza di un fenomeno silenzioso e clandestino, costretto nelle stanze degli ospedali e nelle coscienze dei medici e dei familiari di pazienti affetti da malattie incurabili e dolorose. Come lo stesso Manconi ha scritto sulle pagine de Il Riformista, non c’è da sorprendersi che non si ammetta ufficialmente l’esistenza di una pratica illegale.
È un peccato, però, che il frastuono sollevato dalla sola parola ‘eutanasia’ sciupi l’occasione per riflettere su un particolare: nei Paesi in cui l’eutanasia è illegale c’è una percentuale rilevante di decisioni prese da ‘altri’ invece che dal paziente stesso. In altre parole, l’eutanasia è praticata senza il consenso di colui che morirà.
Una seria indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina sarebbe un elemento fondamentale per la legalizzazione dell’eutanasia. E non come legittimazione di uno stato di fatto (i furti esistono e questa non è una buona ragione per depenalizzarli); piuttosto come mezzo per riaffermare un principio tanto sbandierato ma ben poco rispettato: la libertà individuale, la possibilità di decidere della propria esistenza.
Se davvero sono importanti, oltre alla libertà, il diritto a rifiutare le cure e l’inammissibilità dell’accanimento terapeutico, legalizzare l’eutanasia significherebbe restituire alle persone la scelta. E se è la parola a spaventare, si può ripiegare su “decisioni di fine vita”.

(E Polis, 9 novembre 2006)

Ma eutanasia fa sempre rima con libertà

“L’eutanasia non viene praticata negli ospedali italiani” ha risposto Francesco Rutelli alle richieste di chiarimento di Carlo Giovanardi sul fenomeno dell’eutanasia clandestina. Il chiarimento riguardava le affermazioni di Luigi Manconi sull’esistenza di un fenomeno silenzioso e clandestino, costretto nelle stanze degli ospedali e nelle coscienze dei medici e dei familiari di pazienti affetti da malattie incurabili e dolorose. Come lo stesso Manconi ha scritto sulle pagine de Il Riformista, non c’è da sorprendersi che non si ammetta ufficialmente l’esistenza di una pratica illegale.
È un peccato, però, che il frastuono sollevato dalla sola parola ‘eutanasia’ sciupi l’occasione per riflettere su un particolare: nei Paesi in cui l’eutanasia è illegale c’è una percentuale rilevante di decisioni prese da ‘altri’ invece che dal paziente stesso. In altre parole, l’eutanasia è praticata senza il consenso di colui che morirà.
Una seria indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina sarebbe un elemento fondamentale per la legalizzazione dell’eutanasia. E non come legittimazione di uno stato di fatto (i furti esistono e questa non è una buona ragione per depenalizzarli); piuttosto come mezzo per riaffermare un principio tanto sbandierato ma ben poco rispettato: la libertà individuale, la possibilità di decidere della propria esistenza.
Se davvero sono importanti, oltre alla libertà, il diritto a rifiutare le cure e l’inammissibilità dell’accanimento terapeutico, legalizzare l’eutanasia significherebbe restituire alle persone la scelta. E se è la parola a spaventare, si può ripiegare su “decisioni di fine vita”.

(E Polis, 9 novembre 2006)

giovedì 2 novembre 2006

Aborto terapeutico vietato in Nicaragua

Quattro articoli del Codice Penale nicaraguense sono stati spazzati via da una strategia di alleanze interessata unicamente alla vittoria elettorale. Poco importa del resto: salute dei cittadini, libertà, laicità dello Stato.
Quattro articoli del Codice Penale rimpiazzati dal divieto assoluto dell’aborto terapeutico. Da oltre un secolo in Nicaragua era permesso ricorrere all’aborto in caso di pericolo di vita per la madre. Nonostante l’opposizione della comunità medica, la protesta della società civile e la condanna di organizzazioni nazionali e internazionali (tra cui l’Unicef e Save the Children) nell’Asamblea Nacional un fronte compatto ha scelto di ‘difendere’ la vita. Non della donna, però, che dovrà portare avanti una gravidanza anche a rischio della propria vita; oppure ricorrere all’aborto clandestino, con il rischio di morire.
All’Asamblea Nacional sono stati ammessi solo i membri dei movimenti contrari all’aborto; fuori, sotto a un sole bruciante, gli oppositori.
52 deputati del Frente Sandinista, del Partido Liberal Constitucionalista, della Alianza Liberal Nicaraguense, di Camino Cristiano e degli Azul y Blanco hanno votato per trascinare il Paese in una condizione deprecabile e ai limiti dell’incostituzionalità.
Un solo partito contrario: la Alianza MRS.
Il sandinista Edwin Castro ha dichiarato: “non è una riforma che va contro i diritti della donna. Crediamo che bisogna dare un messaggio chiaro a favore della vita. Qualsiasi donna che deve abortire, per qualsiasi motivo, ha un trauma e dolore e non benessere”.
Con questa riforma, invece, rischierà di morire. Davvero una grande conquista.

(E Polis, 2 novembre 2006)

mercoledì 25 ottobre 2006

Tra legge 40, famiglie e diritti dei figli mai nati

Ieri s’è svolta presso la Corte Costituzionale la prima udienza pubblica sull’incostituzionalità dell’articolo 13 della legge 40/2004.
La legge 40 è la tanto discussa legge sulla procreazione assistita. L’articolo 13 vieta, seppure con ampio spazio di interpretazione, la diagnosi sull’embrione prima che questo sia impiantato nel corpo materno.
La diagnosi genetica di preimpianto è arrivata davanti alla Suprema Corte in seguito al ricorso di una coppia di Cagliari che aveva chiesto di usufruirne. La coppia, portatrice sana di beta talassemia, aveva in precedenza fatto ricorso ad indagini prenatali, il cui esito infausto aveva determinato la decisione drammatica di abortire.
La coppia si affida allora ad un avvocato: con un provvedimento d’urgenza si chiede l’autorizzazione a ricorrere alla diagnosi genetica di preimpianto. Il Giudice di Cagliari si rivolge alla Corte Costituzionale per valutare l’ammissibilità di tale richiesta. La diagnosi prima dell’impianto permetterebbe di conoscere lo stato di salute dell’embrione ad uno stadio molto precoce e, diversamente dall’amniocentesi o dalla villocentesi, eviterebbe la dolorosa scelta tra un aborto terapeutico e il portare avanti la gravidanza di un embrione affetto da una grave malattia.
A difesa dell’articolo 13 si erano schierati il Forum della Famiglie e il Comitato Scienza e Vita. La Corte ha giudicato il loro intervento difensivo inammissibile, in quanto non titolari di alcun interesse qualificato. Ma ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale, accreditando ancor più una legge vergognosamente ingiusta e discriminatoria. Le motivazioni saranno depositate nei prossimi giorni. Qualunque esse siano, la profonda amarezza non diminuirà.

(E Polis, 25 ottobre 2006)

venerdì 20 ottobre 2006

Sulla sanità la lezione della Galizia

La salute è un bene prezioso ma molto costoso. La promozione e la prevenzione della salute, d’altra parte, sono un sintomo importante dell’avanzamento di un Paese. E la gratuità del sistema sanitario nazionale è una condizione fondamentale del Welfare.
Purtroppo la spesa sanitaria pubblica supera spesso il budget stanziato e le soluzioni prendono l’aspetto della riduzione dell’assistenza sanitaria e farmaceutica gratuita.
Prima di tagliare o limitare l’assistenza sanitaria gratuita, però, sarebbe razionale e augurabile individuare e ridurre gli sprechi.
Con questo intento alla Commissione Affari Sociali era stato proposto un emendamento all’articolo 94 della Finanziaria, “Iniziative in materia di farmaci”, per iniziativa di Donatella Poretti (RnP), e sottoscritto da Tommaso Pellegrino (Verdi), Luigi Cancrini (PdCI) e Daniela Dioguardi (Prc).
La proposta era di favorire la somministrazione individuale dei farmaci, soprattutto quelli di fascia A: il medico prescrive la dose necessaria, il farmacista consegna la quantità esatta invece che l’intera scatola (spesso inutilizzata e a rischio di scadenza).
In Galizia questa modalità di somministrazione ha ridotto la spesa sanitaria del 35%. In Italia, per i soli antibiotici, si potrebbe arrivare a risparmiare 400 milioni di euro. Nell’anno passato la spesa sanitaria a carico del servizio sanitario nazionale per i farmaci prescritti ha sforato di circa 380 milioni di euro.
Tagliare abbatte i costi, ma non risolve i problemi. Eliminare gli sprechi sembra essere una strada di gran lunga preferibile.
L’emendamento è stato respinto senza motivazioni.

