venerdì 4 aprile 2014

Stamina, le domande (senza risposta) di Elena Cattaneo

“Il più ciclopico deragliamento che la storia della medicina abbia vissuto”, così Elena Cattaneo, senatrice e correlatrice dell’indagine, ha definito la vicenda Stamina. La giornata di ieri è stata caratterizzata, oltre che dall’audizione dell’indagine conoscitiva, da alcune missive. La prima è del giorno precedente: Ermanna Derelli, direttore sanitario degli Spedali Civili di Brescia, ha mandato una lettera in cui comunicava che non si sarebbe presentata all’audizione in Commissione igiene e sanità prevista per il giorno successivo, 2 aprile 2014.

Le altre due sono dei componenti del Comitato etico degli Spedali, Francesco De Ferrari e Carmen Terraroli, già auditi lo scorso 18 febbraio. Il presidente del Comitato etico e la responsabile tecnico-scientifica hanno inviato entrambi una comunicazione alla Commissione igiene e sanità dicendo che non avrebbero risposto alle domande di Elena Cattaneo – 35 domande preannunciate durante l’audizione e inviate per iscritto, come da richiesta dallo stesso presidente affinché potesse anche lui rispondere con calma e per iscritto.

Entrambi affermano di avere già risposto, ma questo non è vero né in senso letterale né in senso più generale, riferendoci cioè alle loro audizioni. De Ferrari afferma addirittura che le domande sarebbero “di tipo “inquisitorio””, anche se quelle stesse domande erano state autorizzate dalla Commissione e hanno il mero intento di chiarire alcuni dei passaggi più controversi della vicenda Stamina e del ruolo del Comitato degli Spedali. Le domande rispettano lo spirito dell’indagine, ovvero cercare di capire come sono andate le cose e come s’è comportato il Comitato etico.

Wired, 3 aprile 2014.

domenica 30 marzo 2014

L’ultima (ordinanza sensata) sul caso Stamina


L’ultima ordinanza sul caso Stamina è sorprendente (tribunale ordinario di Torino, sezione Lavoro, decreto di rigetto n. cronol. 5647/2014del 10/03/2014, RG n. 588/2014).
E non solo per le conclusioni. Prima di arrivare lì, infatti, il giudice Vincenzo Ciocchetti chiarisce le premesse in modo impeccabile e insolito. La ricostruzione non si limita al contesto normativo, ma comprende quello più ampio e generico caratterizzato da credenze erronee e dalla seduzione esercitata dai rimedi magici – è proprio in questo dominio che si radicano più fortemente le ragioni dell’incomprensione della vicenda Stamina e di tante altre simili. L’ordinanza si sofferma sull’equivoco delle cure palliative, sui ciarlatani della salute e sulle cure miracolose (paragrafi 4 e 5). 
Il primo paragrafo è dedicato alla descrizione delle parti in causa. Il ricorrente è un bambino affetto dalla malattia di Canavan, una gravissima patologia neurologica ereditaria. La prognosi è infausta e non esiste alcuna terapia specifica.
Il padre chiede al tribunale di ordinare agli Spedali Civili di Brescia la somministrazione di cellule trattate con il cosiddetto metodo Stamina. Fonda la richiesta sull’articolo 1, comma 4, del decreto del ministro della salute del 5 dicembre 2006.
Gli Spedali non si costituiscono in giudizio ma mandano una nota in cui ricordano che la somministrazione dovrebbe seguire la verifica di criteri medici e scientifici, che al momento il “trattamento” non è sperimentato, che è privo di basi scientifiche e addirittura ignoto – se non al suo promotore (elemento che solleva ovviamente anche un conflitto di interesse).
L’ordinanza passa a ricostruire il quadro generale della normativa applicabile, composto da disposizioni comunitarie e nazionali. Si parte dalla direttiva 2001/83/CE sulla produzione, sulla distribuzione e sull’uso dei medicinali a tutela della salute pubblica. Nel 2006 l’Italia ha dato attuazione a questa direttiva. Ci sono altre direttive e alcuni regolamenti (indicati da pagina 3 a pagina 6), e c’è il decreto già nominato, quello del 5 dicembre 2006. Questo decreto, “Utilizzazione di medicinali per terapia genica e per terapia cellulare somatica al di fuori di sperimentazioni cliniche e norme transitorie per la produzione di detti medicinali”, avrà un ruolo importante nella vicenda Stamina (il testo del decreto del 2006 sarà modificato dal decreto ministeriale del 18 dicembre 2007 e del 24 dicembre 2008). Soprattutto l’articolo 1, comma 4, che è il caso di riportare per intero.
“Fermo restando il disposto di cui al comma 3, è consentito l’impiego dei medicinali di cui al comma 1 su singoli pazienti in mancanza di valida alternativa terapeutica, nei casi di urgenza ed emergenza che pongono il paziente in pericolo di vita o di grave danno alla salute nonché nei casi di grave patologia a rapida progressione, sotto la responsabilità del medico prescrittore e, per quanto concerne la qualità del medicinale, sotto la responsabilità del direttore del laboratorio di produzione ditali medicinali purché:

