martedì 26 maggio 2015

Obiettori di coscienza solo quando fa comodo

C’era una volta l’obiezione di coscienza, per molto tempo un gesto ribelle, libertario, di violazione di un divieto o di un obbligo.

C’era una volta Antigone, che disobbedì all’ordine del re Creonte di non seppellire il fratello. E c’erano i giovani uomini che rifiutavano l’obbligo del servizio militare, quando esisteva solo quello armato, e a volte anche dopo, quando è stato possibile scegliere quello non armato. Al divieto di Creonte e all’obbligo di leva ci si opponeva in nome di altri valori: dare sepoltura al fratello, rifiutare la violenza e le armi.

E lo si faceva senza aver compiuto in precedenza una libera scelta, come invece accade oggi con chi decide di studiare medicina e deve poi affrontare la questione dell’aborto.

C’era una volta insomma l’obiezione di coscienza cosiddetta contra legem, che poi è stata attirata nei confini della legalità, diventando così intra legem.

È successo prima con il servizio alternativo non armato negli anni settanta. Il percorso è stato lungo, difficile e controverso: si pensi che all’inizio il servizio non armato durava più di quello armato e la richiesta doveva essere analizzata e accolta da una commissione militare. Più tardi l’obiezione di coscienza è rientrata nella legge anche con l’approvazione della 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Negli anni seguenti è successo anche per la sperimentazione animale e le tecniche riproduttive, ma senza creare i conflitti dell’aborto.

E così un gesto individualista è stato addomesticato e profondamente snaturato. Sarebbe come se continuassimo a usare il nome di un animale selvatico per un cane da salotto. La continuità terminologica ci confonderebbe e potrebbe creare ambiguità e incomprensioni.

Tra l’obiezione di un tempo e quella di oggi – ridotta quasi solo al dominio medico e soprattutto a quello abortivo – ci sono molte differenze: non esiste un servizio alternativo, com’era il caso della leva non armata; l’eccezione prevista dalla 194 ricade in un dominio dove i doveri seguono una libera scelta (la facoltà di medicina, la specializzazione in ostetricia, l’esercizio in una struttura pubblica); l’obiettore attuale entra in conflitto molto più direttamente con le richieste individuali (con la richiesta di una donna di abortire invece che con un generico obbligo o divieto).

L’articolo 9

Cosa prevede l’articolo 9 della legge 194? “L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”.

I limiti non sono chiarissimi, e l’ambiguità originaria della 194 ha finito per prendere la forma peggiore, ovvero un servizio garantito in modo molto incerto e molto diverso da città a città, da ospedale a ospedale. Anche se la gerarchia dei doveri sembra essere chiara, così come il bilanciamento tra diritti nella sentenza della corte costituzionale che ha preceduto la legge, ma anche in alcuni passaggi della 194: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure. […] La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale. […] L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.

Ancora tu?

A quasi quarant’anni dalla legge 194 potremmo chiederci se ha ancora senso garantire un privilegio, la cui genuinità peraltro è impossibile verificare. Se decidi di fare il ginecologo e di esercitare nel pubblico, e se l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) è uno dei servizi che la legge garantisce, non sarebbe meglio scegliere un altro lavoro se la tua coscienza è contraria all’aborto?

E poi: possibile che solo i medici, e quasi solo rispetto all’aborto, abbiano il privilegio di usare la coscienza come esonero? Chi decide di fare il penalista e si iscrive volontariamente alle liste di difesa d’ufficio deve difendere pure gli stupratori e gli assassini. Se non vuole farlo, sceglie un altro lavoro. I medici, d’altra parte, devono curare i suddetti. L’aborto sembra essere l’unica eccezione morale protetta dalla legge.

Ci sono anche le eccezioni nell’eccezione, la doppia morale di chi esegue diagnosi prenatali per poi dire mi dispiace, devo andare. Cioè, sono obiettore e la mia coscienza è contraria all’aborto, ma alle diagnosi – magari a pagamento – no. E le diagnosi prenatali in genere si fanno per scegliere, non per sapere e basta. Se la complicità morale dell’aborto prevede l’esenzione pure per gli anestesisti (che non praticano l’aborto), non dovrebbe comprendere anche le indagini prenatali? Insomma, siamo obiettori solo quando ci fa comodo?

Non c’entra, nella risposta che dovremmo dare, la libertà individuale o la coscienza, ma c’entrano il profilo pubblico di alcune professioni e gli eventuali doveri che ne derivano. Sono molte le professioni che comportano doveri che personalmente condanniamo, ma la nostra coscienza non è un motivo abbastanza forte da esentarci. Se questi doveri sono insostenibili, dovremmo forse riflettere meglio sulle nostre scelte professionali.

Anche l’obiezione che fare il ginecologo non possa essere ridotto a fare aborti appare debole, perché infatti non si vorrebbe certo questo (ed è buffo che le altissime percentuali di obiettori abbiano fatto sì che i pochi che garantiscono il servizio stiano rischiando proprio di finire così), ma l’aborto è una delle possibili decisioni nel dominio delle scelte riproduttive. Ed è anche per effetto dell’obiezione, sempre più numerosa e disinvolta, che l’ivg sta via via diventando sempre più qualcosa di separato e di connotato da vergogna e stigma.

Internazionale, 25 maggio 2015.

mercoledì 13 maggio 2015

Nel regno degli antiabortisti



Domenica 10 maggio sono andata alla quinta marcia per la vita (la mia seconda). Dalla precedente non è cambiato molto: solite frasi, soliti cartelli. “Io non sono un grumo”. “Non mi uccidere”. “Stop aborto”. “La legge 194 è una legge assassina”. “L’aborto ferisce l’amore”.

Tra i testimonial antiabortisti d’eccellenza c’è spesso madre Teresa di Calcutta: “Se una mamma uccide il frutto del suo grembo, cosa può impedire agli uomini di uccidersi a vicenda”.

E poi slogan del tipo: “Pesa molto di più un bimbo sulla coscienza che in braccio!”, “Non uccidete il futuro”.

Tutti modi fantasiosi per ribadire che la vita non si tocca, la vita è sacra, il concepimento è un momento magico, abortire deve essere illegale. Nessuno ha mai chiarito cosa sia questa “vita”, ma gli antiabortisti sono stati bravissimi a mettere le mani su uno slogan perfetto: breve, incisivo, insensato, ma emotivamente coinvolgente. “Noi siamo per la vita” è perfetto, per smontarlo ci vogliono alcuni minuti e in genere l’uditorio è già distratto da altro quando si sta ancora spiegando che bisogna distinguere di quale vita si tratti: gli antiabortisti non intendono certo quella biologica in generale, ma solo quella umana, e nemmeno sempre, perché la “vita” che difendono più ostinatamente è quella dell’embrione e del feto, e qui il panorama si fa più nebbioso; l’ingenuità, tuttavia, è di chi cerca la coerenza dove c’è solo un paternalismo feroce. E poi si dovrebbe anche ricordare che non esiste un momento del concepimento ma un processo continuo, e di conseguenza bisognerebbe chiarire da quando si comincia a considerare la sacralità.

“Noi siamo per la vita” e quindi voi se non state con noi sarete per la morte o per qualcosa di altrettanto brutto. Non si ripeterà mai abbastanza che non stare con loro non significa nemmeno essere a favore dell’aborto ma della libertà di scelta. Non stare con loro non significa nemmeno non farli marciare, ma ricordare che le loro convinzioni si sono infilate nel servizio sanitario, negli ospedali pubblici e nei consultori. Se il servizio di interruzione volontaria della gravidanza (ivg) fosse garantito senza attese e senza sguardi che oscillano tra “poveretta” e “guarda quella puttana che abortisce”, della marcia potremmo ridere come di una manifestazione folkloristica. Invece è anche un’ennesima occasione per ripetere, come dischi inceppati, che l’interruzione volontaria della gravidanza è una procedura medica oppressa dalla condanna morale e resa incerta dagli altissimi numeri di obiettori di coscienza (la media nazionale che supera il 70 per cento, con punte del 90 per cento e con molti ospedali in cui il reparto ivg proprio non c’è).

L’ostacolo finale in cui inciampa chi vuole vietare l’aborto è sempre lo stesso: se una donna, dopo tutti i tentativi, le preghiere, le minacce, le promesse e le bufale paternalistiche sulla sindrome postabortiva, vuole ancora abortire, cosa si fa? Cioè: per impedirle di interrompere la gravidanza cosa arriviamo a fare? Prigione? Collegio?