(E Polis, 20 ottobre 2006)

giovedì 12 ottobre 2006

Quando l’orco si nasconde in una Chiesa

Lui si chiama Oliver O’Grady; lei non ha nome, perché è minorenne quando si consuma il reato. Lui è un prete; lei una bambina di undici anni come tante altre. Una bambina come tanti altri bambini che per 20 anni hanno subito abusi sessuali dallo stesso “padre”: Oliver O’Grady.
È la voce del prete, registrata durante il processo nel 1997, a raccontare questa storia agghiacciante in un documentario che uscirà sabato negli Stati Uniti: Deliver Us from Evil, di Amy Berg.
La vicenda sarebbe già raccapricciante così. Ma il racconto di O’Grady aggiunge particolari atroci: avrebbe abusato impunemente dei bambini sotto l’ala protettrice del cardinale Roger M. Mahoney, che con sollecitudine lo spostava di parrocchia in parrocchia quando la “situazione” diventava ingestibile.
Non solo il silenzio o l’indifferenza di chi non vuole vedere scomode realtà. Ma la complicità, un vero e proprio favoreggiamento di un reato consumato da chi avrebbe dovuto offrire conforto spirituale, e invece imponeva la soddisfazione dei propri appetiti sessuali. Vescovo della diocesi di Stockton, in California, Mahoney vigilava sul possibile scandalo. Attento non a che gli abusi avessero termine, ma che non trapelassero. Interessato non al ravvedimento, ma all’impunità.
500 cause civili nella sola Contea di Los Angeles riguardano abusi sessuali commessi da preti. Il nome di Mahoney ricorre spesso.
Oggi O’Grady è in Irlanda, sua terra natia, dopo aver scontato 7 anni di prigione. Mahoney è a capo della arcidiocesi cattolica di Los Angeles, la più vasta del paese, ed è uno dei più influenti uomini di chiesa in America.

(E Polis, 12 ottobre 2006)

giovedì 5 ottobre 2006

L’intervista alla donna che non c’è

La lettera aperta di Piergiorgio Welby ha superato gli angusti argini del dibattito tra fautori della libera scelta e avversari irriducibili dell’eutanasia sollevando una questione apparentemente non pertinente: esiste una deontologia per i giornalisti? Esistono delle regole elementari da rispettare?
Una risposta semplice e verosimilmente condivisa è raccontare la verità dopo averne accertato le fonti.
Due giorni fa su “La Stampa” è stato pubblicato un pezzo a firma di Flavia Amabile. Indignata per la dichiarazione di Marco Pannella “Gli stacco io la spina”, che è anche il titolo del suo articolo, Amabile costruisce la sua disapprovazione sulle menzogne.
Arriva addirittura a descrivere una stanza che non ha mai visto, suggerendo una familiarità inesistente (“l’appartamento è sempre lo stesso”), si spinge fino a riportare il parere di una figlia che non è mai nata e che affermerebbe di non conoscere Pannella e implorerebbe: “non ne possiamo più, lasciateci in pace”.
Sforzo di fantasia a parte, in un Paese civile la spudoratezza di questa invenzione avrebbe suscitato indignazione e forse la sospensione dall’Ordine dei Giornalisti.
In Italia quasi l’unica risposta è il silenzio e forse uno scappellotto per averla fatta davvero grossa! Con l’unica eccezione delle parole, fin troppo composte, di Mina Welby che non lasciano alcuno spazio al dubbio: “La famiglia Welby non ha concesso interviste a La Stampa, né alla suddetta giornalista, né ad altri. È totalmente infondata la notizia secondo la quale vi sia una figlia, e quindi che la stessa possa parlare a nome mio e di Piergiorgio”. E verrebbe da aggiungere: “Lasciateci in pace”.


(E Polis, 5 ottobre 2006)

giovedì 28 settembre 2006

Sull’esistenza si imponga il libero arbitrio

Se in questo momento è difficile non partire dal caso Welby per discutere di eutanasia, è però doveroso spostare il dibattito su un altro piano: è giusto permettere la “dolce morte”?
Da una prospettiva morale, la libertà individuale è la condizione per rispondere affermativamente: siamo liberi di decidere riguardo alla nostra esistenza, morte inclusa.
Da una prospettiva legale, l’appiglio più potente è la possibilità di rifiutare trattamenti medici anche se questo comporta il rischio o la certezza della morte.
Nessun medico può decidere al posto del paziente, nessun medico può costringerlo ad assumere delle pillole e soprattutto nessuno può imporgli di vivere.
È bene sottolineare che la libertà di ricorrere all’eutanasia non significa imporla a chi non la vuole. E non comporta la compilazione di un elenco di persone ‘non degne’ di vivere che qualche tirannico avversario della disabilità vorrebbe eliminare, né l’autorizzazione dello Stato per il loro sacrificio. Significherebbe soltanto che chi desidera interrompere un’esistenza devastata dalla malattia e dalla sofferenza potrebbe farlo senza sotterfugi, senza nascondersi.
Scegliere se e come morire dovrebbe essere un diritto fondamentale di ogni cittadino. La sacralità della vita, tanto spesso invocata come baluardo contro ogni forma di eutanasia, è una forma sottile e raffinata di abuso, di assenza di rispetto. La morte in alcuni casi costituisce l’unico modo per sottrarsi ad una esistenza gravemente compromessa, e ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di scegliere. Condannare chi rifiuta di sopravvivere è un modo ipocrita di sottrarsi alla responsabilità personale.

(E Polis, 28 settembre 2006)

venerdì 15 settembre 2006

Sui trapianti ora esiste una terza via

Il problema dei trapianti riguarda centinaia di migliaia di persone al mondo. Gli ostacoli principali sono la carenza degli organi disponibili e la compatibilità tra donatore e ricevente, con conseguente rischio di rigetto.
Per quanto riguarda la carenza degli organi donati sono state proposte alcune soluzioni all’unico modo permesso per reclutare organi, la donazione post mortem volontaria e indiretta (l’unica eccezione è la donazione da vivente a parenti): dall’obbligatorietà della donazione dopo la morte alla legalizzazione del mercato degli organi. La tecnologia medica può offrire una terza via, senza i fardelli morali che gravano sulle prime due: la creazione di organi artificiali da sostituire a quelli danneggiati.
La scorsa settimana la Food and Drug Administration ha autorizzato il trapianto di un cuore artificiale (AbioCor) in pazienti cardiaci terminali, in base a uno studio clinico che ha coinvolto 14 malati e ha allungato la loro vita di vari mesi.
È una sperimentazione destinata a pochi pazienti con una prospettiva di vita di circa un mese e esclusi dal trapianto ‘normale’ per questioni di età o di condizioni mediche.
Daniel Schultz, direttore del Center for Devices and Radiological Health della FDA, è ottimista sulle potenzialità del cuore artificiale e giudica l’approvazione della sperimentazione un passo importante per lo sviluppo di tecnologie salvavita. Tuttavia, è ben consapevole che oggi le limitazioni sono tante, e che molti dei destinatari del trapianto sperimentale rifiuteranno. Ma a quelli che lo vorranno sarà offerta la possibilità di vivere un po’ di più contro la certezza di una morte imminente.

(E Polis, 15 settembre 2006)