a) siano disponibili dati scientifici, che ne giustifichino l’uso, pubblicati su accreditate riviste internazionali;
b) sia stato acquisito il consenso informato del paziente;
c) sia stato acquisito il parere favorevole del Comitato etico di cui all’art. 6 [Comitato etico] del decreto legislativo 24 giugno 2003, n. 211 [Attuazione della direttiva 2001/20/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 aprile 2001, relativa all’applicazione della buona pratica clinica nell’esecuzione delle sperimentazioni cliniche di medicinali per uso clinico, il cui art. 6 concerne il Comitato etico] con specifica pronuncia sul rapporto favorevole fra i benefici ipotizzabili ed i rischi prevedibili del trattamento proposto, nelle particolari condizioni del paziente;
d) siano utilizzati, non a fini di lucro, prodotti preparati in laboratori in possesso dei requisiti di cui all’art. 2, anche nei casi di preparazioni standard e comunque nel rispetto dei requisiti di qualità farmaceutica approvavati dalle Autorità competenti, qualora il medicinale sia stato precedentemente utilizzato per sperimentazioni cliniche in Italia; se il medicinale non è stato sperimentato in Italia, dovrà essere assicurato il rispetto dei requisiti di qualità farmaceutica approvati dall’Istituto superiore di sanità, secondo modalità da stabilirsi con procedimento del Presidente del medesimo Istituto; e) il trattamento sia eseguito in Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico o in struttura pubblica o ad essa equiparata” (sugli effetti di una corretta interpretazione di tali premesse si vedano le pagine 8 e 9 dell’ordinanza).

Wired.it.