E ancora: se l’aborto è il delitto più atroce, la punizione dovrebbe essere coerente. E infatti qualcuno di Militia Christi suggeriva “almeno il carcere”. In quell’“almeno” si aprono mondi che forse è meglio non esplorare. Cosa c’è di più del carcere? La tortura? La morte? Le frustate?

In ogni modo dobbiamo essere pronti a fare quello che l’ipocrita ma furbo Giuliano Ferrara – e moltissimi con lui – non osano fare: chiamare assassine le donne che abortiscono. D’altra parte, se ammazzi qualcuno come vuoi che ti chiamino?

L’iconografia di queste marce è sempre sbagliata per eccesso: si parla di aborto ma a guardarti e intenerirti dai manifesti c’è un neonato, a volte anche di alcuni mesi. Ci sono molte scritte con richieste dalla parte dell’embrione: non mi abortire, non mi uccidere, fammi nascere.

Alla marcia di domenica c’è anche stata anche una canzone dal punto di vista dell’abortito: “Non ti avrei delusa”. Non ti avrei delusa, madre, se tu non avessi preso quella sconsiderata decisione di abortire. Una versione perfino più molesta della Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci.




Domenica le novità erano principalmente due rispetto alla marcia romana del 2013: dei fetini di plastica (ne ho comprati quattro, uno l’ho regalato e gli altri tre stanno nella mia borsa) e una spilletta a forma di piedini di un embrione di dieci settimane (Precious feet, “the exact size and shape of a 10-week unborn baby’s feet”, perché ovviamente sono bambini, e che non siano ancora nati è un dettaglio di poco conto, la cosa importante è che sono bambini e i bambini non si abortiscono). Forse questa marcia era anche più cantata del solito (“Gesù Cristo è generale, solo lui deve regnare” con rullo di tamburi e “chi non salta non è di Gesù Cristo”), ma non sono sicura.

La vincitrice della giornata è stata senza dubbio una ragazza con il cartello “L’utero è mio e decide Dio”, uno slogan che andrebbe benissimo se si limitasse a parlare del suo utero, ma i marciatori per la vita ambiscono sempre alla legge universale e a decidere per gli uteri di tutte le altre.

Non c’è niente da fare, con gli slogan sono bravi. Con le argomentazioni se la cavano molto male, ma che importa?

Il mio bottino personale alla fine della giornata, oltre ai fetini e alla spilletta con i piedi, è fatto di alcuni santini, due numeri di Notizie ProVita, bigliettini vari. “Per quelle che subiscono l’aborto volontario”, mi ha detto la tipa che mi ha consegnato un pacchetto di una decina di biglietti di La Vigna di Rachele, metà verdi con un fiore e la scritta “per ritrovare la speranza dopo l’aborto” e metà bianchi con una farfalla viola e la scritta “un ritiro spirituale per rinascere dopo l’esperienza dell’aborto”.




Dopo l’appropriazione della “vita”, ecco un’altra mossa geniale. Gli stessi antiabortisti hanno capito che la difesa dell’embrione e del suo presunto diritto di nascere non è abbastanza per fermare l’aborto. Le donne continuano ad abortire, perfino quelle che il giorno prima erano a qualche picchetto contro l’aborto (così come le mogli, le sorelle, le amanti, le amiche degli obiettori di coscienza o gli obiettori stessi se sono donne, cioè obiettrici). E allora ultimamente stanno puntando su un argomento paternalistico, falso e fallace: non ti dico di non abortire perché quello che non vuoi far nascere è in realtà una persona, ma perché se abortirai starai male per sempre.

Nel sito di La Vigna di Rachele ci sono molti esempi. L’aborto fa male alle donne e le parole sono paternalisticamente minacciose: “Molte donne in tutto il nostro paese e all’estero hanno provato difficoltà in seguito all’aborto. […] Oltre il lutto emozionale che vive la madre abortiva, anche il corpo della donna che è stata incinta e ha abortito ha bisogno di molto tempo per tornare alla normalità. Il corpo in un certo senso possiede una “memoria”. […] La perdita di un figlio, anche per aborto ‘volontario’, non è un evento cancellabile. Bisogna attraversare il lutto, non evitarlo”.

L’invenzione della cosiddetta sindrome postabortiva è l’ultima mossa del fronte ultraconservatore. Si nutre del silenzio e della vergogna spesso associati all’aborto, e viene alimentata non solo dagli estremisti, ma da tutti i tiepidi e i pavidi, dai “per fortuna a me non è successo”, dai “sì, deve essere legale ma è comunque sempre un trauma” (e l’aborto non viene nemmeno nominato), dalla ritrosia nel parlare di aborto, dall’ossessione sempre più diffusa di vedere colpe dove non c’è che la possibilità di scegliere. O almeno, dove dovrebbe esserci la possibilità di scelta e invece c’è un giudizio ipocrita e la presunzione di sapere quale sia il nostro bene.

Internazionale, 12 maggio 2015.

mercoledì 1 aprile 2015

Tutti pazzi per il gender

Barcellona, Spagna, 16 luglio 2011. Simona Pampallona

“La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, già propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa tra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta eguaglianza – e quindi possibilità di felicità – a tutti gli esseri umani. Nel caso della teoria del gender, all’aspetto negativo costituito dalla negazione della differenza sessuale, si accompagnava un aspetto positivo: la totale libertà di scelta individuale, mito fondante della società moderna, che può arrivare anche a cancellare quello che veniva considerato, fino a poco tempo fa, come un dato di costrizione naturale ineludibile”. A scriverlo è la storica Lucetta Scaraffia (”La teoria del ‘gender’ nega che l’umanità sia divisa tra maschi e femmine”, L’Osservatore Romano, 10 febbraio 2011).

Chi è che vuole negare l’esistenza e la differenza tra maschi e femmine? E quando sarebbe successo? Rispondere è facile: nessuno e mai. Tuttavia da qualche tempo è emersa questa strana e inesistente creatura, metà fantasia, metà film dell’orrore: è l’“ideologia del gender”. Non è facile individuarne la data di nascita, ma quello che è certo è che nelle ultime settimane la sua ombra minacciosa è molto invadente.

È buffo vedere quanta paura faccia il riflesso di quest’essere mostruoso (ma allucinatorio come Nessie), nato in ambienti angustamente cattolici, conservatori e ossessionati dalla perdita del controllo. Il controllo sulla morale, sul comportamento, sull’educazione e sul rigore feroce con cui si elencano le categorie del reale con la pretesa che siano immutabili e incontestabili in base a un argomento d’autorità: “È così perché lo diciamo noi”.

Questa perfida chimera che vorrebbe annientare le differenze sessuali si nutre della continua e intenzionale confusione tra il piano biologico (“per fare un figlio servono un uomo e una donna”) e quello sociale e culturale (“per allevare un figlio o per essere buoni genitori bisogna essere un uomo e una donna”). Come vedremo, perfino il piano biologico è meno rigido e, no, non significa che “non ci sono differenze biologiche tra uomo e donna” – nessuno lo ha mai detto.

Ma le Cassandre della “ideologia del gender” combattono contro un nemico che hanno immaginato, o che hanno costruito, stravolgendo il reale, per renderlo irriconoscibile e poterlo così additare come un mostro temibile (si chiama straw man ed è una fallacia molto comune: si prende un docile cane di piccola taglia e lo si trasforma in un leone famelico; poi si litiga con il padrone del cane e lo si accusa di irresponsabilità: “Girare con una bestia feroce in luoghi affollati e con tanti bambini!”). Perché essere tanto spaventati da esseri che non esistono e da ombre sulle pareti? Perché non girarsi per rendersi conto, finalmente, che va tutto bene?

Se state poco sui social network e scegliete bene le vostre letture forse non ne avete mai sentito parlare. Ma è sempre più improbabile che non ne sappiate nulla visto che lo scorso 21 marzo Jorge Maria Bergoglio ha detto che la “teoria del gender” fa confusione, è uno sbaglio della mente umana e minaccia la famiglia. “Come si può fare con queste colonizzazioni ideologiche?”, ha domandato.

Un paio di giorni dopo Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha aggiunto che “l’ideologia del gender” si “nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione… ma in realtà pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità”. È addirittura una “manipolazione da laboratorio”. E poi si è rivolto accorato ai genitori: “Volete voi questo per i vostri figli?”. E qualche giorno più tardi ci è tornato il cardinale Carlo Caffarra, ricorrendo a una metafora oftalmica: “Esiste oggi una cataratta che può impedire all’occhio che vuole vedere la realtà dell’amore di vederlo in realtà. È la cataratta dell’ideologia del ‘gender’ che vi impedisce di vedere lo splendore della differenza sessuale: la preziosità e lo splendore della vostra femminilità e della vostra mascolinità”.