venerdì 8 settembre 2006

Troppi lati oscuri nella storia di Natascha

Cercando su Google “Natascha Kampusch” si ottengono 3.780.000 risultati. Per fare un confronto: se ne ottengono 12.000.000 per Charles Darwin, 5.240.000 per Silvio Berlusconi e 2.270.000 per Francesco Totti.
La ragazza rapita 10 anni fa e vissuta in un garage è una celebrità e non ha bisogno di presentazioni.
Sono però molti i punti oscuri di una vicenda al contempo straziante e grottesca. Non solo nella ricostruzione della modalità e delle ragioni del rapimento, dei lunghi anni trascorsi e della fuga. I punti oscuri emergono prepotentemente soprattutto dal racconto e dal comportamento di Natascha. Dalla sua proprietà di linguaggio e dal suo apparente equilibrio emotivo, inconsueto per una diciottenne, e ancor di più per una giovane donna che ha passato dieci anni in un isolamento affettivo e cognitivo quasi totali. Natascha ha raccontato di essere riuscita a farsi regalare una radio e a farsi portare giornali e riviste. S’ipotizza che il suo carceriere le abbia dato alcune lezioni: ma il suo carceriere, Wolfgang Priklopil, era un tecnico elettronico e non un pedagogo: il risultato è davvero sorprendente!
La ricostruzione della prigionia è inquietante: il perenne rumore di un ventilatore, l’angusto perimetro di un sottoscala, la consapevolezza che fuori nessuno sapesse nulla di lei e che addirittura la pensassero morta. Picchiare ai muri della sua prigione con bottiglie e calci non ha richiamato l’attenzione di nessuno. Nessuno l’ha riconosciuta per strada, durante le passeggiate insieme al suo carceriere.
Soltanto dopo 6 mesi la ragazza è salita in casa per lavarsi. Ricorda la pulizia dell’appartamento e i cibi caldi preparati dalla madre di Priklopil. E aggiunge “avevano un buon rapporto, si volevano bene”. Non si potrà, se la testimonianza di Natascha è attendibile, attribuire il gesto del criminale (come lei lo chiama) al cattivo rapporto con la madre – viene da pensare con una punta di sarcasmo.
Natascha racconta di avere sempre pensato a come fuggire. A trattenerla è stata la minaccia di Priklopil di fare una strage se lei se ne fosse andata. Addirittura a frenarla dal proposito della fuga c’era il pensiero delle conseguenze sul suo rapitore: “pensavo a sua madre, ai vicini di casa. Non mi piaceva l’idea di far scoprire la faccia oscura di un uomo che avevano sempre considerato una brava persona. [La madre] mi fa pena: ha perso non solo il figlio, ma anche la fede in suo figlio. Sapevo che fuggendo l’avrei ucciso. Mi aveva sempre detto che si sarebbe ammazzato se fossi scappata. In pratica, con la mia fuga ho straformato in assassini sia l’amico che gli ha dato un passaggio per la stazione, sia il conducente del treno che l’ha investito”.
È solo colpa della Sindrome di Stoccolma se il giudizio morale investe due ignari cittadini e non il suo carnefice?

(E Polis, 8 settembre 2006)

venerdì 1 settembre 2006

Gli embrioni sono già persone?

La questione degli embrioni orfani e del loro destino torna alla ribalta. In un articolo di ieri su “Il Corriere della Sera”, Lucetta Scaraffia indaga due differenti posizioni del fronte cattolico al riguardo. Salta agli occhi la confusione tra “essere umano” e “persona”, troppo spesso presente nei dibattiti bioetici. Termine descrittivo, il primo, che chiarisce l’appartenenza di un individuo a una determinata specie; termine morale, il secondo, che attribuisce ad un individuo alcuni diritti in base a determinate proprietà.
Riportando il parere dell’ex presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica Francesco D’Agostino sull’adottabilità degli embrioni, Scaraffia ne mutua le imprecisioni: l’adozione per la nascita “non solo salverebbe delle vite umane, ma sottolineerebbe, dal punto di vista giuridico e simbolico, lo statuto di vita umana degli embrioni, rendendo più difficile, se non impossibile, il loro utilizzo a fini di ricerca”, e ribadendone il diritto a nascere.
“Confermare l’identità di esseri umani” agli embrioni è superfluo: nessuno nega loro l’appartenenza alla nostra specie. La questione è un’altra: quegli embrioni sono già anche persone?
Il secondo parere analizzato è quello di Adriano Pessina, secondo il quale l’adozione degli embrioni ‘abbandonati’ sarebbe una soluzione insoddisfacente e immorale, perché spezzerebbe il processo di maternità separando concepimento e gestazione. Meglio “staccare la spina” (ovvero, provocare la morte degli embrioni). Conseguenza ben strana per chi, come Pessina, accoglie la difesa ad oltranza della vita a partire dal concepimento. La frantumazione del processo di maternità finirebbe per legittimare un vero e proprio omicidio.

(E Polis, 1 settembre 2006)

giovedì 24 agosto 2006

Occorre una “banca privata” pure in Italia

Qualche giorno fa vicino a Salerno è nata una bambina: gode di buona salute ed è la secondogenita di una famiglia come tante. O forse no. Perché il fratellino è malato di Talassemia major, una malattia del sangue che costringe chi ne soffre a subire frequenti trasfusioni. C’è però una speranza di guarigione per il bimbo: un trapianto di cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale della neonata.
Il caso è eccezionale anche per un’altra ragione: il cordone ombelicale, infatti, può essere donato, ma in forma anonima, senza che ci sia la possibilità di indicare il ricevente. La donazione diretta del cordone ombelicale è permessa soltanto nei casi in cui il donatore ha fratelli affetti da patologie curabili con un trapianto emopoietico; il sangue viene prelevato e utilizzato esclusivamente per i consanguinei. Come accade per la donazione degli organi da vivente.
Anche la conservazione del cordone ombelicale per uso autologo è vietata in Italia. In molti altri Paesi, invece, le partorienti possono conservare il cordone del proprio bambino come ‘banca privata’ di cellule staminali, qualora ve ne fosse bisogno in futuro. Chi volesse conservare il cordone del proprio figlio deve rivolgersi a banche estere, deve farlo personalmente e deve pagare dai duemila euro in su per la raccolta e una quota annua per la conservazione.
Quali sono le ragioni del divieto nostrano? Secondo alcuni vi sarebbe una ragione scientifica. La possibilità di dover ricorrere al proprio cordone ombelicale sarebbe tanto ridotta da essere irrilevante: circa un caso su oltre ventimila. L’improbabilità di utilizzo, tuttavia, non sembra sufficiente a motivare un divieto legale. Potrebbe essere una buona ragione per sconsigliare la conservazione del cordone a fini autologhi, ma non per impedirla. E allora? Giampietro Rupolo, coordinatore regionale per i trapianti del Veneto, invoca ragioni etiche. Conservare per sé il cordone costituirebbe una profonda erosione “del patrimonio di sensibilità alla donazione che si è costituito nella nostra società nel corso di questi anni”. Egoismo e rischio di diminuzione delle donazioni, in altre parole. Appare piuttosto discutibile la stretta correlazione tra la possibilità di conservare per sé e il rischio del crollo delle donazioni. Chi decide di donare non lo fa soltanto perché non può tenersi ciò che dona. Ma soprattutto, l’egoismo e il presunto effetto di riduzione delle donazioni non possono ragionevolmente sostenere un divieto legale. “Il giusto equilibrio tra interessi dei singoli individui e bisogni della collettività”, ammesso che si possa tracciare, non può essere imposto da una legge.

(E Polis, 24 agosto 2006)

domenica 20 agosto 2006

L’inizio della vita, il confine della coscienza

Le cellule staminali scuotono le coscienze in tutto il mondo. Lo scontro è incentrato sulla liceità di condurre sperimentazioni che implicano la distruzione di embrioni umani. Quanti considerano l’embrione a partire dal concepimento, ovvero dall’unione del gamete maschile e di quello femminile, come una persona e pertanto detentore di diritti fondamentali e inviolabili, considerano immorale la ricerca sulle cellule staminali embrionali, e appoggiano il divieto legale a questo tipo di ricerca. Quanti, al contrario, sostengono che la proprietà “persona” si acquisisca soltanto in una fase successiva dello sviluppo embrionale, caldeggiano e desiderano incentivare una ricerca che offre una speranza di terapia per patologie ad oggi incurabili. E sono contrari ai divieti legali e agli ostacoli di natura diversa, quali le restrizioni ai finanziamenti pubblici. Questi sono gli ingredienti che si ritrovano anche nella recente discussione in Australia, scatenata dalla dichiarazione del Primo Ministro John Howard, dopo molti giorni di indugio, in risposta alle pressioni del Parlamento australiano per permettere la cosiddetta clonazione terapeutica. “Lascerò il voto sul divieto di clonazione terapeutica alla coscienza”, ha detto pochi giorni fa.
In Australia dal 2002 esiste soltanto la possibilità di utilizzare per la ricerca sulle staminali gli embrioni creati per la fecondazione in vitro e non utilizzati, ma non quella di crearli appositamente, inserendo il nucleo di una cellula somatica di un adulto in una cellula uovo (operazione che aprirebbe una speranza nella rigenerazione di tessuti ed organi senza il problema del rigetto caratteristico dei trapianti).
Il ministro Howard ha manifestato anche un interesse a conoscere il parere dei cittadini riguardo alla possibile rimozione del divieto vigente. Gli australiani propenderanno per la difesa ad oltranza degli embrioni oppure per l’incentivazione di ricerche che potrebbero salvare molte vite umane?
La senatrice democratica Natasha Stott Despota sta lavorando ad una proposta di legge per ampliare in nome dell’interesse terapeutico gli angusti limiti imposti alla ricerca, che verosimilmente sarà pronta entro un paio di mesi.
Tra gli strenui oppositori c’è il senatore Ron Boswell, che sostiene l’inutilità della ricerca sulle embrionali invocando i risultati ottenuti dalla ricerca sulle staminali adulte. E non mancano gli urlatori, come il liberale Alby Schultz che parla già di “Frankenstein science”.
Il Parlamento australiano se la vedrà, dunque, con un tema scottante nelle prossime settimane. Dovrà risolvere un dilemma di interesse pubblico. Nell’attesa è augurabile che si svolga un dibattito informato e corretto, strumento migliore per una decisione giusta e razionale.