giovedì 27 marzo 2014

Vaccini. Isterismo ad libitum

È di domenica la notizia che la procura di Trani avrebbe aperto un’indagine conoscitiva per accertare la “possibile connessione” tra vaccino – quello contro morbillo, rosolia, parotite – e autismo (“Possibile connessione vaccino-autismo, la Procura di Trani apre un’inchiesta”, Adkronos, 23 marzo 2014).
“Gli accertamenti sono partiti dopo la denuncia dei genitori di due bambini ai quali è stata diagnosticata dai medici una sindrome autistica che, secondo le denunce, potrebbe essere stata causata proprio dai vaccini”. Fin d’ora ci sarebbe qualche motivo di preoccupazione, ma il peggio deve ancora venire.
“Lo scopo dell’inchiesta è capire se esiste una correlazione tra l’insorgere della sindrome e la vaccinazione. I bimbi interessati hanno circa tre anni. In Italia ci sono state diverse sentenze di condanna da parte di tribunali che hanno riconosciuto il nesso di causalità”. Che lo scopo di una inchiesta giudiziaria possa essere capire qualcosa che non le spetta e che, soprattutto, è stato già capito è inquietante. Che vi siano state alcune sentenze di condanna perché sarebbe stato riconosciuto il nesso di causalità è ancora più angoscioso.
La correlazione tra vaccini e autismo è un riflesso condizionato. Una bava sul lato del labbro quando qualcuno dice “vaccino”. Un residuo indelebile di un articolo di Andrew Wakefield pubblicato nel 1998 da Lancet, tenuto in vita grazie alla buona disposizione umana alla fobia e alla credulità. La paura permane, nonostante quell’articolo sia stato smentito, nonostante non vi sia alcuna evidenza del rischio, nonostante tutte le presunte dimostrazioni siano miseramente crollate.
Eppure è ancora possibile che siano messe su inchieste o indagini per accertare qualcosa di accertato. È frequente ascoltare genitori che si domandano se vaccinare i propri figli e non molto meno frequente intercettare proposte di riduzione delle vaccinazioni in nome di chissà quale effetto collaterale.
Potremmo usare un’analogia se siamo troppo profondamente condizionati dal nesso vaccino-autismo. Mettiamo che qualcuno scriva un articolo sul rischio che gli omogeneizzati all’albicocca causino il diabete. Giustamente i genitori smettono di far mangiare ai propri figli gli omogeneizzati a quel gusto, lo dicono agli altri genitori e giurano che mai più faranno correre un simile pericolo a nessun bambino al mondo.
Poi però quell’articolo viene smentito, e addirittura si scopre che l’autore si trova in una situazione di conflitto di interesse (ha un’azienda dove si producono omogeneizzati al gusto di albicocca ma che albicocca non sono, perciò sicuri). La smentita non è occasionale, ma sistematica e incontrovertibile – e questo è ovviamente il punto principale, ben più importante dei possibili interessi economici implicati.
La correlazione però continua a spaventare i genitori e, ancor peggio, lo studio sulla pericolosità continua a essere citato dai tribunali, da alcuni pediatri e da genitori angosciati e sicuri che quanto accaduto al figlio è colpa di quell’intruglio maledetto. Ci dev’essere un colpevole in questa storia! Sulla pericolosità dei vaccini l’isterismo non si placherà mai. O forse solo quando gli effetti saranno talmente spaventosi da indurre anche i fautori del peggior naturalismo a riconsiderare le sciocchezze spacciate per verità (tenute nascoste dagli interessi delle multinazionali).
In questa vicenda spaventa anche la confusione dei piani: il tribunale chiamato a rispondere a domande alle quali non può rispondere. In modo analogo al recente caso Stamina, la risposta dipenderà dall’interpretazione del giudice, in una visione della scienza pericolosamente simile a un dibattito sul colore delle tende da mettere nei terrazzini di un condominio. Rosso vale come blu, giusto? Sarà la maggioranza a decidere, e nel dibattito dovremo rispettare le regole della par condicio: prima parla quello a favore del rosso, poi quello a favore del blu, poi votiamo.
Fa davvero paura.

Il Mucchio.

lunedì 24 marzo 2014

Fine vita e testamento biologico, la situazione oggi in Italia


2006: “Raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più”.

2014: “Ritengo che il Parlamento non dovrebbe ignorare il problema delle scelte di fine vita ed eludere ‘un sereno e approfondito confronto di idee’ su questa materia. 
Richiamerò su tale esigenza, anche attraverso la diffusione di questa mia lettera, l’attenzione del Parlamento.

A scrivere è sempre Giorgio Napolitano. Nel 2006 rispondendo alla lettera di Piergiorgio Welby, ieri alla richiesta dell’Associazione Luca Coscioni. In questi 8 anni il confronto non è stato sereno, né approfondito (sensibile è uno strano aggettivo per un confronto, ma prendendolo alla larga possiamo dire che no, non è stato nemmeno sensibile, soprattutto alla razionalità del confronto stesso).

