lunedì 12 dicembre 2005

Se il razzismo è norma di legge

Aggrediscono alcune ragazze colombiane al grido “Sporche negre, cosa ci fanno queste negre qua?”
Secondo i giudici della Cassazione non sarebbe un insulto razzista, ma soltanto un insulto come un altro. Una manifestazione di generica antipatia o di rifiuto verso chi appartiene a una razza diversa. E non si chiama razzismo insultare qualcuno perché appartenente ad una razza piuttosto che a un’altra?
Per evitare l’accusa di razzismo, gli aggressori avrebbero dovuto intendere più o meno questo: “siete sporche (insulto generico) e per caso siete anche negre (ove il termine ‘negro’ sarebbe usato come meramente descrittivo, starebbe solo ad indicare il colore della pelle senza nessuna implicazione offensiva)”. E allora, se scoprissimo che le ragazze fossero davvero sporche, potremmo far cadere anche l’accusa di insulto generico: avremmo di nuovo a che fare con un termine descrittivo senza intenzioni offensive. Come dire “Ragazze vestite di rosso”. Chi se la prenderebbe? Non sarebbe una ingiuria, ma un enunciato preciso e puntuale.
Come è possibile, d’altra parte, dimostrare l’intenzione razzista da parte di colui che pronuncia ‘sporco negro’? Sporco proprio in quanto negro (appartenente ad una certa razza), sporco come conseguenza dell’essere negro. E ‘sporco’ è considerato dai giudici come un insulto, e non come una descrizione in seguito all’accertamento delle condizioni di igiene delle ragazze.
Se esiste l’aggravante dell’intento razzista, e se ‘razzismo’ denota ogni atteggiamento discriminatorio variamente motivato nei confronti di persone diverse per categoria, estrazione sociale, sesso, opinioni religiose o provenienza geografica (in questo caso diverse per razza), allora questo sembra un caso indiscutibile di insulto razzista.
La questione non è se siamo in presenza di vero odio, come sostengono i giudici, quanto piuttosto se l’insulto è ancorato a una idea razzista: sporche negre non è un insulto come un altro. È un insulto radicato nell’appartenenza a una razza. Se non è un insulto razzista questo, quale insulto sarebbe giudicato tale dalla Cassazione?

(E Polis, 12 dicembre 2005)

mercoledì 30 novembre 2005

Quando l’orrore è sangue del tuo sangue

Un tempo esisteva il delitto d’onore, e con la morte si lavava via il disonore del tradimento. Una violenza che veniva perpetrata ai danni (quasi esclusivamente) delle donne fedifraghe o solo sospettate di essere tali. Nonostante adesso non sia più un paravento legale dietro cui nascondersi la violenza non solo non è diminuita, ma probabilmente è addirittura aumentata senza che il timore di una sanzione priva dell’attenuante dell’onore abbia costituito un deterrente.
Le forme che la violenza assume possono essere distinte in due ampi domini: la violenza inflitta a donne conosciute, e la violenza ai danni di sconosciute, vittime occasionali di una mentalità di sopraffazione e di spersonalizzazione. Vittime disumanizzate sulle quali sfogare la prepotenza e la ferocia.
Secondo i dati presentati dall’Osservatorio criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere, la violenza domestica è la principale causa di morte e di invalidità permanente delle donne tra i 16 e i 44 anni. Più del cancro, più delle guerre. Più degli incidenti stradali. Sono i mariti, gli amanti, i fratelli o i padri che se la prendono con la propria donna o con la propria figlia o sorella.
Nelle ultime settimane sono stati numerosi gli esempi di violenza carnale: Bologna, Milano, Roma, La Spezia. E ancora, l’uccisione di Deborah Rizzato, colpevole di aver denunciato chi, dieci anni prima, l’aveva molestata. Uccisa per vendetta, per avere osato ribellarsi, per avere invocato giustizia – imperfetta riparazione di un torto subito. Morta dopo avere chiesto più volte aiuto alle forze dell’ordine.
Quali ipotesi possono essere formulate per questa marea montante di violenza, tanto nell’intimità familiare quanto nelle strade buie di una città?
La violenza è anche una abitudine: forse è proprio la violenza familiare il terreno più fertile in cui si radica l’idea che se incontri una donna puoi farne ciò che vuoi senza chiederle il permesso.
E forse assistere all’impunità di molti colpevoli (non solo di violenza nei confronti delle donne) o all’incapacità dello Stato di difendere le donne minacciate dai loro carnefici infonde il coraggio di agire con brutalità.
E ancora, la richiesta di uguaglianza da parte delle donne, il desiderio di infrangere quel rigido patriarcato che le giudicava inferiori, potrebbe indurre gli uomini alla ‘vendetta’.
Il sesso debole è debole (e diseguale dal sesso maschile) soltanto per forza fisica. E proprio alla forza fisica si fa ricorso nel tentativo vano e brutale di mantenere una disuguaglianza più profonda che negli ultimi anni è stata erosa e contestata.
È doloroso constatare il silenzio e la reticenza nel denunciare questi episodi da parte delle donne stesse. Forse causati dalla paura, dalla vergogna; ma forse anche dall’ostinato rifiuto di dichiararsi vittime e, ancora una volta, deboli.