(E Polis, 20 agosto 2006)

venerdì 11 agosto 2006

Subire la vita contro la propria volontà

All’inizio di agosto il senatore repubblicano del Kansas Sam Brownback ha presentato una proposta di legge contro il suicidio assistito. Il testo afferma che usare le sostanze farmacologiche che sono controllate e permesse dalla legge per provocare la morte del paziente non è un fine medico legittimo; usarle per dare sollievo al dolore invece sì. Secondo Brownback considerare il suicidio assistito come atto medico intacca la moralità della società (verrebbe da domandare: si potrebbe legalizzarlo senza considerarlo atto medico?). L’uccisione potrebbe diventare una soluzione moralmente accettabile per i malati cronici e terminali. Secondo Brownback l’oscenità e l’inaccettabilità di questo scenario è tanto evidente da non richiedere argomenti a sostegno e nemmeno di soffermarsi a considerare se esiste qualche circostanza in cui un malato terminale potrebbe desiderare la morte, e se esiste qualche circostanza in cui questo desiderio dovrebbe essere rispettato.
E prosegue Brownback: permettere il suicidio assistito potrebbe spingere le compagnie assicurative ad incoraggiare l’uccisione dei pazienti che necessitano di assistenza sanitaria a lungo termine. Incoraggiamento, si badi, immorale ma non necessario. Non è corretto condannare la possibilità di ricorrere al suicidio assistito minacciando una possibile conseguenza; perché è questa ad essere condannabile, non quanto può provocarla.
La proposta di legge prevede l’incriminazione per i medici che usano farmaci antidolorifici per provocare la morte, affidando l’onere della prova al procuratore federale. Però non impedisce a quegli stessi medici di somministrare cure palliative anche nel caso in cui accelerano la morte (dunque, la provocano). Forse il senatore non è molto preparato sulle questioni mediche, perché altrimenti si soffermerebbe sulla difficoltà di distinguere la somministrazione di farmaci antidolorifici dalla induzione della morte del paziente. Come rendersi conto se lo scopo del medico è il sollievo che indirettamente causa la morte oppure è determinare direttamente la morte?
La ‘Christian Medical Association’, che vanta 17mila iscritti e ha lo scopo di “motivare ed educare i medici a glorificare Dio e a condurre le persone a Cristo”, ha appoggiato la proposta di legge con entusiasmo. Secondo le dichiarazioni del direttore esecutivo David Stevens, il “Bill to Fight Assisted Suicide” interpreta un principio religioso millenario e indiscutibile: che nessuno può osare decidere della vita e della morte (escluso Dio). Nemmeno il diretto interessato, condannato così a subire una malattia incurabile anche contro la propria volontà.

(E Polis, 11 agosto 2006)

venerdì 4 agosto 2006

Né buoni né cattivi: sono soltanto morti

In pochi chilometri di terra, tra il Libano e Israele, infuria una guerra che affonda le radici in un passato complesso e quasi sfocato, subissato ormai da decenni di violenza e morte. Come nelle faide familiari, ove spesso le ragioni per le quali il conflitto è cominciato sono state sepolte dalle macerie e dai corpi senza vita di persone che hanno l’unica colpa di essere nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. E che nella memoria dei sopravvissuti diventano un indelebile ricordo.
Centinaia di morti. Migliaia di feriti e sfollati, profughi. I cui occhi hanno visto morire i propri cari, distrutte le proprie case, e annientata ogni possibilità di tornare a una vita ‘normale’.
Durante gli oltre venti giorni di combattimento, il mondo intero è stato inondato da immagini terribili. Immagini di bambini israeliani che giocano con carri armati e immagini di bambini libanesi morti, i loro corpi straziati. Morti che rendono qualunque lingua inadatta a una descrizione, e che lasciano mute queste immagini di strazio terribile e ammutoliti gli spettatori. Un silenzio esasperato dal rumore delle sirene o dei missili, delle corsa verso i rifugi, dello scalpiccio spaventato di quanti vivono quotidianamente il pericolo di una morte assurda e brutale. E che in un Paese di pace appartengono solo ai ricordi o ai racconti dei nonni.
Israeliano, libanese, palestinese. Aggettivi che si svuotano di significato, perché la morte annienta ogni cosa: il respiro e l’appartenenza politica, il fluire del sangue e il Paese d’origine. Non esistono quasi mai i buoni e i cattivi, forse nemmeno sulla lavagna delle elementari. Ma soprattutto non esistono morti buoni e morti cattivi, ma soltanto morti. Le strade delle città svuotate, gli edifici mangiati dalle granate – fantasmi visibili di un orrore di cui non si intravede una fine. E l’orrore contagia ogni cosa, come un’epidemia pestilenziale. Anche l’udito, che allucinatorio
È impressionante percepire una reazione somigliante al sollievo nel rettificare un errore quantitativo nel bilancio delle vittime, come nel caso del massacro di Cana: “non sono 54 i morti (come dichiarato dalle autorità libanesi), ma sono 28 i decessi accertati e 13 dispersi”. E non stonerebbe anteporre “solo” al numero “28”. Non basta che 26 persone siano state risparmiate a mitigare la condanna senza appello del bombardamento e non basta a ridurre lo sgomento per la carneficina.
Sarebbe uno sporco gioco di contabilità dei cadaveri, per usare l’espressione di Bernard-Henri Levy. Provoca la stessa amarezza dei mesti conteggi delle vittime di un incidente aereo, quando dopo il numero ci si affanna a specificare: nessun italiano a bordo. Come se questo rendesse meno drammatico l’incidente, come se ne attenuasse la tragicità.

(E Polis, 4 agosto 2006)

giovedì 3 agosto 2006

Chi ha paura degli squali?

Alcuni film cambiano la nostra vita. Senza dubbio uno di questi film è Lo Squalo di Steven Spielberg, capolavoro del cinema thriller/horror. Il protagonista terrorizza gli abitanti di una piccola città balneare e insinua un’inquietudine ostinata negli spettatori, che riemerge ogni volta che ci si appresta a fare un bagno in mare.
L’Italia non è mai stata una patria di squali, sebbene specie come lo squalo bianco siano sempre vissute nel Mediterraneo. Ma la paura, si sa, non è alimentata da valutazioni razionali. Inoltre in questi ultimi anni l’innalzamento della temperatura ha incrinato l’equilibrio marino e molte specie ‘estranee’ hanno colonizzato il Mediterraneo: alghe, pesci e granchi tropicali, meduse provenienti da mari lontani. Passano attraverso il Canale di Suez oppure arrivano come clandestini nelle petroliere o nelle navi cisterna, annidati nelle carene o nelle chiglie. Pesci palla e pesci balestra, tipici abitanti dei Carabi, e anche i temuti squali. Squali martello e squali tigre sono stati recentemente avvistati nel mare nostrum. L’elasmofobia, vero e proprio terrore per gli squali, affligge molti amanti del mare, al punto da impedire loro addirittura di entrare in piscine distanti dalla costa. A poco serve la rassicurazione della presenza di misure antisqualo o dall’impossibilità di incontrare un pesce ‘assassino’.
Questa pessima nomea corrisponde alla realtà? Il MEDSAF è l’archivio degli attacchi di squalo del Mediterraneo e ha l’intento, con tutte le difficoltà di un censimento di questo tipo, di offrire informazioni per dare una giusta proporzione al fenomeno e di dimostrare il rischio sorprendentemente basso di attacchi nel Mediterraneo.

