domenica 30 ottobre 2005

Le confuse idee sull’aborto farmacologico

Da settimane l’aborto farmacologico è oggetto di polemiche e di attenzione. La sperimentazione della RU 486 è partita in Italia in netto ritardo rispetto ad altri paesi europei. E a voler essere rigorosi non si dovrebbe nemmeno parlare di sperimentazione, perché non c’è alcun bisogno di sperimentare: l’efficacia e gli effetti collaterali sono noti da diversi anni. Ma l’aborto è un argomento delicato, e la RU 486 è una forma di aborto. Questo basta a scaldare gli animi e costituisce l’occasione per ribadire una severa e assoluta condanna dell’interruzione di gravidanza. Anzi, secondo alcuni l’RU 486 è moralmente peggiore dell’aborto chirurgico, in quanto più semplice e indolore. L’interruzione di gravidanza è permessa dalla legge italiana e se è possibile eseguirla in modo diverso da quello tradizionale, in un modo più sicuro e con meno rischi, non è doveroso lasciare alle persone la possibilità di farvi ricorso? Si tratta di ottenere lo stesso effetto in un modo differente. Se l’effetto è lecito, lo sarà in entrambi i casi.
Oltre al problema del condannare o dell’assolvere l’aborto, il dibattito che la RU 486 ha sollevato è stato caratterizzato spesso da un errore piuttosto grossolano. Più volte, infatti, la RU 486 è stata confusa e identificata con la pillola del giorno dopo. Che differenza c’è?
La pillola del giorno dopo contiene un ormone progestinico (il Levonorgestrel) ed è un contraccettivo di emergenza. Nel caso di un rapporto a rischio il farmaco deve essere assunto il più presto possibile e non oltre le 72 ore. Nel caso in cui il rapporto sia avvenuto nella fase preovulatoria, la pillola blocca o posticipa l’ovulazione e impedisce l’unione del gamete maschile e di quello femminile. Se invece il rapporto è avvenuto dopo l’ovulazione e la fecondazione potrebbe essere avvenuta, la pillola impedisce l’annidamento dell’ovulo fecondato, intervenendo sulla parte interna dell’utero in cui avverrebbe l’impianto. Possiamo dire che la sua azione somiglia all’effetto degli estroprogestinici assunti per via orale o all’azione della spirale (IUD).
La RU 486 (mifepristone) intralcia il progesterone, ormone necessario alla prosecuzione della gravidanza. Agisce su un embrione già impiantato, provocandone l’espulsione. Può essere somministrata entro le prime 7 settimane di gravidanza. L’aborto farmacologico è meno rischioso e meno invasivo di quello chirurgico. Interrompe lo sviluppo dell’embrione in una fase più precoce. Non è un incentivo all’interruzione di gravidanza, ma soltanto una alternativa per chi ha già scelto.

(E Polis, 30 ottobre 2006)

mercoledì 26 ottobre 2005

Il razzismo moccioso e con i denti storti

Lynx e Lamb Gaede sono due giovani californiane, bionde e carine. Stanno lavorando al loro secondo disco. Cantano, le ragazze. Studiano a casa e prendono lezioni di musica. Sembrano ragazze normali, se non fosse per il discreto successo che hanno riscosso e che le ha rese un po’ diverse da tutte le loro coetanee. Si fanno chiamare Prussian Blue. Come la matita Giotto che usavamo da piccoli: blu di Prussia. Peccato che le fanciulle non pensassero alle matite quando hanno scelto il loro nome d’arte, ma alla superiorità della razza ariana.
Sono razziste queste ragazzine bionde e carine. Sono diventate le eroine del National Vanguard, movimento di estrema destra razzista e nazionalista, e di un pubblico bianco e selettivo. Molto selettivo, soprattutto verso le razze.
David Duke, fino al 1978 Grand Wizard del Ku Klux Klan, le ha scelte come mascotte per le adunate, per attirare folla come si fa ai concerti.
Orgoglio, Patria, uomo Bianco: sono questi i temi preferiti dalle Prussian Blue, piuttosto che gli amori infantili o le solite banalità che molti cantano. Omaggiano Rudolf Hess e parlano di Sacrificio e Vittoria. Si dichiarano fiere di essere bianche, tanto da rifiutare e condannare i miscugli razziali. Tanto da offrirsi di fare una donazione alle vittime dell’uragano Katrina, a patto che fossero bianche. Nessuno, nonostante le condizioni disgraziate, si è piegato a questo osceno ricatto. Meglio le conseguenze dell’uragano di questa schifosa beneficenza.
È tanto ovvio biasimare queste due fanciulle e il mondo che rappresentano che dovrebbe essere superfluo spiegarne le ragioni: la credenza nella superiorità di una razza è moralmente inammissibile; e la credenza che vi siano delle ragioni genetiche per considerare una razza ‘migliore’ di un’altra è ingenua e balorda. Sarebbe quasi sufficiente radicare la condanna morale nel pessimo gusto dell’intero pacchetto commerciale. Desta apprensione che abbiano degli ammiratori, che aspettano con trepidazione il prossimo album, popolato di idiozie e orrori filonazisti.
Peccato, però, che le bambine non sappiano di cosa cantano, non ne sappiano abbastanza. Perché nonostante i capelli biondi e la loro pelle chiara, le gemelle portano l’apparecchio ai denti. Hess non avrebbe mai tollerato una simile imperfezione. Denti non ariani. La follia perfezionista piegava il destino di molti sventurati verso la camera a gas per molto meno.

(E Polis, 26 ottobre 2005)

lunedì 24 ottobre 2005

Dove finisce la civiltà di Fassino?