(E Polis, 30 novembre 2005)

giovedì 24 novembre 2005

La morte come alibi dei nuovi moralismi

È una pessima e comune abitudine quella di condannare senza offrire le ragioni; così come è pessima, e comune, l’abitudine di invocare avvenimenti come esemplari, come presunte prove di quanto si intende sostenere.
È quanto accaduto nel caso della condanna della RU486 e del pretestuoso utilizzo della morte di una giovane in seguito alla somministrazione della pillola abortiva. Holly Patterson, californiana, muore a causa di una infezione dopo una settimana dall’assunzione della RU486.
Le ragioni della morte di Holly Patterson non sono ancora chiarite: l’ipotesi più verosimile è che la setticemia sia stata causata da una non completa espulsione dell’embrione, che le avrebbe causato un processo infettivo.
Ma non è questo il punto. La prima inferenza scorretta è quella di considerare la RU486 come la causa unica e diretta della morte e di condannarla per questo senza appello. Potrebbero essere altre le ragioni del tragico decesso di Holly: trascuratezza o negligenza da parte dei medici, ad esempio (Holly va in ospedale due giorni prima di morire per una copiosa emorragia, e viene rimandata a casa con un antidolorifico); o l’avere utilizzato la RU486 in una fase troppo avanzata della gravidanza (alla fine della settima settimana, limite indicato dalla Food and Drug Administration per l’uso della pillola abortiva).
Ma anche se vi fosse una corresponsabilità evidente e accertata del farmaco che induce l’aborto, ciò non basterebbe a investirlo di una condanna assoluta. Non bisogna dimenticare che qualunque farmaco implica una percentuale di rischio. Anche l’aspirina, anche il nebulizzatore per nasi raffreddati. Qualunque azione implica una percentuale di rischio: attraversare la strada o prendere l’aereo. Pretendere di assolvere un farmaco o una azione soltanto quando si perviene al rischio zero è da sciocchi e creduloni. Il rischio deve essere limitato e abbassato quanto più possibile, ma non può mai essere azzerato. I camminatori vengono investiti e gli aerei cadono: non possiamo concludere che non bisogna andare a passeggio e che gli aerei non si devono prendere.
Usare la morte di Holly per portare avanti una battaglia ideologica e impregnata di moralismo è squallido e offensivo.
Ma è evidente, d’altra parte, che la RU486 sia solo un pesce piccolo, perché il vero bersaglio è l’interruzione volontaria della gravidanza, qualunque sia il modo per attuarla. Il bersaglio è demolire la possibilità di farvi ricorso per legge.