(E Polis, 3 agosto 2006)

mercoledì 2 agosto 2006

L’Italia blocca di nuovo la ricerca

(con Piergiorgio Strata)

L’introduzione al Documento per la Programmazione Economica e Finanziaria per il 2007-2011 ha l’intento di spiegare quali sono le sue finalità e i suoi obiettivi. Intitola il primo paragrafo «un Dpef di legislatura per “sbloccare’’ l’Italia», e inizia così: «Il principale obiettivo delle due iniziative (vale a dire la presentazione della Legge finanziaria per il 2007 nel prossimo settembre e la manovra correttiva e le misure per la promozione della concorrenza e la tutela dei consumatori, ndt), e di altre che seguiranno, è di sbloccare un vero e proprio intreccio perverso nel quale si è venuta a trovare l’economia italiana dopo avere accumulato, a partire dalla metà degli Anni Novanta, un ritardo di crescita che ha accentuato sia l’instabilità macroeconomica sia il disagio sociale». Finalità e obiettivi encomiabili. Ma veniamo al punto che ha suscitato la piccata reazione del ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi: l’ulteriore taglio del 10% ai fondi destinati agli Atenei e alla ricerca, la cosiddetta manovrina passata alla Camera con il maxiemendamento al decreto-legge Bersani. Mussi ha addirittura minacciato le dimissioni e ha definito senza mezzi termini i tagli previsti sulla ricerca un tragico errore. Un errore clamoroso, perché la politica di definanziamento su ricerca e formazione superiore, oltretutto, si aggiunge a ristrettezze già inaccettabili. Sono dello stesso parere i rettori delle Università e i direttori degli enti pubblici di ricerca, uniti in una protesta ragionevole e dignitosa, come l’ha definita lo stesso Mussi. Ad aggravare la situazione contribuisce la stranezza riguardo ai destinatari della manovrina: non rientrano nel provvedimento, infatti, scuole, Istituto Superiore di Sanità, Istituto Zooprofilattico, Enti Parco e molte altre realtà. Se la necessità di «stringere la cinghia» è evidente, le modalità adottate dalla manovrina sono invece discutibili. Tagliare senza razionalizzare è insensato e dannoso. E il ritardo di crescita cui si fa cenno nell’«Introduzione» rischia di essere irrimediabilmente aumentato da interventi demolitivi e grossolani sulla ricerca. Non bisogna dimenticare, infatti, che la ricerca e la formazione superiore costituiscono uno dei motori essenziali per lo sviluppo di un Paese. Lo ha detto il presidente del Consiglio Romano Prodi molte volte nella sua campagna elettorale. Non è pensabile «sbloccare» l’Italia bloccando la ricerca e la formazione. Conclude con amarezza il ministro Mussi: «Nessuno si aspetta miracoli e abbondanza, ma se l’Italia, di fronte alla tendenza esplosiva globale della spesa in ricerca e formazione superiore, annuncia provvedimenti di definanziamento, il mondo ride e noi piangiamo». Come asciugare le nostre lacrime? All’amarezza espressa da Mussi si aggiunge la perplessità nel ricordare le critiche dell’allora opposizione alle politiche poco attente alla ricerca e alla formazione del governo di Silvio Berlusconi. Non ci rimane che apprezzare la presa di posizione del nuovo ministro, al quale esprimiamo tutta la nostra solidarietà.

(Tuttoscienze, la Stampa, 2 agosto 2006)

venerdì 28 luglio 2006

La manovrina e i tagli agli Atenei

L’introduzione al Documento per la Programmazione Economica e Finanziaria per il 2007-2011 ne illustra le finalità e gli obiettivi.
Nel paragrafo “un Dpef di legislatura per ‘sbloccare’ l’Italia” si legge: “Il principale obiettivo […] è di sbloccare un vero e proprio intreccio perverso nel quale si è venuta a trovare l’economia italiana dopo avere accumulato, a partire dalla metà degli anni ’90, un ritardo di crescita che ha accentuato sia l’instabilità macroeconomica sia il disagio sociale”.
Finalità e obiettivi encomiabili. Ma le modalità scelte sono discutibili: la restrizione del 10% ai fondi destinati agli Atenei e alla ricerca attuata dalla cosiddetta “manovrina”, passata alla Camera con il maxiemendamento al decreto-legge Bersani, rischia di tagliare senza razionalizzare le risorse.
Mussi, ministro dell’Università e della Ricerca, ha addirittura minacciato le dimissioni e ha definito senza mezzi termini i tagli previsti sulla ricerca un tragico errore. La politica di definanziamento ha già imposto alla ricerca e alla formazione superiore ristrettezze inaccettabili. Sono dello stesso parere i rettori delle Università e i direttori degli Enti pubblici di ricerca. La decisione di escludere dal provvedimento restrittivo scuole, Istituto superiore di Sanità, Istituto Zooprofilattico, Enti parco e molte altre realtà è poi quantomeno bizzarra.
E il ritardo di crescita cui si fa cenno nell’Introduzione rischia di essere irrimediabilmente aumentato dai tagli sulla ricerca: la ricerca e la formazione superiore sono uno dei motori essenziali per lo sviluppo di un Paese. Non è pensabile ‘sbloccare’ l’Italia bloccando la ricerca e la formazione.

(E Polis, 28 luglio 2006)

martedì 11 luglio 2006

Padre in cattività: ergastolano ottiene il permesso per l’accesso alla PMA

Il suo nome evoca scenari violenti e fatti sanguinosi: Salvino Madonia. Condannato a due ergastoli per reati vari, tra cui l’assassinio di Libero Grassi, il commerciante colpevole di non aver pagato il pizzo. L’ex boss palermitano è in carcere dal 1991.
Nel 2000 ha avuto un figlio dalla moglie: la vicenda è tuttora circondata dal “mistero”. Com’è stato concepito quel figlio, dal momento che a Madonia è vietato incontrare la moglie? Da qualche tempo desiderava averne un secondo. La direzione distrettuale di Palermo ha autorizzato il ricorso alle tecniche di procreazione assistita. Il coronamento del suo sogno. Il liquido seminale di Madonia sarà prelevato nella casa circondariale de L’Aquila a spese del sistema sanitario nazionale. E senza liste d’attesa. Il primo tentativo sarà una fecondazione semplice (1.500 euro); in caso di insuccesso si tenterà una fecondazione in vitro (3.500 euro).
L’avvocato Anania spiega: «La legge [40/04] è fatta per agevolare le coppie che non possono procreare. Se l’uomo è un ergastolano l’impossibilità c’è, perché il mio cliente non può avere rapporti sessuali con la moglie. La sua posizione può dunque essere equiparata a quella di chi non può avere figli».
Che la legge 40 sia fatta per agevolare la procreazione è molto discutibile, considerati gli innumerevoli divieti: tra cui il divieto d’accesso per chi non è sterile. Non basta “non poter avere figli” per accedere alle tecniche di procreazione assistita. L’articolo 4 impone come condizione necessaria la sterilità o l’infertilità inspiegate e documentate da atto medico. Madonia non è sterile.
Madonia, inoltre, è sottoposto al 41 bis, e come ergastolano si può dire che abbia perso qualche libertà fondamentale di cui godono i cittadini. La libertà di procreare potrebbe essere inclusa in queste perdute libertà?
E ancora: spesso a sostegno delle restrizioni di accesso alla procreazione assistita viene tirato in ballo il futuro del nascituro. Per le coppie omosessuali, per i single o per la fecondazione eterologa. Si dice: è giusto vietare x per il bene del nascituro. Nel caso di Madonia sembra che a nessuno interessi il bene del nascituro. Volendo solo limitarsi all’inevitabile assenza del padre Madonia, non sarebbe una situazione simile a quella del genitore single?
Ma il risvolto davvero increscioso della vicenda è che il divieto di accedere alla procreazione assistita permane per tutti coloro che sono affetti da una patologia geneticamente trasmissibile o virale. A loro non è concessa l’autorizzazione di coronare il sogno di avere un figlio, se non all’inaccettabile prezzo di “giocare” con il rischio di trasmettere la patologia al nascituro (nel caso di patologia virale come l’HIV anche al compagno).

(E Polis, 11 luglio 2006)

giovedì 6 luglio 2006

È possibile difendersi dalla folle gelosia?

Un ragazzo e una ragazza come tanti altri, Fabio D’Errico e Stella Palermo. Si incontrano, si innamorano e vanno a vivere insieme.
Ogni tanto litigano, come tanti altri; lui magari è un po’ geloso, lei ama stare al telefono con gli amici. Capita a tutti di bisticciare; di discutere e di fare pace. Lei è impiegata in uno studio di consulenza vicino a Savona, abbastanza conosciuto in zona; lui è contitolare di una piccola azienda che ripara computer. Vivono insieme per cinque anni. Poi Stella e Fabio si lasciano; forse per un po’, forse per sempre. Capita a tanti di separarsi; alcuni poi tornano insieme.
Ma l’esistenza apparentemente “normale” di Stella e Fabio viene lacerata all’improvviso qualche notte fa: Fabio aggredisce Stella alla gola con un taglierino. La ragazza muore dissanguata in pochi minuti; lui scappa e vaga per qualche ora prima di essere arrestato nei pressi della casa paterna, a Torino. L’accusa è di omicidio pluriaggravato.
Che cosa è successo tra i primi innocui litigi e l’uccisione di Stella? Che cosa ha trasformato una separazione, probabilmente voluta soltanto dalla donna e vissuta da Fabio come una intollerabile offesa, in un ennesimo dramma della gelosia?
È difficile non domandarsi se questa morte potesse essere evitata, se lungo il percorso che ha deformato l’amore originario in brutale violenza fossero disseminati indizi sufficientemente visibili.
Sembra che Fabio fosse diventato sempre più geloso; un po’ troppo geloso, al punto da avere già aggredito più volte Stella. E sembra anche che parenti e amici lo avessero diffidato dall’avvicinarsi alla giovane donna. Un indizio trascurato? Oppure sottovalutato?
L’altra notte Fabio ha raggiunto Stella nella casa della madre di lei. Hanno parlato, hanno litigato; forse lui l’ha implorata di tornare insieme, forse lei l’ha rifiutato bruscamente. E poi Fabio l’ha colpita. E Stella è morta. Una morte imprevedibile? Oppure un destino ineluttabile?
La morte sgomenta, sempre. Ma a sgomentare ancor di più è il dubbio che una morte annunciata non sia stata impedita, che una donna sia morta per cecità, per “distrazione”. Era possibile difendere Stella? Era possibile difenderla dalla rabbia distruttiva di quello che per anni era stato il suo uomo?
Queste domande sono ancora più inquietanti se si considera il numero impressionante di aggressioni, spesso mortali, dovute alla gelosia, alle separazioni minacciate o consumate, ai sentimenti maschili di possesso calpestati perché rivolti verso donne che se ne vanno o che si ribellano. E che spesso si ritrovano indifese e sbalordite nei confronti di una esplosione di rabbia devastante. Non condanniamo queste morti all’idea di un fato immodificabile.

