lunedì 24 ottobre 2005

Dove finisce la civiltà di Fassino?

È con un imbarazzo profondo che leggo dell’incontro tra il segretario dei DS Piero Fassino e la sua tata, la signora Elsa, consumatosi negli studi televisivi di ‘C’è Posta per Te’. I due non si vedevano da quarant’anni, dopo averne trascorsi sette di convivenza familiare. Sono tanti i ricordi. Il coniglio e lo stufato (la signora Elsa era una ottima cuoca), l’intimità domestica ammantata dallo splendore gelido del rimpianto, consumata dal tempo. Le patatine fritte come pungolo proustiano nell’incerta ricostruzione di un passato infantile.
Fassino è un uomo d’altri tempi, è evidente in quel modo di denotare la signora Elsa: “la signora che stava in casa con noi”. Sarebbe quasi galante se non fosse per quella tenace timidezza, intralcio imperdonabile nell’ostentazione televisiva.
Quando l’allora giovane Elsa lasciò casa Fassino per convolare a nozze, l’acerbo Piero avrebbe cercato di trattenerla con una proposta alternativa di matrimonio. Lui aveva 14 anni, lei ne avrà avuti il doppio. Quando si dice l’amore senza barriere. Commovente. Ci avrebbe indotto tenerezza se l’avessimo ascoltato durante una confessione intima. Invece diventa una caricatura intollerabile di un ricordo amoroso. Illuminato dalle luci televisive, interrotto dalla necessità di ritoccare il trucco oppure aggiustare la cravatta.
La nostalgia, si sa, è un sentimento incontenibile. E privato.
Le dichiarazioni, al contrario, si prestano a un controllo maggiore. “Trovo che sia un tratto di normalità partecipare a queste trasmissioni, anzi direi di civiltà”, asserisce con candore Fassino. Sono interdetta. Il significato di ‘normalità’ è difficile da mettere a fuoco. Mi concentro su quello di ‘civiltà’. Cerco su un dizionario italiano, e trovo: “l’insieme delle conquiste materiali e culturali dell’intero genere umano”. No, troppo. Oppure, “buona educazione, urbanità”: ecco, meglio. A conferma di ciò è lo stesso Fassino a dichiarare: “Mi è sembrato normale ed educato venire ad incontrare qualcuno che mi ha aveva scritto per vedermi”. Sul luogo ci si sarebbe potuti accordare, mi viene da pensare. Oppure la condizione necessaria dell’incontro era che avvenisse pubblicamente? La domanda cui non so (e forse non voglio) rispondere è: perché?

(E Polis, 24 ottobre 2005)