Minacce individuali e familiari, errori mentali, colonizzazioni ideologiche, furti di identità e di umanità, manipolazioni, cataratte: mai tanti e tali disastri erano stati attribuiti a qualcosa che non esiste.

“Maschio e femmina li creò” (Genesi)
Chi se la prende con la presunta “ideologia del gender”, come dicevo, confonde intenzionalmente i termini e i concetti per deriderli, banalizza le differenze per farne una caricatura, si ostina a non capire le questioni e invece di domandare spiegazioni si nasconde dietro una presuntuosa e rivendicativa ignoranza.

Ci sono molti esempi e vengono dalla cronaca (tra gli ultimi il gioco “porno” all’asilo di Trieste) o da documenti più o meno ufficiali (sempre di area ultraconservatrice e fortemente miope).

Eccone un altro esempio, forse più grave ancora perché Roberto Marchesini è psicologo e psicoterapeuta (”Il ragazzo curato a ormoni per diventare ragazza”, La Bussola Quotidiana, 9 marzo 2015): “Non importa se ci sono due cromosomi Y, o un cromosoma Y e due X: se c’è il cromosoma Y siamo maschi, punto. E non è questione di organi genitali: siamo maschi o femmine in tutto il nostro corpo, perché ogni cellula del nostro corpo ha quel benedetto cromosoma. Possiamo mutilarci, possiamo aggiungerci appendici siliconiche in ogni parte del corpo, depilarci, limarci la mascella e sottoporci a qualsiasi altra tortura, ma resteremo maschi. Senza genitali, magari, con protesi sul petto, ma sempre maschi. Quindi non è possibile che questo ragazzo diventi una ragazza. Qualcuno ha mentito ai genitori e a lui. […] È l’ideologia di genere che ci fa credere una cosa assurda, cioè che sia possibile “cambiare sesso”. Si chiama ideologia proprio per questo”. In questo caso la confusione è aumentata da possibili interventi (ormonali e chirurgici). Su questo torneremo.

Sempre a marzo, Paola Binetti era molto allarmata: “Presentata all’Onu richiesta di inserire movimento femminista e alle associazioni Lgbtq, nel quadro teorico e pratico del ‘sistema gender’” (5 marzo 2015, Twitter).

C’è anche il filosofo Diego Fusaro che, in occasione della polemica scatenata da Dolce & Gabbana, aggiunge un po’ di Asimov che ci sta sempre bene. Fusaro: “Dolce e Gabbana? Li attaccano perché ora c’è la prova. Gender, siamo all’ingegneria sociale”, 16 marzo 2015. Alla domanda, “Dopo tutte le polemiche gli asili nido di Trieste hanno fatto bene a fare retromarcia sui ‘giochi gender?’”, Fusaro risponde: “Ormai per manipolare bisogna partire anzitutto dai bambini. Siamo al cospetto di una vera e propria ingegneria sociale, è evidente, una mutazione antropologica direbbe Pasolini, si cerca di inculcare fin dalla giovane età che non esistono uomini e donne ma ognuno si sceglie il sesso che vuole. Tutto ciò per me è una sciocchezza, i sessi sono due, poi ci sono tutti gli orientamenti sessuali possibili, ma un omosessuale resta sempre un uomo così come una lesbica rimane sempre una donna”.

Ho già detto che nessuno vuole eliminare la differenza tra uomini e donne? È davvero un peccato che Fusaro abbia rinunciato al ruolo principale della filosofia: cercare di chiarire i termini e i concetti. Offrirsi cioè come uno strumento per capire meglio e non per mescolare le parole come si farebbe in un caleidoscopio, perché il risultato non è più colorato ma più annebbiato. Spesso completamente fuori fuoco.

“Non esistono uomini e donne”
Per capire come l’“ideologia del gender” rimescoli parole a caso – aspirando a sembrare qualcosa di sensato – dobbiamo fare una premessa.Le definizioni sono arbitrarie, ci servono per semplificarci la vita. Dovremmo sempre ricordarci però che la realtà è un insieme in cui i confini netti non esistono – ma esistono contiguità, sovrapposizioni, intrecci sui quali tracciamo linee e diamo definizioni – e che, più conosciamo più possiamo (o dobbiamo) specificare, come quando ci avviciniamo a qualcosa (sedia, tavolo, gioco: provate a dare una definizione necessaria e sufficiente e vi accorgerete che è meno facile di quanto possiate immaginare).

Ciò non significa che non esistono differenze o che sia tutto nella nostra testa (nella nostra percezione), almeno nella prospettiva realista. Significa che quello che osserviamo è più fluido di un interruttore che spegne e accende una luce.

Lo si dimentica a volte. Lo si rimuove sempre quando si parla di (ideologia del) gender.

La biologia, per cominciare, fa distinzioni meno nette rispetto ai termini maschio/femmina. In biologia ci sono i due estremi (M e F), ma ci sono anche molte possibilità intermedie. Esistono molti stadi di intersessualità, come l’ermafroditismo, la sindrome di Morris e quella di Swyer, e ci sono casi in cui è controversa la definizione di intersessualità, come la sindrome di Turner o di Klinefelter (si veda il film XXY). Anche alcune di queste condizioni sono definite patologiche (disordini di differenziazione sessuale o di sviluppo sessuale), ma pure definire una “patologia” non è così agevole come potrebbe sembrare.

Questo soltanto se parliamo di sesso, ovvero dell’appartenenza a un genere sessuale indicato come XX e XY (sono i cromosomi sessuali a distinguere, a un certo punto dello sviluppo embrionale, gli individui che saranno maschi da quelli che saranno femmine).

Sesso, identità di genere e ruoli, orientamenti e preferenze sessuali Se però cominciamo a parlare di identità di genere, di ruoli e di orientamenti sessuali le cose si complicano ulteriormente. Si può essere di sesso M e avere una identità sessuale maschile oppure femminile (oppure ambigua, oscillante, cangiante). Nulla di tutto questo è intrinsecamente patologico o sbagliato e soprattutto ciò che è femminile e maschile è profondamente determinato culturalmente, tant’è che i ruoli maschili e femminili cambiano nel tempo e nello spazio.

Il rosa non è intrinsecamente un colore da femmine (F), almeno lo è in modo diverso rispetto all’avere o no l’utero, anche se si può essere donne – in un senso meno claustrofobico della riduzione del ruolo femminile a un patrimonio cromosomico o al possesso di alcuni organi sessuali – senza averlo: perché sei nata senza, perché te l’hanno tolto, perché eri nata come M ma la tua identità di genere è femminile.

I ruoli sono il risultato di stratificazioni lunghe e tortuose e non rappresentano qualcosa di immobile e determinato per sempre, né tanto meno quello che è giusto e buono (trasformare tutto questo in “mica pretenderete che due uomini si riproducano?” è un problema di chi equivoca così malamente e non del gender).

Poi ci sono le preferenze o gli orientamenti sessuali: eterosessuale, omosessuale, bisessuale, queer, eccetera. Ci sono anche gli asessuali (in Giappone le percentuali di individui non interessati alle relazioni affettive e sessuali sono altissime) e ovviamente ci sono i casti, non per mancanza di interesse sessuale ma per un fioretto come Sophia Loren in Ieri, oggi e domani, oppure per un voto di castità meno temporaneo.

Gender studies
“Ideologia del gender” (cioè del genere sessuale) non vuol dire nulla. È come dire ideologia del sapone o del cielo. Tra l’altro è ancora più insensato se si pensa che è attribuita a chi vuole alleggerire la pressione del dover essere – perciò in caso dovrebbe essere “anarchia del gender”, o “relativismo del gender” visto che per alcuni è un insulto essere relativista (anche questo rasenta l’insensatezza, soprattutto se ci ricordiamo che l’alternativa è l’imposizione e il dogmatismo).La sfumatura di imposizione che si vuole attribuire, dal sapore complottista, suona davvero strana perché imporre un giogo meno stretto è un po’ bizzarro. Sono quelli che strepitano contro la temibile “ideologia del gender” che vogliono imporre decaloghi e regole rigide e stabilite da loro – mentre i gender studies si muovono in un dominio di libertà, in una fluidità dei modelli (individuali e familiari); sono per la loro desacralizzazione e per i diritti per tutti. Basta cercare su Google. Basterebbe anche solo leggere il recente documento approvato dall’Associazione italiana di psicologia che ha l’intento di “rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane” e di “chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di ‘ideologia del gender’”.