(E Polis, 24 novembre 2005)

domenica 30 ottobre 2005

Le confuse idee sull’aborto farmacologico

Da settimane l’aborto farmacologico è oggetto di polemiche e di attenzione. La sperimentazione della RU 486 è partita in Italia in netto ritardo rispetto ad altri paesi europei. E a voler essere rigorosi non si dovrebbe nemmeno parlare di sperimentazione, perché non c’è alcun bisogno di sperimentare: l’efficacia e gli effetti collaterali sono noti da diversi anni. Ma l’aborto è un argomento delicato, e la RU 486 è una forma di aborto. Questo basta a scaldare gli animi e costituisce l’occasione per ribadire una severa e assoluta condanna dell’interruzione di gravidanza. Anzi, secondo alcuni l’RU 486 è moralmente peggiore dell’aborto chirurgico, in quanto più semplice e indolore. L’interruzione di gravidanza è permessa dalla legge italiana e se è possibile eseguirla in modo diverso da quello tradizionale, in un modo più sicuro e con meno rischi, non è doveroso lasciare alle persone la possibilità di farvi ricorso? Si tratta di ottenere lo stesso effetto in un modo differente. Se l’effetto è lecito, lo sarà in entrambi i casi.
Oltre al problema del condannare o dell’assolvere l’aborto, il dibattito che la RU 486 ha sollevato è stato caratterizzato spesso da un errore piuttosto grossolano. Più volte, infatti, la RU 486 è stata confusa e identificata con la pillola del giorno dopo. Che differenza c’è?
La pillola del giorno dopo contiene un ormone progestinico (il Levonorgestrel) ed è un contraccettivo di emergenza. Nel caso di un rapporto a rischio il farmaco deve essere assunto il più presto possibile e non oltre le 72 ore. Nel caso in cui il rapporto sia avvenuto nella fase preovulatoria, la pillola blocca o posticipa l’ovulazione e impedisce l’unione del gamete maschile e di quello femminile. Se invece il rapporto è avvenuto dopo l’ovulazione e la fecondazione potrebbe essere avvenuta, la pillola impedisce l’annidamento dell’ovulo fecondato, intervenendo sulla parte interna dell’utero in cui avverrebbe l’impianto. Possiamo dire che la sua azione somiglia all’effetto degli estroprogestinici assunti per via orale o all’azione della spirale (IUD).
La RU 486 (mifepristone) intralcia il progesterone, ormone necessario alla prosecuzione della gravidanza. Agisce su un embrione già impiantato, provocandone l’espulsione. Può essere somministrata entro le prime 7 settimane di gravidanza. L’aborto farmacologico è meno rischioso e meno invasivo di quello chirurgico. Interrompe lo sviluppo dell’embrione in una fase più precoce. Non è un incentivo all’interruzione di gravidanza, ma soltanto una alternativa per chi ha già scelto.

(E Polis, 30 ottobre 2006)