(E Polis, 6 luglio 2006)

domenica 2 luglio 2006

Decreto Bersani porta libertà nello Stato

Liberalizzazione della produzione del pane; possibilità di cumulare le licenze dei taxi; eliminazione delle tariffe obbligatorie fisse o minime per i liberi professionisti. Questi sono solo alcuni punti del decreto Bersani che introduce modifiche nei settori più disparati. L’applicazione del decreto intende promuovere la concorrenza e favorire in tal modo una riduzione dei costi e delle spese da parte dei consumatori.
Inoltre, il decreto Bersani introduce un alito di libertà nella vita dello Stato; libertà che non manca di suscitare polemiche da parte degli ordini professionali coinvolti, caste rigide e spesso ostili a qualunque attentato, vero o vissuto come tale, ai privilegi e ai monopoli. E che offre una occasione per riflettere sul ruolo dello Stato in materia di coercizione, che può indossare i panni di garanzie, ordini professionali o dazi. O di veri e propri divieti. Coercizione che può essere legittima oppure no. Accogliendo la strenua difesa della libertà di John Stuart Mill, il decreto Bersani è ben accetto e addirittura doveroso. Perché la libertà è un bene di inestimabile valore, e dunque ogni strumento che serva a proteggerla o a rinforzarla è prezioso. La libertà è la condizione necessaria della vita morale dei cittadini, della stessa possibilità di convivenza civile, della fantasia e della creatività. Ebbene, la restrizione della libertà richiede ragioni forti e gravi: si pensi a un delitto e alla conseguente restrizione della libertà di colui che ne è il responsabile. Viene da domandare: i divieti o le restrizioni che il decreto Bersani spazza via si fondavano su ragioni tanto forti da legittimare la derivante restrizione di libertà? Non sembra esagerato rispondere negativamente. Anche se è inevitabile domandare anche: la libertà che il decreto Bersani favorisce, e in generale la libertà, non è forse in contraddizione con la giustizia (per esempio di proteggere alcune fasce deboli di lavoratori)? Uno Stato inciampa spesso in tale conflitto. Ogni sistemazione è perfettibile; ed ogni aggiustamento può essere “accusato” di disinteressarsi di qualche persona o di qualche gruppo. Si pensi al problema delle diverse condizioni di partenza, dovute alle circostanze sociali e politiche ed economiche nelle quali si nasce e si vive, ma anche e soprattutto alle differenze di talento o capacità, fino a giungere alle vere e proprie disabilità, alle menomazioni fisiche o mentali che spostano la linea di partenza di decine e decine di metri rispetto ai cosiddetti ‘normali’. Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato: cercare di ricomporre quella linea frammentata e scomposta, oppure lasciare che la corsa si svolga senza deus ex machina?

(E Polis, 2 luglio 2006)

venerdì 30 giugno 2006

Chi abortisce merita la scomunica

Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo ha concesso una lunga intervista a “Famiglia Cristiana” su temi caldi quali l’aborto, i nuovi assetti familiari e la ricerca scientifica.
Il suo parere è molto interessante su tutti gli aspetti, ma in modo particolare su due il cardinale raggiunge vette poco battute.
Il primo riguarda il riferimento alla scomunica prevista per chi abortisce, e per tutti quelli che sono coinvolti in una interruzione volontaria di gravidanza; e per chi fa ricerca sulle cellule staminali embrionali. La ragione della scomunica è comune: l’eliminazione di un embrione, che è sacro e inviolabile secondo il magistero. Se così fosse, sicuramente in l’Italia davvero in molti rischierebbero la scomunica; in molti sarebbero oggetto dell’ira divina (o clericale).
Il secondo punto riguarda l’affermazione del cardinale secondo cui la Chiesa vuole dialogare e persuadere con argomentazioni razionali. Una simile affermazione richiede del fegato, e un po’ di miopia. Accertata la premessa della buona fede dell’oratore: ma il cardinale è un uomo di Chiesa, pertanto la (buona) fede è data per assodata. Peccato che la contraddizione tra fede e razionalità sia insanabile; si potrebbe definire la fede come una credenza intrinsecamente irrazionale. Non è possibile dimostrare una credenza o una verità religiosa, e beato chi crede senza vedere, come fu redarguito Tommaso.
Sarebbe del tutto inutile, quindi, che la Chiesa facesse appello a verità derivate dalla fede per persuadere e dialogare. Beato chi crede senza bisogno della razionalità.

(E Polis, 30 giugno 2006)

domenica 25 giugno 2006

Il testamento biologico di Veronesi

Qualche giorno fa la Fondazione Veronesi ha redatto una versione di Testamento Biologico che prevede la possibilità per tutte le persone maggiorenni, in grado di intendere e di volere, di esprimere la propria volontà riguardo ai trattamenti medici per un eventuale futuro in cui non fosse loro più possibile, in seguito a una malattia invalidante e irreversibile. Offre, in altre parole, la possibilità di far “slittare” un diritto riconosciuto e attribuito a tutte le persone coscienti, quello di rifiutare le cure, ad una fase della propria esistenza in cui la possibilità di decidere è spazzata via. Direttive anticipate, appunto.
Il Consiglio nazionale del notariato ha dato via libera al Testamento Biologico, con l’unanimità dei voti. Dalla prossima settimana chiunque lo desidera può esprimere la propria volontà, con la garanzia di autenticità dell’atto fornito da un notaio.
È necessario che una legge parlamentare risolva al più presto le incertezze operative al riguardo, ma il materializzarsi di questa possibilità è fondamentale e costituisce uno strumento irrinunciabile di libertà ed autodeterminazione.
Non mancano le critiche. Secondo Adriano Pessina, direttore del centro di bioetica dell’Università Cattolica e rappresentante fedele della posizione cattolica, il Testamento Biologico in questione (ma non sembra una forzatura ampliare il suo giudizio a tutte le possibili proposte di direttive anticipate) sarebbe “gravemente lesivo della dignità della persona umana malata”.
Pessina sembra dimenticare che sono quelle stesse persone malate a chiedere di non ricevere, in alcune circostanze, trattamenti medici. Nessun altro (medici, Stato, familiari) potrebbe decidere al loro posto, o tantomeno potrebbe imporre loro di “non curarsi”. In che modo è possibile rispettare maggiormente la dignità di una persona se non rispettando la sua volontà?
Fa poi davvero sorridere il richiamo fiducioso e entusiasta alla tecnologia, dopo che tante condanne, da parte dei cattolici, nei confronti delle biotecnologie sono state costruite sul richiamo alla “naturalità”. Pessina auspica infatti che i pazienti e la stessa società “rifiutino questa demonizzazione della tecnologia e della medicina di supporto vitale”. Possono già farlo. Chi non intende sospendere i trattamenti può rifiutare questa demonizzazione della tecnologia, sottoponendosi alle forme più estreme di accanimento terapeutico. È civile e doveroso permettere, però, a chi la pensa diversamente di rifiutare le cure. Di scegliere della propria vita e della propria morte. Scegliere di rifiutare le cure non è una rinuncia, come Pessina sostiene, ma una scelta individuale, intima e incontestabile di libertà.