Non ha molto senso nemmeno il termine “omosessualismo”, se non in un senso di scherno e di intenzionale disprezzo. Peggio di “frocio”, perché almeno frocio è limpidamente aggressivo (poi ovviamente l’offesa dipende dal contesto, dalle intenzioni dei mittenti e dallo spirito dei destinatari) mentre “omosessualista” ammicca a una correttezza formale e superficiale che nasconde la convinzione che tu faccia schifo e sia inferiore in quanto non eterosessuale – è l’“in-quanto” a essere sbagliato, sia in senso dispregiativo sia in senso adulatorio. Non c’è nessun merito a essere donna o lesbica. E non c’è nemmeno nell’essere omosessuale, casto o indeciso. Ma, è chiaro, non c’è nemmeno un demerito o un peccato.

C’è un altro termine che suscita reazioni scomposte: cisgender. È un termine usato per indicare la coincidenza tra il genere sessuale (M o F) e l’identità sessuale (maschile e femminile). Gli ottusi abituati a distinguere solo M e F come XX e XY (e a pensare come giusto solo l’orientamento eterosessuale, immaginato fisso e immobile come Aristotele pensava la sua cosmologia) ne sono spiazzati e reagiscono come si reagisce alle scuole medie davanti all’ignoto: ridono imbarazzati, giudicano quello che non sanno e non vogliono sapere come un capriccio di menti disturbate.

Rivendicano identità che nessuno vuole mettere in discussione – “io sono femmina!” – un po’ come succede quando si parla di matrimoni e di famiglie: “Volete distruggere la famiglia!”.Stanno cercando di fare il contrario di quanto è avvenuto con il termine queer: originariamente un insulto, è stato trasformato nel tempo fino a diventare una parola dal significato ampio ma essenzialmente non dispregiativo (ci sono i dipartimenti universitari queer e queer studies nelle università più prestigiose – si veda Yale, per esempio).

Ci sono poi ovviamente le patologie sessuali, le perversioni o le ossessioni, che sono indipendenti dall’essere M, F, eterosessuale o indeciso.

 Bourges, Francia, 2012. Simona Pampallona


“On ne naît pas femme, on le devient”
Per fare un esempio cattolico ufficiale della miopia che caratterizza l’“ideologia del gender”, basta leggere il discorso del santo padre Benedetto XVI del 21 dicembre 2012, perché nonostante alcuni ci tengano a sottolineare che la loro avversione non c’entra con la religione, si parte sempre dalla dicotomia M e F (e spesso lì si rimane, come in un’inutile corsa sul posto):

“Egli [il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim] cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: ‘Donna non si nasce, lo si diventa’ (On ne naît pas femme, on le devient). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma ‘gender’, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: ‘Maschio e femmina Egli li creò’ (Gen 1, 27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più”.

Se non si riesce a sottrarci a questa visione semplicista e ingessata quando si parla di sesso (biologico), è inevitabile che quando è necessario introdurre la differenza tra gender, identità e ruolo di genere e preferenze sessuali l’effetto è quasi comico. È ovvio che de Beauvoir intendesse qualcosa di molto diverso da quanto Bernheim lascia intendere, proprio come chi oggi è tanto spaventato dal gender.

“Il gender è più pericoloso dell’Isis!”
Il comico muta in grottesco quando si azzardano metafore al rialzo: “L’ideologia del #gender è più pericolosa dell’Isis”, avverte durante la messa don Angelo Perego, parroco di Arosio (Como). E non è certo il primo né il più originle. Tony Anatrella, prete e psicoanalista, nella prefazione del volume Gender, la controverse denuncia la cultura di genere come un’ideologia totalitaria, più oppressiva e perniciosa dell’ideologia marxista.

L’elenco è molto lungo e poco fantasioso. Un capriccioso puntare i piedi contro la frammentazione di una realtà che non è mai stata monolitica (ma solo presentata come tale) e, inevitabilmente, contro la (ri)attribuzione dei diritti.

Sarebbe già abbastanza ingiustificabile usare fantasmi e spauracchi per limitare i diritti, soprattutto perché garantire diritti a tutti non li toglie a nessuno. Ma tutto questo rischia di diventare inutilmente crudele quando è diretto ai bambini e agli adolescenti – scenario non inverosimile se si pensa che uno dei luoghi di scontro è proprio la scuola.

Non solo: ritrovarsi con dei genitori che ti mandano a farti aggiustare se sei frocio o ridicolizzano la tua identità di genere (che non è come la vorrebbero loro o come dice il prete) “perché sei piccolo” è davvero penoso. Si sopravvive (non sempre), ma c’è un carico pesantissimo di dolore evitabile. “Chi difende i diritti del bambino diverso?”, domandava Paul B. Preciado in un articolo di due anni fa. “I diritti del bambino che vuole vestirsi di rosa. I diritti della bambina che sogna di sposarsi con la sua migliore amica. I diritti del bambino e della bambina queer, omosessuale, lesbica, transessuale o transgender. Chi difende i diritti del bambino di cambiare genere se lo desidera? Il diritto alla libera autodeterminazione del genere e della sessualità. Chi difende i diritti del bambino a crescere in mondo senza violenza di genere e senza violenza sessuale?”.

Dovremmo rispondere a tutte queste domande (dovrebbero provare a rispondere gli agitatori della “ideologia”), ricordando che “mio padre e mia madre durante la mia infanzia non proteggevano i miei diritti. Proteggevano le norme sessuali e di genere che loro avevano assorbito dolorosamente, attraverso un sistema educativo e sociale che puniva ogni forma di dissidenza usando la minaccia, l’intimidazione, la punizione, la morte”.

Internazionale, 31 marzo 2015.

giovedì 19 marzo 2015

Ma qualcuno ha mai parlato con le madri surrogate?

La maternità surrogata è da sempre uno degli argomenti moralmente più controversi, ma in alcuni momenti sembra esserci una specie di tempesta tropicale e la quantità di persone coinvolte in discussioni furibonde aumenta. Il risultato non è, in genere, un chiarimento o un avanzamento nella discussione, ma una sfiancante lotta a chi è più ostinato e a chi urla di più.

Molto spesso le presunte obiezioni sono: “e le donne armene (o indiane)?”, ovvero le donne che presumiamo essere abusate e sfruttate e in molti casi lo sono. Non stiamo parlando di questo. Invocare un abuso per condannare una pratica è come usare i divorzi per condannare i matrimoni o una gamba rotta per vietare lo sci.

L’abuso è da condannare e non è patrimonio della surrogacy.

Un altro aspetto ricorrente è parlare al posto di, senza aver pensato di parlare con le dirette interessate. Mai. Lo fa oggi meravigliosamente Aldo Busi sul Corriere della Sera (Fecondazione e gay, quel debito da ripagare alle madri surrogate).

Le donne che portano avanti la gravidanza per qualcun altro sarebbero, secondo Busi, “tutte delle martiri, seppure consenzienti […] vittime di traumi d’infanzia ai quali ora si assommava quello estremo di ridursi a insulse mammifere di cuccioli separati dalla loro vita e dal loro presente al taglio stesso del cordone ombelicale”.

Tutte, indistintamente. Non quelle obbligate o ricattate (quelle sarebbero vittime davvero), ma tutte. D’altra parte non possono mica scegliere per davvero, sono otarie rintronate e con il sistema nervoso centrale corroso dalla salsedine.

Visto il tripudio di giraffe e cuccioli di animali, Busi avrebbe potuto almeno ricordarsi del tacchino induttivista. Ma niente, il tacchino non gli piace.

E ancora: “Puerpere orbate dalla nascita per una scelta che a me sembrava frutto di una coercizione e di una violenza di vastissima e insondabile, tenebrosa, funebre profondità”. Seguono i vari richiami al contronatura e al buonsenso (il buonsenso è un concetto forse ancora più fallato e ambiguo del “contronatura” e della “tradizione”).

Wired, 17 marzo 2015.

Novella (o di un tentativo di maternità surrogata)

Il divieto di maternità surrogata precede la legge 40. C’erano state due o tre coppie che avevano avviato il dibattito giuridico sulla validità del contratto e sulla liceità morale dell’accordo di maternità surrogata. Nei tribunali e tra le persone si cominciava a discuterne. Poi, più o meno quando ho cominciato a pensarci io, c’era stato un caso di una coppia italiana che, per problemi di salute, aveva fatto ricorso a una donna statunitense. Quando erano tornati in Italia con due gemelli c’erano state molte polemiche e intensi dibattiti, e alla fine il divieto. Poi qualche anno più tardi è stato confermato dalla legge sulle tecniche riproduttive e addirittura è previsto il carcere se lo violi e una multa altissima.