Prima di “confrontarci” dobbiamo ricordare qual è il panorama normativo delineato dalla Costituzione e dalle leggi già esistenti. I cardini sono costituiti dalla nostra autonomia e dalla possibilità di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario. Il paternalismo medico (“ti obbligo per il tuo bene”) è stato sostituito – seppure non ancora del tutto e non ancora perfettamente – dall’autodeterminazione (“ti dico qual è il tuo quadro clinico e i possibili scenari, tu decidi cosa fare”). E non potrebbe essere altrimenti: chi altri dovrebbe decidere della mia esistenza?

Il nostro consenso è necessario e nessun medico può decidere al posto nostro. Ci sono alcune eccezioni, giustificabili nel caso di assenza o significativa riduzione della capacità di intendere e di volere oppure di pericolosità verso gli altri. Sono i casi previsti dal trattamento sanitario obbligatorio (TSO): non essere in grado di decidere o essere affetti da una malattia infettiva. Anche i casi di urgenza costituiscono un’eccezione: se arrivo incosciente al pronto soccorso, i medici mi soccorrono.

Eliminate le situazioni eccezionali, se sono cosciente e non costituisco un pericolo per gli altri, posso decidere se e come curarmi senza che vi sia la possibilità di impedirmelo.

Per illustrare il punto spesso si fa l’esempio del Testimone di Geova che ha più di 18 anni e che rifiuta le trasfusioni: molti di noi possono considerare questo rifiuto come dissennato ma il nostro parere – per fortuna – non è sufficiente per imporre a un adulto qualcosa che secondo noi è giusto (che poi non esiste, sarà al più giusto per noi). È una pessima abitudine trasformare il legittimo “io farei così” in “tutti devono fare così”.

Ci sono molti altri esempi: come quello della donna che non ha voluto farsi amputare pur sapendo che sarebbe morta. Lo stesso Welby non ha chiesto altro che interrompere un macchinario che lo teneva in vita. Un macchinario al cui uso liberamente aveva acconsentito e al quale, altrettanto liberamente, avrebbe dovuto poter rinunciare. Così come possiamo decidere di cominciare una chemioterapia e decidere di smettere – anche se non facendola moriremo con un’altissima probabilità.

sabato 8 marzo 2014

Aborto: l’obiezione di coscienza e il diritto negato


L’obiezione di coscienza ha avuto negli anni un profondo slittamento semantico: da scelta individuale e libertaria di chi rifiutava la leva militare, è diventata un’imposizione della propria visione morale prossima all’omissione di servizio pubblico, come nel caso dei medici obiettori che si rifiutano di praticare le interruzioni di gravidanza. I numeri ufficiali riportano un aumento costante del fenomeno, ma quelli reali sono ancora più allarmanti.

Chi sono gli obiettori di coscienza? 