(E Polis, 25 giugno 2006)

venerdì 23 giugno 2006

Beneficenza tra reali e goliardi

“Sì ho preso dei soldi. E anche tanti soldi. Ma sempre a fini di beneficenza”. Questa è stata la risposta di Vittorio Emanuele ai magistrati che l’hanno interrogato. Risposta che insinua un dubbio lacerante addirittura a proposito della lingua italiana. Che significherà ‘beneficenza’? In genere si intende una “attività caritatevole rivolta agli indigenti, spec. sistematica e organizzata” (dal dizionario di Tullio De Mauro). Chi sarebbero gli indigenti che hanno usufruito della beneficenza di Vittorio Emanuele? È lecito saperlo, o anche solo domandarlo?
Sulla questione dei Monopoli si dichiara ignorante. E a proposito dei 20.000 euro che sarebbero stati consegnati da Rocco Migliardi e Achille De Luca allo scopo di sbloccare 5.000 nulla osta per le slot machine, chiede con consumata retorica: “Ma cosa vuole, dottore, che mi mettessi a fare l’intermediario per 20mila euro? Argent de poche, suvvia...”. Pochi spiccioli, pochi ridicoli spiccioli per i quali non varrebbe davvero la pena di sporcarsi le mani. Non per un discendente di una (destituita) casata reale. Si potrebbero sempre devolvere in beneficenza, però. In ogni modo, non è nemmeno detto che prendere soldi sia sempre illegale. Lo afferma anche Gaetano Pecorella che l’opinione pubblica deve capire che non tutti i passaggi di soldi sono automaticamente tangenti.
E poi mica si può pretendere che si abbia sempre la consapevolezza di quanto accade. “Ho tanti amici, conosco tanta gente. Ma che cosa ne sapevo di cosa succedesse lontano da me?”. Giochi di parole, ossimori, arti oratorie, equivoci e goliardate: l’inchiesta di Potenza si ridurrebbe a questo, secondo gli accusati.

(E Polis, 23 giugno 2006)

venerdì 16 giugno 2006

La ricerca sulle staminali ora è possibile

Ieri il Parlamento Europeo ha detto sì alla ricerca sulle cellule staminali embrionali umane, respingendo gli emendamenti che miravano a negare o limitare l’uso dei fondi comunitari a tal fine. È un buon risultato. Non solo è stato ricusato l’emendamento che voleva impedire di finanziare ricerche con cellule staminali embrionali, ma anche quello che proponeva di utilizzare solo quelle prodotte entro il 31 dicembre 2003. Accettando il limite temporale i ricercatori europei sarebbero stati costretti ad utilizzare linee cellulari di qualità inferiore rispetto a quelle prodotte oggi.
Via libera dunque alla possibilità di finanziare ricerche su linee cellulari già esistenti e, per gli Stati in cui non vige un divieto, anche ricerche che prevedono la derivazione di nuove linee dagli embrioni sovrannumerari, prodotti dalla fecondazione artificiale e inutilizzati. In Italia la legge 40 permetterà soltanto di richiedere fondi comunitari per ricerche su linee cellulari importate dall’estero.
Non mancano le polemiche dal fronte cattolico, incentrate sui limiti etici da imporre alla ricerca sulle embrionali e sulla necessità di favorire la ricerca sulle staminali adulte. Polemiche in realtà poco fondate. L’accesso ai fondi è subordinato a una rigorosa valutazione etica e scientifica; e la ricerca sulle staminali embrionali non si pone in contrasto con quella sulle adulte. Per tranquillizzare gli animi pavidi, è bene sapere che è vietato qualunque finanziamento europeo a ricerche volte alla clonazione a scopi riproduttivi e a determinare modifiche ereditabili al patrimonio genetico, nonché a creare embrioni umani esclusivamente a fini di ricerca.

(E Polis, 16 giugno 2006)

mercoledì 14 giugno 2006

Scomparsi, la voragine del non sapere

Francesco e Salvatore hanno 11 e 13 anni, e sono scomparsi un pomeriggio del 5 giugno. Sono usciti a giocare, e non sono più tornati. Da allora ricerche, ipotesi e accuse si incrociano e si gonfiano di speranza e angoscia. Speranza di riabbracciarli e angoscia di non poterlo fare mai più. Senza nemmeno conoscere il loro destino. Bambini scomparsi. Sono tremila in Italia ogni anno. Per molti di loro la sparizione si rivela una ragazzata, o una piccola vendetta per una offesa subita, presunta o reale, o per un desiderio tradito da parte dei genitori. Per molti di loro c’è uno scioglimento felice del mistero. Per altri invece l’esito è drammatico: la scomparsa cela una morte avvenuta e ignorata. Infine scoperta. Ad alcuni non è concesso nemmeno questa atroce soluzione: rimane solo l’aggettivo ‘scomparso’.
“Se fossero vivi mi avrebbero chiamato”, dice la madre di Francesco e Salvatore. Che cosa è successo ai due bambini? La speranza è che sia soltanto una fuga preannunciata, minacciata, come solo i bambini sanno minacciare (“Noi scappiamo”, avrebbero detto qualche giorno prima); e che spesso gli adulti non sanno ascoltare. Ma il trascorrere dei giorni sgretola l’attesa fiduciosa, e la muta in terrore.
Impossibile non pensare all’attesa alimentata dalla scomparsa del piccolo Tommaso, che ha tenuto con il fiato sospeso i genitori per un mese. Poi l’orrenda scoperta, che ha almeno concesso al dolore di essere vissuto. Ben magra consolazione. Ma gli esempi di buio sono tanti e devastanti: Denise, la piccola entrata nelle case di tanti con le guance tonde e i ciuccetti; ‘scomparsa’. E Angela, la cui faccia da bambina ha tappezzato molti angoli delle città, insieme alle parole di preghiera e invocazione. “Torna a casa”. Invocazioni inascoltate, “chi sa parli”, dirette agli estranei, a chiunque possa avere qualche informazione. Oppure ai bambini stessi: “tornate, non vi strilleremo, papà e mamma smetteranno di litigare”. Promesse formulate con la speranza che se e quanto di terribile potrebbe essere già accaduto, possa essere cancellato, cambiato. Tornare indietro per creare una realtà diversa.
Bambini scomparsi. Le loro esistenze ‘altrove’ alimentate dal ricordo. Perché la morte devasta, ma il non sapere apre una voragine impossibile da colmare. Il tempo dell’incertezza è un tempo avvelenato. È un tempo interminabile, cui è impossibile attribuire un significato. E impossibile da estinguere. La scomparsa è addirittura più dolorosa di un’atroce certezza. Il dubbio avvelena il cuore e l’animo senza concedere che un angusto e tormentato spazio alla speranza, subito scacciata perché fa paura mantenere una speranza che può da un momento all’altro essere spazzata via. E poi trattenuta, implorata, perché spazzarla via fa ancora più paura.

(E Polis, 14 giugno 2006)

lunedì 12 giugno 2006

Pillola abortiva e le goffe interpellanze

L’Udc ha presentato al Ministro della Salute un’interpellanza parlamentare che sarà discussa domani. L’oggetto è la pillola abortiva, la RU486, che non smette di suscitare polemiche e di attirarsi accuse confuse e infondate.
L’interpellanza è infarcita di errori goffi e di questioni insensate.
Il primo passo più lungo della gamba riguarda una verosimile confusione, nell’ipotesi più conciliante, tra la RU486 e la cosiddetta pillola del giorno dopo, dal momento che si paventa il rischio che l’aborto farmacologico possa diventare un metodo di controllo delle nascite. Il ricorso alla RU486 non può essere considerato un mezzo per controllare le nascite più di quanto (erroneamente) si possa considerare l’interruzione di gravidanza chirurgica. L’interruzione di gravidanza, chirurgica o farmacologica, non è un mezzo per controllare le nascite. Disonestà o ignoranza a parte.
Il secondo e più importante malinteso riguarda le morti imputabili alla RU486. L’interpellanza ‘dimentica’ di citare il particolare che non c’è accordo medico sul nesso causale tra la somministrazione del mifepristone e il decesso di alcune donne; ‘dimentica’ di dire che le morti sospette negli Stati Uniti sono state 5 su 460.000 interventi effettuati (l’Udc inferisca la percentuale di rischio) e di sottolineare la stranezza geografica (4 morti sono avvenute in California); ‘dimentica’ che in Francia gli interventi sono stati 1,2 milioni e 1 donna è morta a causa di un farmaco complementare al mifepristone abbandonato subito dopo il decesso.
E veniamo al terzo punto: la richiesta di sperimentare prima dell’eventuale commercializzazione in Italia. Cosa c’è da sperimentare di un farmaco che è utilizzato da almeno 20 anni in tutto il mondo?