Anche quando mia madre si offrì di portare avanti la gravidanza al mio posto scoppiò un putiferio, tutte le associazioni si rivoltarono contro di noi, fummo travolti da condanne assolute e da critiche feroci. Anche molti medici colsero l’occasione per dire la loro, manifestando una condanna senza appello ed esprimendo il loro rifiuto a farsi coinvolgere in una cosa simile. Anche l’Ordine dei medici aveva aggiunto il divieto nel Codice deontologico.

L’unica eccezione era costituita da Severino Antinori, quello farebbe tutto per ottenere pubblicità, ma ovviamente non c’entrava nulla con l’aiutare qualcuno. Forse per tutti era solo una questione di pubblicità, un pretesto per mettersi in mostra.

La chiesa prese una posizione di duro giudizio, con accuse allucinanti. Io sono cattolica anche se non praticante e sono rimasta davvero sorpresa dalla violenza dei loro attacchi. Ma basta pensare che avevano condannato altrettanto duramente le tecniche in generale, considerandole una ingiustificabile omissione umana nel terreno sacro della riproduzione. Da allora ogni volta che si è parlato di maternità surrogata hanno colto l’occasione per aggiungere anatemi e, in realtà, non hanno risparmiato nemmeno molte altre possibili scelte riproduttive, come il ricorso a un gamete o alla diagnosi genetica di preimpianto.

Mi ricordo bene, quando siamo andate a Porta a Porta, la discussione violenta che si scatenò. Secondo molti era immorale. Francesco D’Agostino, allora presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, diceva che era ripugnante, che non era etico, che i figli della riproduzione artificiale potevano avere problemi psicologici. Anzi, che sicuramente avrebbero avuto problemi psicologici. Sosteneva che era impossibile per un bambino non confondersi e non provare disagio crescendo con due mamme... È stato inutile spiegare che, nel nostro caso, non sarebbero state due mamme, ma una mamma e una nonna. O ricordargli di quanti bambini sono cresciuti bene con due figure materne o proprio con due mamme.

Continuava a ripetere che l’interesse del bambino veniva prima di tutto (e su questo eravamo d’accordo tutti!) e che quindi nel nostro caso venire al mondo non sarebbe stato nel suo migliore interesse: il suo equilibrio psichico era a rischio; la sua capacità relazionale era a rischio; il suo sviluppo psicologico era a rischio. Chissà cosa gli sarebbe successo da adolescente. Uno scenario apocalittico...

E poi mi ricordo che concluse dicendo che il desiderio a volte può essere perverso e nevrotico, e che dobbiamo evitare di far nascere un bambino in una famiglia atipica.

Io non riuscivo a pensarci tanto atipici, o tanto pericolosi per il benessere di nostro figlio. E non riuscivo neanche a capire cosa fosse una “famiglia tipica”. Basta guardarci intorno per vedere quanti tipi di famiglia esistono, sono tutte sbagliate per D’Agostino?

Poi si sono mischiati troppi argomenti, urlavano sui soldi (anche in questo caso non ci riguardava, mi sembrava solo un modo per confondere la discussione) e sullo sporcare una cosa tanto sacra come la maternità, sui destini infelici di bambini con cui forse nessuno di loro aveva mai parlato.

Oltre a Domenico Danza in studio c’era un altro ginecologo. Quando D’Agostino ha ripetuto per l’ennesima volta il destino infelice dei figli di madri surrogate, confermato da presunti studi, gli ha chiesto di quali ricerche si trattasse. L’ha poi rassicurato con i risultati degli studi condotti: nessuna confusione mentale e nessun problema comportamentale determinato dal nascere in questo modo. Ma ormai non c’era modo di arrestare questo elenco fantasioso di critiche. Forse non ci sarebbe mai stato modo. Non sapendo cosa rispondere sugli studi che smentivano le sue paure, D’Agostino ha usato la storia di Baby M come dimostrazione incontrovertibile che tutto sarebbe andato male e non sarebbe potuto che andare così.

Baby M è un caso che risale agli anni ottanta, la storia di una bambina contesa tra la madre surrogata e la coppia con cui aveva stipulato un accordo. Però alla nascita la donna ha cambiato idea e tutto è andato storto: per anni ci sono state contese giuridiche e la bambina è stata oggetto di diversi procedimenti legali. La nostra storia era molto diversa, mia madre si era offerta e non una estranea. Non solo: un caso andato male non mi sembra che possa bastare per prevedere che tutti i casi in cui vi sia una donna che si offre di portare avanti una gravidanza al posto di un’altra debbano andare male. Oggi sono passati molti anni e ci sono molti casi che si potrebbero usare per bilanciare quanto accaduto con Baby M.

Anche Stefania Prestigiacomo si scatenò contro di noi. Mi disse che io volevo un prolungamento di me stessa, non un figlio. Che era sbagliato volere un figlio a tutti i costi. Ma che vuol dire? Lei poi ha partorito un paio d’anni più tardi, che differenza c’era tra il mio desiderio e il suo? Io volevo solo avere un figlio, come tutti quelli che desiderano diventare genitori. In seguito a quello che mi era successo non avrei potuto portare avanti la gravidanza, ma il fatto che non avessi l’utero non diminuiva la mia capacità genitoriale. Sarei stata una madre diversa per questo? E perché nessuno ha avuto nulla da dire quando sono rimasta incinta senza ricorrere alle tecniche? Non è che non ci fossimo posti delle domande, o che non avessimo pensato a eventuali difficoltà. Ma non credo che avremmo fatto alcun danno a un bambino, gli avremmo poi spiegato le condizioni della sua nascita. Gli avremmo spiegato quanto lo avevamo desiderato. Ci saremmo magari fatti aiutare durante il percorso. E poi mi urlavano: «adotta!», oppure mi rimproveravano: «fai figli per egoismo».

La mia storia è cominciata negli anni novanta, ormai vent’anni fa. Verso l’autunno del 1992 sono rimasta incinta, ma alla fine della gravidanza sono stata male, mi hanno ricoverato, c’è stato un distacco della placenta, ho sofferto per una grave emorragia post partum. I medici mi hanno dovuto asportare l’utero, la mia bambina è nata morta. Era l’aprile 1993, tre giorni prima della data del parto. La nascita era prevista per il 19 aprile, io mi sono sentita stata male il 16. Ho cominciato a lavorare come ostetrica in una clinica di Salerno. Lì ho conosciuto Domenico Danza, un medico esperto di tecniche riproduttive. Gli proposi di provare con la maternità surrogata. In realtà è stata mia madre a propormelo: «te lo faccio io il figlio».

Io ero indecisa. Ma poi ho pensato che sarebbe stato un meraviglioso regalo da parte di mia madre. Mi ha detto: «tutte le nonne si occupano dei nipoti. Io te lo guarderò un po’ più da piccolino. Sono una nonna speciale, tutto qui. Quando tu tornerai a lavorare io continuerò a tenertelo».

Decidemmo di provare. Mia mamma era giovane, aveva poco più di quarant’anni. Abbiamo fatto quattro tentativi. Gli ovociti erano i miei, e abbiamo provato a impiantare gli embrioni prodotti con gli spermatozoi di mio marito. Due tentativi di impianto sono falliti, negli altri due la gravidanza s’è avviata. La prima volta mia madre ha abortito quasi subito, la seconda è andata avanti fino a 7-8 settimane, si sentiva già il battito cardiaco. Poi però ha subito un secondo aborto spontaneo. Mio padre ha avuto un incidente e forse per il forte stress che mia madre ha vissuto la gravidanza si è interrotta.

Abbiamo ritentato, poi c’è stato tutto quel putiferio e abbiamo deciso che ci saremmo fermati. Era troppo stressante. Avevamo tutti contro, e ogni tentativo era molto faticoso fisicamente: mia mamma prendeva gli ormoni, io ero sottoposta alla stimolazione ormonale. Ha dovuto affrontare due aborti e la frustrazione di non potermi aiutare.

Dopo qualche tempo mia mamma si è ammalata, le è stato diagnosticato un carcinoma, si è operata a e al quel punto abbiamo deciso che era stato abbastanza e che non saremmo andati avanti.

Ho tentato l’adozione, ma le pratiche erano talmente difficili che ci siamo fermati a metà strada. Vogliono un sacco di documenti. Mi ricordo che avrei dovuto avere la copia conforme del certificato di nascita originale, sarei dovuta andarlo a prendere in tribunale perché mi serviva l’autorizzazione per avere la copia del certificato alla nascita in busta chiusa... Anche i nonni erano coinvolti. Una burocrazia pazzesca.

