mercoledì 30 novembre 2005

Quando l’orrore è sangue del tuo sangue

Un tempo esisteva il delitto d’onore, e con la morte si lavava via il disonore del tradimento. Una violenza che veniva perpetrata ai danni (quasi esclusivamente) delle donne fedifraghe o solo sospettate di essere tali. Nonostante adesso non sia più un paravento legale dietro cui nascondersi la violenza non solo non è diminuita, ma probabilmente è addirittura aumentata senza che il timore di una sanzione priva dell’attenuante dell’onore abbia costituito un deterrente.
Le forme che la violenza assume possono essere distinte in due ampi domini: la violenza inflitta a donne conosciute, e la violenza ai danni di sconosciute, vittime occasionali di una mentalità di sopraffazione e di spersonalizzazione. Vittime disumanizzate sulle quali sfogare la prepotenza e la ferocia.
Secondo i dati presentati dall’Osservatorio criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere, la violenza domestica è la principale causa di morte e di invalidità permanente delle donne tra i 16 e i 44 anni. Più del cancro, più delle guerre. Più degli incidenti stradali. Sono i mariti, gli amanti, i fratelli o i padri che se la prendono con la propria donna o con la propria figlia o sorella.
Nelle ultime settimane sono stati numerosi gli esempi di violenza carnale: Bologna, Milano, Roma, La Spezia. E ancora, l’uccisione di Deborah Rizzato, colpevole di aver denunciato chi, dieci anni prima, l’aveva molestata. Uccisa per vendetta, per avere osato ribellarsi, per avere invocato giustizia – imperfetta riparazione di un torto subito. Morta dopo avere chiesto più volte aiuto alle forze dell’ordine.
Quali ipotesi possono essere formulate per questa marea montante di violenza, tanto nell’intimità familiare quanto nelle strade buie di una città?
La violenza è anche una abitudine: forse è proprio la violenza familiare il terreno più fertile in cui si radica l’idea che se incontri una donna puoi farne ciò che vuoi senza chiederle il permesso.
E forse assistere all’impunità di molti colpevoli (non solo di violenza nei confronti delle donne) o all’incapacità dello Stato di difendere le donne minacciate dai loro carnefici infonde il coraggio di agire con brutalità.
E ancora, la richiesta di uguaglianza da parte delle donne, il desiderio di infrangere quel rigido patriarcato che le giudicava inferiori, potrebbe indurre gli uomini alla ‘vendetta’.
Il sesso debole è debole (e diseguale dal sesso maschile) soltanto per forza fisica. E proprio alla forza fisica si fa ricorso nel tentativo vano e brutale di mantenere una disuguaglianza più profonda che negli ultimi anni è stata erosa e contestata.
È doloroso constatare il silenzio e la reticenza nel denunciare questi episodi da parte delle donne stesse. Forse causati dalla paura, dalla vergogna; ma forse anche dall’ostinato rifiuto di dichiararsi vittime e, ancora una volta, deboli.

(E Polis, 30 novembre 2005)