mercoledì 26 ottobre 2005

Il razzismo moccioso e con i denti storti

Lynx e Lamb Gaede sono due giovani californiane, bionde e carine. Stanno lavorando al loro secondo disco. Cantano, le ragazze. Studiano a casa e prendono lezioni di musica. Sembrano ragazze normali, se non fosse per il discreto successo che hanno riscosso e che le ha rese un po’ diverse da tutte le loro coetanee. Si fanno chiamare Prussian Blue. Come la matita Giotto che usavamo da piccoli: blu di Prussia. Peccato che le fanciulle non pensassero alle matite quando hanno scelto il loro nome d’arte, ma alla superiorità della razza ariana.
Sono razziste queste ragazzine bionde e carine. Sono diventate le eroine del National Vanguard, movimento di estrema destra razzista e nazionalista, e di un pubblico bianco e selettivo. Molto selettivo, soprattutto verso le razze.
David Duke, fino al 1978 Grand Wizard del Ku Klux Klan, le ha scelte come mascotte per le adunate, per attirare folla come si fa ai concerti.
Orgoglio, Patria, uomo Bianco: sono questi i temi preferiti dalle Prussian Blue, piuttosto che gli amori infantili o le solite banalità che molti cantano. Omaggiano Rudolf Hess e parlano di Sacrificio e Vittoria. Si dichiarano fiere di essere bianche, tanto da rifiutare e condannare i miscugli razziali. Tanto da offrirsi di fare una donazione alle vittime dell’uragano Katrina, a patto che fossero bianche. Nessuno, nonostante le condizioni disgraziate, si è piegato a questo osceno ricatto. Meglio le conseguenze dell’uragano di questa schifosa beneficenza.
È tanto ovvio biasimare queste due fanciulle e il mondo che rappresentano che dovrebbe essere superfluo spiegarne le ragioni: la credenza nella superiorità di una razza è moralmente inammissibile; e la credenza che vi siano delle ragioni genetiche per considerare una razza ‘migliore’ di un’altra è ingenua e balorda. Sarebbe quasi sufficiente radicare la condanna morale nel pessimo gusto dell’intero pacchetto commerciale. Desta apprensione che abbiano degli ammiratori, che aspettano con trepidazione il prossimo album, popolato di idiozie e orrori filonazisti.
Peccato, però, che le bambine non sappiano di cosa cantano, non ne sappiano abbastanza. Perché nonostante i capelli biondi e la loro pelle chiara, le gemelle portano l’apparecchio ai denti. Hess non avrebbe mai tollerato una simile imperfezione. Denti non ariani. La follia perfezionista piegava il destino di molti sventurati verso la camera a gas per molto meno.

(E Polis, 26 ottobre 2005)

lunedì 24 ottobre 2005

Dove finisce la civiltà di Fassino?

È con un imbarazzo profondo che leggo dell’incontro tra il segretario dei DS Piero Fassino e la sua tata, la signora Elsa, consumatosi negli studi televisivi di ‘C’è Posta per Te’. I due non si vedevano da quarant’anni, dopo averne trascorsi sette di convivenza familiare. Sono tanti i ricordi. Il coniglio e lo stufato (la signora Elsa era una ottima cuoca), l’intimità domestica ammantata dallo splendore gelido del rimpianto, consumata dal tempo. Le patatine fritte come pungolo proustiano nell’incerta ricostruzione di un passato infantile.
Fassino è un uomo d’altri tempi, è evidente in quel modo di denotare la signora Elsa: “la signora che stava in casa con noi”. Sarebbe quasi galante se non fosse per quella tenace timidezza, intralcio imperdonabile nell’ostentazione televisiva.
Quando l’allora giovane Elsa lasciò casa Fassino per convolare a nozze, l’acerbo Piero avrebbe cercato di trattenerla con una proposta alternativa di matrimonio. Lui aveva 14 anni, lei ne avrà avuti il doppio. Quando si dice l’amore senza barriere. Commovente. Ci avrebbe indotto tenerezza se l’avessimo ascoltato durante una confessione intima. Invece diventa una caricatura intollerabile di un ricordo amoroso. Illuminato dalle luci televisive, interrotto dalla necessità di ritoccare il trucco oppure aggiustare la cravatta.
La nostalgia, si sa, è un sentimento incontenibile. E privato.
Le dichiarazioni, al contrario, si prestano a un controllo maggiore. “Trovo che sia un tratto di normalità partecipare a queste trasmissioni, anzi direi di civiltà”, asserisce con candore Fassino. Sono interdetta. Il significato di ‘normalità’ è difficile da mettere a fuoco. Mi concentro su quello di ‘civiltà’. Cerco su un dizionario italiano, e trovo: “l’insieme delle conquiste materiali e culturali dell’intero genere umano”. No, troppo. Oppure, “buona educazione, urbanità”: ecco, meglio. A conferma di ciò è lo stesso Fassino a dichiarare: “Mi è sembrato normale ed educato venire ad incontrare qualcuno che mi ha aveva scritto per vedermi”. Sul luogo ci si sarebbe potuti accordare, mi viene da pensare. Oppure la condizione necessaria dell’incontro era che avvenisse pubblicamente? La domanda cui non so (e forse non voglio) rispondere è: perché?