Mi fermai quando mi hanno chiesto il consenso dei nonni. Ma che c’entra? Non riuscivo a capirlo. Allora mi sono fermata. Prima dei colloqui con gli assistenti sociali. Anche perché scoprii che di bambini adottabili in Italia ce ne sono tanti, ma solo pochi sono davvero disponibili. Poi ti chiedono di pagare per avere un bambino tramite alcune associazioni private, coinvolte per accorciare i tempi e facilitare le pratiche.

Io già non ero convinta, perché dopo avere portato avanti una gravidanza sapevo che tipo di esperienza era e non ero convinta che l’adozione sarebbe stata adatta per me.

Poi con la malattia di mamma abbiamo deciso di rinunciare, troppo complicato. Ho continuato a lavorare, mi sono nati i nipoti, mi occupo di loro.

Mi hanno infastidito tutte le cose che dicevano. Me le ricordo bene: contro natura? Un atto d’amore non può esserlo. Chi avrei danneggiato? Per noi erano solo ragioni d’amore. Non vedo cosa ci fosse di immorale. Qualunque complicazione l’avremmo potuta affrontare, invece sembravamo finiti sotto processo.

Mi feriva che anche le persone che non avevano a che fare con la chiesa, o con le gerarchie e i dogmi assoluti, fossero tanto critiche, mi dicevano: «e poi il figlio di chi è?». Il figlio è di chi lo cresce e di chi lo desidera, di chi gli vuole bene. Come si può ridurre il legame tra genitori e figli all’aspetto biologico o alla gestazione?

Che poi era buffo, perché erano gli stessi che mi consigliavano di adottare. Anche in quel caso avrebbero dovuto domandarmi: «e poi il figlio di chi è?». Non lo avrei comunque partorito io.

Lo so quanto sia importante il legame che si crea durante la gravidanza. Durante quei mesi cominci a costruire un rapporto con quello che immagini che sarà tuo figlio e che senti crescere, ci parli, canti, lo coccoli prima della nascita. Io me lo ricordo.

Facendo l’ostetrica mi sono resa contro di quanto non sia tanto importante il fatto di concepire un figlio e di essere geneticamente affini. È tenerlo in grembo, farlo nascere che più conta e che fa la differenza. Per nove mesi te lo porti appresso, ci convivi, fai tutto in relazione alla sua nascita, non fumi pensando a lui, non mangi alcuni cibi perché hai paura che potrebbero fargli male, stai attenta a tutto quello che fai sempre in relazione all’effetto che potresti causare. Ogni gesto, ogni scelta, ogni comportamento è rapportato al nascituro. Bello e fatto non è la stessa cosa.

Con mia madre in parte avrei potuto attenuare la mia impossibilità di essere incinta. L’affetto poi avrebbe colmato lo scarto. Con lei avrei potuto vivere la gravidanza da molto vicino, l’avrei seguita giorno per giorno. Mia madre ha fatto una cosa straordinaria. Mia madre è generosa di suo, con tutti, con i figli in particolare. Fare una cosa del genere è davvero incredibile. Anche mio padre è stato coraggioso e ci ha sempre sostenuto. Si sono offerti insieme, mi hanno detto che era il loro modo di aiutarmi.

Dopo il fallimento dei tentativi con mia madre ci aveva proposto di provare mia sorella. Allora non era sposata e non aveva figli. Io le dissi che magari ne avremmo riparlato quando avrebbe avuto un figlio suo. «Devi prima capire cosa significa una gravidanza», le ho detto. Qualche anno dopo si è sposata e ha avuto un figlio. Dopo che era diventata madre si è offerta nuovamente: le ho detto che era troppo giovane, e che doveva pensare a se stessa.

Con mia mamma sarebbe stato diverso, i figli suoi li aveva fatti, mia sorella aveva ancora tutta la vita davanti. Era troppo giovane. Devi avere una maturità diversa per fare una cosa così, e non mi sembrava giusto accettare la sua offerta. Da una persona sconosciuta non credo che avrei mai accettato. Non lo so. Forse come fanno negli Stati Uniti d’America o in alcuni altri Paesi, forse a pagamento e con una agenzia come intermediario. Però non ne sono sicura. Da mamma sì: per me era l’unica possibilità. Non mi sarei nemmeno fidata di una persona sconosciuta, avrei avuto paura di un ripensamento o della poco familiarità. O che sarebbe potuto succedere qualche altro inconveniente.

Con mia mamma ho un rapporto speciale, anche oggi che ho quarantadue anni chiamo lei se mi succede qualcosa. La fiducia totale era per me una condizione necessaria. E anche il fatto che avremmo potuto condividere ogni momento e ogni passaggio, sarei stata sempre tranquilla. Con nessun altro sarebbe stato possibile.

Mi ha molto addolorato la sua sofferenza, non solo gli aborti ma soprattutto il suo dispiacere di non potermi aiutare. Non sopporto di vedere star male gli altri. Il suo dolore per avere fallito era così intenso.

E poi ero arrabbiata perché oltre alle accuse abbiamo incontrato anche alcune difficoltà dal punto di vista medico. Ci sono tanti di quegli sciacalli. È stato terribile. La felicità, però, del «forse ci riusciamo» ci ha permesso di provarci almeno. Forse era anche l’età, ero giovane e più immatura di oggi. Adesso forse lo farei lo stesso, ma sicuramente con una maturità diversa. Pondererei meglio, mi fiderei meno di alcune persone, mi saprei difendere meglio. Ho incontrato molte persone disoneste.

Per questa ragione penso che una legge sulle tecniche riproduttive ci voleva, però di certo non questa. Ci voleva una legge per impedire a medici disgraziati di approfittarsene. Ci sono tante persone che si nutrono del dolore altrui, della debolezza, del desiderio di avere un figlio.

Lo stesso Stato in alcune circostanze se ne approfitta, come possiamo pensare che non lo faccia il singolo medico? Una buona legge avrebbe dovuto controllare questo aspetto, non rendere l’accesso tanto restrittivo e il percorso tanto complicato, con tutti quei divieti assurdi e ingiusti. 

Inoltre c’è lo stigma della sterilità, la vergogna. Tanti ricorrono alle tecniche di nascosto, non lo dicono alla famiglia o agli amici. Perché devi vergognarti di un problema medico?

Non solo: non avere figli ti emargina. Io ho sia amici che hanno figli che amici senza. Spesso succede che non ti invitano alla festa di compleanno del figlio: «che vieni a fare?». Magari potrei deciderlo io se andare oppure no. Vai a lavorare a Natale e il giorno della Befana: «tanto non hai figli».

Non è piacevole che le amiche nemmeno ti dicano che fanno le feste o che si dia per scontato che debba sempre essere io a fare i turni festivi.

Quante volte mi sono ritrovata in una conversazione in cui per ore non si parlava che di figli, pannolini e tutto il resto. Chi salta, chi canta, chi legge. Tu sei esclusa. Ti senti emarginata. Lo sei. Io che posso dire? Ho letto l’ultimo libro di? Sempre la famiglia e i figli, è una specie di lavaggio del cervello. Quello che più mi fa arrabbiare è quando mi dicono «poverina».

Poverina? Mica mi hanno asportato il cervello. Mi hanno levato l’utero, ma non sono mica minorata. Diventi pure cattiva per difesa e per esasperazione. Ma ti capita, mi è capitato.

Sono così diffuse l’ignoranza e l’identificazione selvaggia tra la possibilità fisiologica di procreare e la maternità. Penso a quanti blaterano che i figli devono nascere naturalmente. Che è l’unica garanzia di amore genitoriale. Ho visto partorire migliaia di donne in questi anni. Qualcuno vuole sostenere che sarebbero tutti atti d’amore? Scherzate? Se fosse così non ci sarebbero tutti i disgraziati, i tanti figli lasciati in clinica, tutte le madri e tutti i padri che non riconoscono i figli e non vogliono vederli. Non li vogliono. Frutto d’amore? L’amore non c’entra nulla con la capacità di riprodursi.

E poi ci sono tante persone che fanno di tutto per avere un figlio, e ho visto la gioia di quando nascono figli tanto desiderati.

Che ingenuità! Non è necessariamente un atto d’amore fare un figlio, magari poi perché è uno status oppure solo perché è capitato.

Un’altra ossessione diffusa è quella sulla infelicità del figlio unico. «Fanne un altro».

«Epperò... da solo...». Ma mica è amputato di qualcosa? «Devi farne un altro». «Il figlio unico poi si sente solo». «Si tengono compagnia». E che ci vuole la badante? Tutti i giorni senti queste cose, ormai mi scivolano addosso, ormai ho una identità resistente. A venticinque anni mi faceva male. Ero più fragile. Mi lasciavo più influenzare e non riuscivo a rispondere. Stavo zitta, mi mettevo a piangere. Stavo a casa mia. A quaranta mi so difendere.