(E Polis, 12 giugno 2006)

giovedì 8 giugno 2006

Vescovi, scienza e il dibattito sulla morte

Qualche giorno fa la Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute ha redatto una nota pastorale sulla salute (e la carità, ovviamente). La nota si intitola “Predicate il Vangelo e curate i malati”, e a volo d’uccello tocca numerosi temi inerenti alla salute, complessi e spinosi.
Una delle sezioni più interessanti porta il titolo “Atteggiamento prometeico”. La nota ammette che l’avanzamento della medicina permette di migliorare la qualità della vita, di renderla più lunga e di controllare il dolore. Ad occhi inesperti (o lievemente tendenziosi?) sembrerebbero conquiste positive e moralmente legittime. Esiti di cui rallegrarsi, insomma. Ma poi seguono tutti i ‘ma’, troppi ‘ma’ per non domandarsi se in quegli stessi risultati non albergasse di già, secondo la nota pastorale, il germe della tracotanza umana, foriera di mali terribili. Il primo esito infausto rievoca il titolo del paragrafo: il progresso della scienza indurrebbe nell’uomo un atteggiamento prometeico, ovvero una illusione di potersi impadronire della vita e della morte coltivando “l’immagine di un uomo padrone assoluto dell’esistenza, arbitro insindacabile di sé, delle sue scelte e delle sue decisioni”. Ciò che non va bene in tale “illusione” secondo la Commissione Episcopale, è utile esplicitarlo, è l’usurpazione umana della proprietà divina delle nostre esistenze. La nota poi si spinge oltre l’accusa generica, e fa i nomi dei due bersagli principali: eutanasia ed accanimento terapeutico. Ad accomunarli è la colpa di non accettare di misurarsi con la morte. Morte decisa da Dio: ecco il crimine imperdonabile. Senza indugiare sulla sensatezza della condanna verso coloro che pretendono di essere padroni della propria esistenza, il biasimo espresso dalla nota verso eutanasia ed accanimento terapeutico solleva alcuni problemi di tenuta interna dell’accusa. Qual è il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia? È evidente che astenersi dalla terapia troppo presto potrebbe equivalere proprio alla disapprovata eutanasia. Se non si offrono criteri per distinguere la terapia ammessa da quella ritenuta pertinace, lo spettro dell’eutanasia si nasconde dietro ad ogni sospensione di terapia. La voce di Dio non ci viene in aiuto per indicarci dove ha inizio l’accanimento terapeutico o dove comincia l’eutanasia. E per tornare a Prometeo, non esistono solo le due alternative prospettate dalla nota: l’illusorio sogno di un progresso assoluto o l’abbandono nelle braccia di Dio del proprio destino. In questo caso, tertium datur. Anzi, sono ammesse molte alternative, e non è detto che quella divina sia la migliore.

(E Polis, 8 giugno 2006)

domenica 28 maggio 2006

Anche le galline possono cambiare sesso

I primi mesi della sua vita sono stati banali come (quasi) solo la vita delle galline può essere. Deponeva e covava le uova; si aggirava placidamente nel pollaio e aveva un comportamento mite e arrendevole adatto al gentil sesso. La sua esistenza scorreva serenamente in un allevamento di pollastri di una piccola città vicino a Bristol.
Un bel giorno, però, si è svegliata all’alba e ha cominciato a cantare, è diventata sempre più attaccabrighe, ha cambiato piumaggio e cercava di irretire le galline. Addirittura ha messo su una cresta di un rosso fiammante. Insomma, si comportava proprio da galletto prepotente.
Il suo proprietario, l’allevatore inglese Jo Richard, era esterrefatto. Sono anni che alleva pollame e non gli era mai capitata una cosa simile, assicura. Se nasci gallina, muori gallina! Non credeva ai suoi occhi.
Ma poi gli esperti gli hanno detto che può succedere, è piuttosto raro ma può accadere. Una gallina su diecimila cambia sesso. Involontariamente, è bene specificare. E senza le lungaggini e le sofferenza chirurgiche che subiscono gli esseri umani che desiderano cambiare sesso. La gallina è transessuale per colpa di un ovaio difettoso, che si trasforma in una specie di testicolo. Questa trasformazione comporta l’innalzamento del livello di testosterone, e le conseguenti modifiche di comportamento e d’aspetto, cresta e coda mascolina comprese. Ogni mattina Jo Richards è svegliato dal canto della sua ex gallina.

(E Polis, 28 aprile 2006)

lunedì 22 maggio 2006

Il buon senso sulla via dell’Oklahoma

Nel 2004 lo Stato dell’Oklahoma promulgò una legge che negava il riconoscimento di un’adozione da parte di più di un individuo dello stesso sesso, fosse anche avvenuta in un altro Stato o in una giurisdizione straniera (‘The Adoption Invalidation Law’). Nel caso di coppie omosessuali con un bambino adottato, in altre parole, l’Oklahoma riconosceva il titolo di genitore ad uno solo dei partner.
Pochi giorni fa, una sentenza della Corte Federale ha dichiarato incostituzionale la legge di invalidazione delle adozioni. Ha dichiarato questa legge tanto bizzarra da avere la potenzialità di rendere un bimbo, adottato da una coppia omosessuale, orfano non appena avesse varcato il confine dell’Oklahoma. Le motivazioni del giudizio di incostituzionalità sono un manifesto di Civiltà e di Libertà (con la maiuscola!). Ma anche di estremo Buon Senso. Secondo il giudice distrettuale Robin Cauthron, il fatto che sia stata concessa una adozione (sia pure ad una coppia omosessuale) è una ragione sufficiente per considerare quella adozione nell’interesse del minore. Non esiste alcuna evidenza per sostenere che una coppia omosessuale non sia in grado di offrire affetto, stabilità e un contesto familiare accogliente al bimbo adottato. Le preferenze sessuali dei genitori non costituiscono un elemento per valutare la capacità di essere un buon genitore. La legge dell’Oklahoma sgretolava famiglie senza offrire una giustificazione sensata. Senza alcuna valida ragione tale legge intimava a uno dei genitori adottivi (solo per il fatto di essere omosessuale): “tu non sei più il genitore del tuo bambino”, infrangendo il diritto fondamentale di cura, di custodia e di allevamento del minore. Il veto imposto a copie dello stesso sesso è discriminatorio. Non solo verso le coppie omosessuali, ma anche verso il bambino.
Secondo Cauthron, negare l’adozione a una coppia in quanto omosessuale (e non in base ad una valutazione del profilo caratteriale) costituisce una violazione delle libertà e dell’autonomia, una inammissibile intrusione da parte dello Stato nei rapporti intimi e familiari.
Qual è lo scopo dell’adozione? Offrire al minore un ambiente familiare affettuoso. L’essere omosessuale non incrina a priori tale possibilità. Inoltre la Suprema Corte ha più volte ribadito che il diritto ad essere genitore è fondamentale. Servono ragioni consistenti per arginarlo o per negarlo a qualcuno. Ancora una volta, le scelte sessuali e intime degli aspiranti genitori non rientrano in simili ragioni. Le coppie omosessuali possono dormire sonni più tranquilli dopo questa sentenza federale: merito della tenacia di Lambda Legal, una organizzazione per il pieno riconoscimento dei diritti civili a gay, lesbiche, bisessuali transessuali e sieropositivi.

(E Polis, 22 maggio 2006)

venerdì 19 maggio 2006

Qualche rene a rimborso spese

L’altruismo non basta. Negli Stati Uniti ogni anno muoiono 18 persone in attesa di un rene che potrebbe salvare loro la vita. In attesa di un rene donato. Ogni 90 minuti una persona muore perché gli organi disponibili sono inferiori alle richieste. L’attesa può durare dai 5 agli 8 anni; troppo.
In questi giorni è alla ribalta una proposta, già oggetto di discussione, che scatena le più feroci polemiche: se non basta incentivare le donazioni di organi, che se ne permetta il commercio. Si chiama mercato di organi, con palese disprezzo.
I difensori di questa proposta devono vedersela con tabù profondamente radicati e con obiezioni di natura etica e sociale: l’ammissibilità di vendere il proprio corpo o il rischio che siano solo i poveri a ricorrere alla vendita di parti di sé.
Un’arringa difensiva potrebbe fare leva su alcuni argomenti. I troppi morti per carenza di organi disponibili; un mercato di organi già esistente, illegale e mal gestito. Meglio sarebbe renderlo legale e gestito dalle istituzioni sanitarie, dunque. Quanto all’attrattiva di un compenso economico per i più poveri, si potrebbe offrire assistenza sanitaria o di altro genere invece che soldi. O rendere il risarcimento proporzionale al reddito. Il veto morale sulla possibilità di disporre del proprio corpo, poi, è già stata intaccato dalla ‘vendita’ di sangue e gameti. La forma può essere quella del rimborso spese, o di prestazioni mediche in cambio, ma è pur sempre ‘dare qualcosa in cambio di qualcos’altro’. Si dice che servono un paio di generazioni per cambiare l’opinione pubblica; troppo per quanti aspettano di avere qualche possibilità di sopravvivere.

(E Polis, 19 maggio 2006)