(E Polis, 24 ottobre 2005)

lunedì 17 ottobre 2005

Nutriti con la forza: quando la volontà non viene rispettata dal sistema sanitario

Qualche giorno fa Salvatore Crisafulli, in coma da due anni dopo un incidente stradale, si è risvegliato e ha pronunciato qualche parola. L’avvenimento meriterebbe soltanto una composta felicità se non avesse sollevato un dibattito confuso e non fosse diventato un pretesto per spostare l’attenzione sull’eutanasia. È privo di senso parlare di coma senza entrare nel merito delle condizioni specifiche; sarebbe come parlare di mal di pancia pretendendo di annullare le differenze tra tutti i mal di pancia possibili.
Hanno detto: “Se Crisafulli si è svegliato dal coma, allora non si deve mai perdere la speranza”. Ma lo spazio della speranza può essere tracciato soltanto da una valutazione medica: non basta una approssimativa appartenenza allo stato di coma. In questo caso lo stadio di coma concedeva la speranza di un risveglio; al contrario, esistono stadi di coma dai quali non è mai possibile emergere. Ma c’è di più. Questo risveglio ha offerto una buona occasione per sostenere il divieto di sospendere i trattamenti di alimentazione e idratazione artificiali nei pazienti in stato vegetativo, anche in presenza di una precisa dichiarazione di volontà del paziente stesso. Così sentenzia il documento approvato dal Comitato Nazionale di Bioetica: un paziente in coma deve sempre essere nutrito e idratato, anche se in precedenza aveva esplicitamente rifiutato una simile prospettiva; anche se i suoi cari esigono che questa volontà sia rispettata; anche se i medici giudicano la prosecuzione dei trattamenti una inutile agonia. Ma non eravamo liberi di decidere se essere curati oppure no?
La soluzione proposta dal Comitato sembra astuta: sarebbe legittimo imporre i trattamenti di alimentazione e idratazione in quanto non sono atti medici. A ben guardare, però, è una trovata fragile e inconsistente. La dimostrazione della natura non medica dell’alimentazione artificiale, secondo il presidente del Comitato di Bioetica Francesco D’Agostino, è facile: i pazienti in stato vegetativo possono essere nutriti e idratati anche in casa e non necessariamente in ospedale; questo significa che non sono atti medici, bensì di assistenza. In altre parole, non ci troviamo di fronte ad un possibile accanimento terapeutico, ma solo di fronte ad un accanimento che potremmo definire alimentare o assistenziale. Davvero i sostenitori di questa linea coercitiva sono convinti che sia il luogo a determinare la natura di un atto? È possibile svolgere molti atti medici in casa, basti pensare all’assistenza domiciliare dei malati terminali.
Volendo anche concedere che l’alimentazione artificiale non possa essere considerata un atto medico, la questione allora diventa: possiamo essere obbligati a subire atti non medici contro la nostra volontà? O meglio, è legittima l’imposizione di atti che abbiano come unico scopo il nostro bene, e non la protezione di un bene comune o di altre persone? Io non credo. In nessuna circostanza possiamo essere obbligati contro la nostra volontà a subire un atto non medico per il nostro bene. Nessuno può decidere qual è il nostro bene. A meno che non fossimo disposti a subire tutte le possibili imposizioni per il nostro bene: le vacanze intelligenti, gli amici giusti, il lavoro adatto a noi. Tutto imposto, ma per il nostro bene. Valutato dagli altri.

(E Polis, 17 ottobre 2005)