Il mio dolore è inconsolabile, non passa mai. Non mi lascia mai. Per qualche secondo lo dimentico, ma poi sta lì. Onnipresente.

In Il Legislatore cieco (2012, Editori Riuniti; una intervista del 2009 a Novella Esposito è qui).

mercoledì 18 marzo 2015

Dolce e Gabbana e la finta famiglia naturale

Non c’è bisogno di scomodare l’omofobia o la libertà per commentare la polemica scoppiata dopo l’intervista rilasciata da Dolce e Gabbana al settimanale Panorama. Siamo su un piano molto, molto più elementare. Più o meno intorno alla conoscenza della lingua italiana.

I passaggi più notevoli dell’intervista, intitolata “Viva la famiglia (tradizionale)”, sono due.

Il primo si trova nella risposta alla domanda “Che cos’è la famiglia
 per Dolce&Gabbana?”: “Dolce: ‘Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni’”.

Il riferimento iniziale all’invenzione aveva fatto ben sperare, ma ecco subito dopo il congelamento nella sacralità, nel Modello Unico. E poi, in linea con le farneticazioni dell’“ideologia del gender”, Dolce confonde la necessità biologica di un gamete maschile e uno femminile con i ruoli genitoriali, che non c’entrano con il sesso e non c’entrano nemmeno con l’identità di genere: la genitorialità non coincide con la genetica e i ruoli genitoriali (come quello di uomo e donna) cambiano nel tempo e nello spazio.

I figli della chimica che cosa sarebbero? Dolce non ha la minima idea di cosa siano le tecniche riproduttive e sembra vedere fantasmi dove non c’è che una possibilità per rimediare all’incapacità di riprodursi (la chimica non è intrinsecamente il male, poi. Dobbiamo davvero ricordarlo?). E i bambini sintetici cosa sarebbero? Una specie di bambolotto che piange per farti esercitare al mestiere di genitore?

Andiamo avanti. Dopo aver liquidato la maternità surrogata e affidando un potere dimostrativo inesistente all’espressione del suo disprezzo (“uteri in affitto, semi scelti da un catalogo”), si passa di nuovo a scambiare la madre genetica con chi crescerà il figlio, dimenticando anche che l’adozione si basa sulla stessa idea. Si può crescere bene qualcuno con cui non condividiamo il patrimonio genetico; si può crescere male o malissimo il nostro figlio genetico. Anche i genitori single devono avere qualcosa che non va secondo la sua visione. Quali psichiatri ha conosciuto Dolce? E di quali sperimentazioni parla? Sembra un tema di quarta elementare di un bambino terrorizzato da ombre lontane che nessun altro vede.

Internazionale, 16 marzo 2015.

venerdì 13 marzo 2015

Da dove viene il nuovo attacco alla legge sull’aborto


Quattrocentoquarantuno voti favorevoli, 205 contrari e 52 astenuti: così è finito il voto al parlamento europeo sulla Relazione sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea, cioè la cosiddetta risoluzione Tarabella dal nome del suo relatore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella.

Nei giorni passati la risoluzione aveva sollevato in Italia proteste e petizioni. Perché? Per aver nominato l’aborto ai punti 44 e 45, dove il documento
osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanità, 2014); insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva.
È incredibile come tutto il resto fosse scomparso davanti a due occorrenze della parola “aborto”: le questioni di genere, la parità, la differenza di retribuzione, la povertà e l’esclusione sociale, l’uguaglianza in senso pieno, le mutilazioni genitali, l’accesso alle cure, gli stereotipi di genere. Ed è incredibile come quello che c’è scritto sull’aborto sia stato deformato e presentato come una specie di incitazione all’interruzione di gravidanza, mentre è, da un lato, la constatazione quasi scontata della inefficacia e della pericolosità delle restrizioni, e dall’altro un invito a garantire a tutte l’accesso alle scelte riproduttive (aborto compreso). Non dimentichiamo nemmeno che in genere la garanzia dei servizi e dei diritti è direttamente proporzionale ai mezzi che si hanno, perciò le persone più escluse tendono a essere quelle più fragili e meno informate.

La lettura della relazione Tarabella fatta dai suoi detrattori lascia emergere per l’ennesima volta l’incapacità di analizzare un testo o la volontà di alterarne il senso: come spesso accade, si discute e ci si indigna senza nemmeno capire bene le premesse della discussione e della propria indignazione.

In molti si sono ostinati addirittura a sostenere che sarebbe contraria alla legge. Ma in che modo, visto che la legge italiana – pur con alcune contraddizioni – garantisce il servizio di interruzione volontaria di gravidanza?

Internazionale, 12 marzo 2015.

domenica 8 marzo 2015

Il mio mestiere è partorire tuo figlio


Per maternità surrogata (surrogacy) s’intende la pratica di portare avanti una gravidanza per qualcun altro. Non sarà quindi la gestante a crescere il bambino, che potrebbe essere figlio biologico di entrambi i genitori che lo alleveranno, di uno solo o di nessuno (in questi ultimi due casi si fa ricorso a un donatore e/o a una donatrice di gameti).

Ne esistono due modelli: quello commerciale, che prevede un compenso per la donna che porta avanti la gravidanza ed è legale in alcuni Stati degli Usa e in Canada, e quello altruistico, che in genere prevede un rimborso spese ed è permesso in Paesi come la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda. In Italia non era vietato fino a qualche anno fa e nel 1993 fece molto discutere il caso di Novella Esposito, la cui madre si era offerta di portare avanti la gravidanza al posto della figlia che aveva subito l’asportazione dell’utero. Nessuno dei tentativi ebbe successo.

La discussione morale, come prevedibile, è molto accesa: si può scegliere di usare il proprio corpo per una cosa del genere? È una pratica intrinsecamente immorale? E, in caso di controversia, che strumenti abbiamo per cercare di risolverla? Che cosa succede se la gestante o gli aspiranti genitori cambiano idea?

Il caso forse più spinoso di tutti riguarda la decisione di interrompere la gravidanza in caso di grave anomalia fetale. Una scelta difficilissima già quando la donna incinta è e sarà anche la madre del nascituro, e che in caso di surrogacy si complica ulteriormente: chi sarà a decidere, la donna che porta avanti la gravidanza oppure quelli che saranno i genitori del nascituro? Si può acconsentire in anticipo all’aborto e si possono esaurire tutti i possibili scenari controversi? Chi può essere coinvolto nella decisione?

Ruth Walker e Liezl van Zyl (lectures dell’Università di Waikato, Nuova Zelanda) hanno cercato di rispondere in un articolo su «Bioethics», Surrogate Motherhood and Abortion for Fetal Abnormality. Sia il modello commerciale sia quello altruistico — scrivono — non sembrano riuscire a offrire risposte soddisfacenti a queste domande. Walker e van Zyl propongono allora una terza via: considerare la surrogacy come una professione, come fare l’infermiere o l’insegnante.

Prima di procedere però dobbiamo anticipare due possibili obiezioni: la prima riguarda l’analogia che non significa identità, perciò non si sta dicendo che portare avanti la gravidanza per qualcun altro sia come insegnare inglese ma si vogliono suggerire delle somiglianze; la seconda riguarda le condizioni per discutere davvero di maternità surrogata e non di schiavitù o sfruttamento. Ovvero della possibilità che una donna scelga liberamente di offrirsi come surrogata per un’estranea, per un’amica o una sorella.

La Lettura, Il Corriere della Sera, 1 marzo 2015.

venerdì 6 marzo 2015

Usiamo la ragione contro il buio di Stamina


In questi ultimi anni Stamina ha animato feroci discussioni e ha forzato – facendola arretrare – la linea difensiva che le istituzioni e la politica dovrebbero tenere salda contro i ciarlatani.

Ora il clima è raffreddato, anche se non del tutto sedato. Il presunto trattamento Stamina – tenuto intenzionalmente nel mistero, privo di dati sperimentali e dei requisiti per accedere a una sperimentazione, assente dalle riviste scientifiche – era stato presentato da Davide Vannoni (laureato in lettere) come rimedio per molte malattie neurovegetative incurabili.

C’erano tutti gli elementi per un perfetto complotto: un eroe, incompreso e avversato, che vuole salvare l’umanità ma è ostacolato dagli interessi delle case farmaceutiche. Forse anche il crollo è un frammento dell’epica del prode isolato e in lotta contro tutti: Vannoni, imputato per accuse gravissime tra cui associazione a delinquere finalizzata alla truffa, ha chiesto il patteggiamento. Un misero e deludente terzo atto.