È con un imbarazzo profondo che leggo dell’incontro tra il segretario dei DS Piero Fassino e la sua tata, la signora Elsa, consumatosi negli studi televisivi di ‘C’è Posta per Te’. I due non si vedevano da quarant’anni, dopo averne trascorsi sette di convivenza familiare. Sono tanti i ricordi. Il coniglio e lo stufato (la signora Elsa era una ottima cuoca), l’intimità domestica ammantata dallo splendore gelido del rimpianto, consumata dal tempo. Le patatine fritte come pungolo proustiano nell’incerta ricostruzione di un passato infantile.
Fassino è un uomo d’altri tempi, è evidente in quel modo di denotare la signora Elsa: “la signora che stava in casa con noi”. Sarebbe quasi galante se non fosse per quella tenace timidezza, intralcio imperdonabile nell’ostentazione televisiva.
Quando l’allora giovane Elsa lasciò casa Fassino per convolare a nozze, l’acerbo Piero avrebbe cercato di trattenerla con una proposta alternativa di matrimonio. Lui aveva 14 anni, lei ne avrà avuti il doppio. Quando si dice l’amore senza barriere. Commovente. Ci avrebbe indotto tenerezza se l’avessimo ascoltato durante una confessione intima. Invece diventa una caricatura intollerabile di un ricordo amoroso. Illuminato dalle luci televisive, interrotto dalla necessità di ritoccare il trucco oppure aggiustare la cravatta.
La nostalgia, si sa, è un sentimento incontenibile. E privato.
Le dichiarazioni, al contrario, si prestano a un controllo maggiore. “Trovo che sia un tratto di normalità partecipare a queste trasmissioni, anzi direi di civiltà”, asserisce con candore Fassino. Sono interdetta. Il significato di ‘normalità’ è difficile da mettere a fuoco. Mi concentro su quello di ‘civiltà’. Cerco su un dizionario italiano, e trovo: “l’insieme delle conquiste materiali e culturali dell’intero genere umano”. No, troppo. Oppure, “buona educazione, urbanità”: ecco, meglio. A conferma di ciò è lo stesso Fassino a dichiarare: “Mi è sembrato normale ed educato venire ad incontrare qualcuno che mi ha aveva scritto per vedermi”. Sul luogo ci si sarebbe potuti accordare, mi viene da pensare. Oppure la condizione necessaria dell’incontro era che avvenisse pubblicamente? La domanda cui non so (e forse non voglio) rispondere è: perché?

(E Polis, 24 ottobre 2005)

lunedì 17 ottobre 2005

Nutriti con la forza: quando la volontà non viene rispettata dal sistema sanitario

Qualche giorno fa Salvatore Crisafulli, in coma da due anni dopo un incidente stradale, si è risvegliato e ha pronunciato qualche parola. L’avvenimento meriterebbe soltanto una composta felicità se non avesse sollevato un dibattito confuso e non fosse diventato un pretesto per spostare l’attenzione sull’eutanasia. È privo di senso parlare di coma senza entrare nel merito delle condizioni specifiche; sarebbe come parlare di mal di pancia pretendendo di annullare le differenze tra tutti i mal di pancia possibili.
Hanno detto: “Se Crisafulli si è svegliato dal coma, allora non si deve mai perdere la speranza”. Ma lo spazio della speranza può essere tracciato soltanto da una valutazione medica: non basta una approssimativa appartenenza allo stato di coma. In questo caso lo stadio di coma concedeva la speranza di un risveglio; al contrario, esistono stadi di coma dai quali non è mai possibile emergere. Ma c’è di più. Questo risveglio ha offerto una buona occasione per sostenere il divieto di sospendere i trattamenti di alimentazione e idratazione artificiali nei pazienti in stato vegetativo, anche in presenza di una precisa dichiarazione di volontà del paziente stesso. Così sentenzia il documento approvato dal Comitato Nazionale di Bioetica: un paziente in coma deve sempre essere nutrito e idratato, anche se in precedenza aveva esplicitamente rifiutato una simile prospettiva; anche se i suoi cari esigono che questa volontà sia rispettata; anche se i medici giudicano la prosecuzione dei trattamenti una inutile agonia. Ma non eravamo liberi di decidere se essere curati oppure no?
La soluzione proposta dal Comitato sembra astuta: sarebbe legittimo imporre i trattamenti di alimentazione e idratazione in quanto non sono atti medici. A ben guardare, però, è una trovata fragile e inconsistente. La dimostrazione della natura non medica dell’alimentazione artificiale, secondo il presidente del Comitato di Bioetica Francesco D’Agostino, è facile: i pazienti in stato vegetativo possono essere nutriti e idratati anche in casa e non necessariamente in ospedale; questo significa che non sono atti medici, bensì di assistenza. In altre parole, non ci troviamo di fronte ad un possibile accanimento terapeutico, ma solo di fronte ad un accanimento che potremmo definire alimentare o assistenziale. Davvero i sostenitori di questa linea coercitiva sono convinti che sia il luogo a determinare la natura di un atto? È possibile svolgere molti atti medici in casa, basti pensare all’assistenza domiciliare dei malati terminali.
Volendo anche concedere che l’alimentazione artificiale non possa essere considerata un atto medico, la questione allora diventa: possiamo essere obbligati a subire atti non medici contro la nostra volontà? O meglio, è legittima l’imposizione di atti che abbiano come unico scopo il nostro bene, e non la protezione di un bene comune o di altre persone? Io non credo. In nessuna circostanza possiamo essere obbligati contro la nostra volontà a subire un atto non medico per il nostro bene. Nessuno può decidere qual è il nostro bene. A meno che non fossimo disposti a subire tutte le possibili imposizioni per il nostro bene: le vacanze intelligenti, gli amici giusti, il lavoro adatto a noi. Tutto imposto, ma per il nostro bene. Valutato dagli altri.

(E Polis, 17 ottobre 2005)