Stamina è un ottimo pretesto per analizzare come si dovrebbero avvicinare le questioni, sia in una discussione sia (e soprattutto) quando bisogna decidere di una legge o di dove investire risorse limitate come quelle sanitarie.

Tutto quello che è successo con Stamina dimostra per l’ennesima volta perché sia necessario usare strumenti razionali e non lasciarsi trascinare dalla corrente delle emozioni: la paura, il terrore, il disgusto o la ripugnanza sono infatti bussole insoddisfacenti e inaffidabili. Insieme ai “secondo me è così” e ai “io non lo farei mai!”.

Internazionale, 6 marzo 2015.

giovedì 11 dicembre 2014

L’eutanasia secondo la Treccani


Non è la prima volta che rimango perplessa ma la voce «eutanasia» supera di molto la perplessità. Vediamo i passaggi più bizzarri.
L’uccisione medicalizzata di una persona senza il suo consenso, infatti, non va definita eutanasia, ma omicidio tout court, come nel caso di soggetti che non esprimono la propria volontà, la esprimono in senso contrario o non sono in grado di manifestarla: neonati, feti, embrioni, dementi, malati gravi privi di coscienza.
Quindi anche l’aborto è omicidio tout court (feti, embrioni)? Benissimo.
Non rientrano inoltre nel concetto di eutanasia l’astensione o la sospensione di trattamenti futili e di forme di accanimento terapeutico, nonché la sedazione terminale (uso di farmaci sedativi per dare sollievo a sofferenze insopportabili negli ultimi momenti di vita). Non va confusa poi con l’eutanasia la rinuncia all’accanimento terapeutico, ossia a quegli interventi sproporzionati, gravosi e inutili rispetto alla possibilità di arrestare il processo della morte del paziente, nel tentativo di prolungare la vita a ogni costo. Esiste un consenso pressoché unanime circa l’illiceità etica, deontologica e giuridica di questa pratica, che proprio in quanto consistente in un’insistenza sproporzionata e futile rispetto al raggiungimento di ogni obiettivo, non si può definire una pratica terapeutica. La rinuncia all’accanimento, tuttavia, non legittima la sospensione delle cure ordinarie necessarie a un accompagnamento dignitoso del morente. Tra queste si discute se vadano incluse l’idratazione e l’alimentazione artificiale, quando non risultino gravose per il malato o l’organismo non sia più in grado di recepirle.
Qui entriamo in un terreno minato. Bendati e senza manco una mappa approssimativa. L’espressione «accanimento terapeutico» dovremmo abbandonarla per sempre perché è ambigua e inutile. I due aspetti da considerare sono: quello clinico (futile o no) e quello della volontà (è bene ricordare che possiamo rifiutare qualsiasi trattamento, non solo quelli futili, ma pure quelli utilissimi, efficaci e con pochi effetti collaterali). Quindi nemmeno la rinuncia a interventi proporzionati è «eutanasia». Il consenso unanime non è molto interessante. La legge protegge questa libertà – per fortuna. La «sospensione delle cure necessarie» è dunque possibile. Mai sentito parlare di autodeterminazione? Quanto alla «idratazione e alimentazione artificiale» (la parola corretta è nutrizione) non c’è alcuna discussione al riguardo – come non c’è per alcun trattamento medico. Non c’è discussione sulla possibilità di «rinunciarvi». Il passaggio dal paternalismo all’autodeterminazione sanitaria sta proprio qui: che io posso decidere se e come curarmi.
Diversa è l’eutanasia come abbandono terapeutico, ossia la sospensione di qualsiasi trattamento nell’intento di anticipare la morte: in questi casi, infatti, non è la condizione patologica a far morire, ma l’omissione di sostentamenti ordinari. Va, pertanto, considerata una forma di eutanasia passiva.
In questo passaggio c’è la medesima nebbia dell’inizio: identificare la cosiddetta eutanasia passiva con la sospensione generica è troppo vago. Inoltre anche la differenza passiva/attiva dovrebbe avere il ruolo che merita: ovvero quello di una distinzione psicologica più che morale (vedi James Rachels). Giuridicamente esiste una distinzione tra azione e omissione, ma nel caso della sospensione dei trattamenti torniamo sempre alla libertà di decidere. Posso decidere se cominciare una chemioterapia o no pur sapendo che se declino morirò entro qualche mese. Questa anche è forse eutanasia passiva? Le definizioni ci servono a fare ordine: quando i confini semantici diventano tanto nebbiosi e approssimativi non servono a niente. Se non a confondere le idee. O a provare che chi ha redatto questa voce ne ha più nebbiose di voi.
Un aspetto delicato riguarda il rifiuto delle terapie (o dissenso informato) da parte di un soggetto capace di intendere e di volere. In proposito, la dottrina dominante ritiene che la rilevanza giuridica riconoscibile all’autodeterminazione del paziente incontri un preciso limite nel principio del rispetto della persona umana. La libertà di determinazione del soggetto in relazione alla propria salute (artt. 3-13-32 Cost.), infatti, appare meritevole di riconoscimento fintanto che non sia volta alla soppressione di sé o alla eliminazione di componenti essenziali della personalità. Ciò si traduce nell’impossibilità per il soggetto di disporre della propria esistenza con forme di suicidio assistito e di eutanasia volontaria.
Nessuna delicatezza, ma un diritto che è molto facile capire. Se sono in grado di intendere e di volere decido io e nessun altro. Qualsiasi sia la terapia di cui stiamo parlando. Il rispetto – come la dignità – sono concetti troppo vaghi per costituire una indicazione normativa. Ognuno considera rispettosa e dignitosa una certa scelta (ognuno dovrebbe poter decidere in base alle proprie preferenze). E la difesa del rispetto non può essere invocato per giustificare alcun trattamento sanitario (gli esempi classici al riguardo sono le trasfusioni per i testimoni di Geova: per noi «ordinari» mezzi di sopravvivenza, per i TdG inammissibili – se il testimone di Geova è adulto e le sue capacità cognitive non sono compromesse al punto da mettere in dubbio la possibilità di compiere scelte e di comprenderne le conseguenze, nessuno dovrebbe permettersi di andare a dirgli come vivere e cosa accettare o rifiutare).
Le cure palliative, in tal senso, danno sollievo; sostengono la vita e guardano al morire come a un processo naturale; non intendono né affrettare né posporre la morte; integrano aspetti psicologici e spirituali nell’assistenza al paziente; utilizzano un approccio di équipe per rispondere ai bisogni del paziente e della famiglia, e possono influenzare positivamente il decorso della malattia (OMS, 2002). Dal punto di vista giuridico, nell’ordinamento italiano l’eutanasia attiva è assimilabile all’omicidio, l’eutanasia passiva è identificabile nell’astensione a praticare terapie nel rispetto delle norme di legge. Il codice penale non prevede un’apposita disciplina per l’omicidio per eutanasia, trovando, invece, applicazione, di volta in volta, le disposizioni inerenti l’omicidio volontario (art. 575) o l’omicidio del consenziente (art. 579). L’applicazione di quest’ultima norma non è sempre possibile, perché spesso il consenso prestato è invalido a causa delle menomazioni psichiche che possono accompagnare la patologia in corso. In tali casi si fa riferimento alla disciplina prevista per l’omicidio comune che, a seconda delle fattispecie concrete, può essere attenuata (motivi di particolare valore morale o sociale) o aggravata (premeditazione o rapporti di parentela). È considerato reato anche l’istigazione o l’aiuto al suicidio ex art. 580 c.p. L’eutanasia passiva è ammessa solo in ambito ospedaliero nel caso di morte celebrale, previo consenso dei parenti; sono inoltre necessari il permesso scritto del primario, del medico curante e del medico legale. In caso di disaccordo si adisce il giudice competente.
La fine è notevolissima: l’eutanasia passiva sarebbe ammessa solo in ospedale e in caso di morte cerebrale. Ovvero, quando siamo già morti. E con il consenso dei parenti?! No, davvero. La confusione tra i criteri per accertare e certificare la morte cerebrale, le definizioni, i parenti, i primari e il Bignami di diritto degli anni ’50 è così profonda che sembra difficile bonificarla (e la sciatteria rispetto alle cure palliative sembra perdonabile). La morte cerebrale è da tempo il criterio (giuridico e filosofico) di morte. Qualcuno dichiarato morto cerebralmente è morto – per usare un’espressione dell’estensore di questa voce bizzarra – tout court. A meno che non siate sostenitori della «Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi e la Morte a Cuore Battente» (sic).

Next, 11 dicembre 2014.