Oggi la risposta più frequente sarebbe: i ginecologi che non vogliono eseguire interruzioni di gravidanza (Ivg) per ragioni «di coscienza». Alcuni anni fa sarebbe stata diversa: l’incarnazione più genuina dell’obiettore di coscienza era il ragazzo che riceveva la cartolina precetto e rifiutava di fare il servizio di leva obbligatorio, finendo in carcere. A lungo questa scelta è stata oggetto di riprovazione morale, condannata dai tribunali e dalle gerarchie cattoliche in nome di una «difesa della patria» che non poteva che passare per le armi. Ci sono stati molti casi di persone processate e mandate in carcere per aver strappato la cartolina, e persone accusate di apologie di reato per aver difeso pubblicamente quella scelta (tra i casi più noti quelli di Pietro Pinna, Aldo Capitini, padre Ernesto Balducci, Giuseppe Gozzini, don Lorenzo Milani).
Che cosa è successo all’obiezione di coscienza?
Nel corso di alcuni anni c’è stato un profondo slittamento semantico che ha trasformato una scelta individuale e libertaria in un’imposizione della propria visione morale, a volte moralista e ipocrita, prossima all’omissione di servizio, e che ha spinto una pratica sanitaria in un terreno di scontro di coscienze.
Come possiamo chiamare nello stesso modo il ginecologo che non vuole eseguire aborti e chi rifiutava l’obbligo di leva armata?
Le differenze sono enormi e impediscono paragoni affrettati: la cartolina ti arrivava senza che tu avessi compiuto alcuna scelta, il prezzo da pagare era altissimo (condanna sociale, processi, galera). La tua scelta non ricadeva sulle spalle di nessun altro, non entrava in conflitto con i diritti di un altro individuo ma con un obbligo generale e astratto.
Il ginecologo obiettore ha deciso liberamente di fare il ginecologo e di esercitare la sua professione nel pubblico. Essere obiettore non è una scelta che comporta una qualche conseguenza, ma è anzi una scelta comoda. Si lavora anche di meno. La 194 non prevede nemmeno alcun servizio alternativo, com’era stato per l’obbligo di leva quando negli anni Settanta era stata riconosciuta la possibilità del servizio alternativo alla leva armata. La garanzia del servizio di Ivg sarebbe un obbliuno dei doveri professionali di chi ha scelto di lavorare nell’ambito della riproduzione umana – conseguente a una libera scelta professionale, e nulla ha a che fare con l’obbligo di leva.
Per alcuni, è anche una scelta ipocrita: molti obiettori continuano a suggerire e a eseguire diagnosi prenatali, tirandosi però poi indietro se la decisione della donna è di interrompere la gravidanza. Spesso senza nemmeno indicare loro un medico non obiettore – 7 come la legge impone e come la coscienza medica e personale dovrebbe suggerire – ma dicendo: «Sono obiettore, non posso intervenire». È bene sapere che le donne che chiedono o accettano di eseguire indagini prenatali sono in genere donne che vogliono poter scegliere. Quelle che invece sono convinte che non interromperebbero mai una gravidanza, anche in presenza di patologie fetali importanti, non vogliono sapere. Non vogliono eseguire diagnosi prenatali, non solo perché presentano un rischio di aborto, ma soprattutto perché quell’informazione non ha senso, e non la vogliono. «Sapremo al parto», dicono.
Se è indubitabile che l’obiezione di coscienza sia un diritto, è altrettanto indubitabile che la suddetta affermazione abbia un significato ambiguo, strettamente vincolato al contesto. Cosa intendiamo per obiezione di coscienza? Quella contra legem del militare, o quella intra legem del ginecologo? Quella che rivendicava una scelta individuale, o quella addomesticata e risucchiata dalla legge? E perché è stata usata la stessa espressione, perché non chiamare opzione o facoltà l’esonero concesso dalla 194, visto che non si oppone ad alcun obbligo, ma è anzi regolata dalla norma stessa?
Inoltre dobbiamo ricordare che nessun diritto è assoluto, ma dipende dagli altri diritti con cui può entrare in conflitto – in questo caso la garanzia del servizio di Ivg – e con i doveri professionali. La 194, pur prevedendo la possibilità di ricorrere all’obiezione, traccia confini abbastanza chiari e stabilisce la gerarchia da seguire: prima la richiesta della donna, poi la coscienza dell’operatore sanitario. Tuttavia, questi confini sono violati sempre più spesso e con un’inspiegabile strapotenza.
C’è infine un’altra conseguenza: isolare l’Ivg, allontanarla dal dominio della salute riproduttiva. Renderla un’eccezione, una questione più morale che medica, una questione di coscienza – come se solo i ginecologi ne avessero una.

[...]

Che fare?

Per arginare gli effetti attuali si potrebbe cominciare applicando l’articolo 9. La questione della legittimità dell’obiezione di coscienza oggi, a tanti anni di distanza dalla legge, impone invece una risposta diversa. Perché mantenere il privilegio di non eseguire un’interruzione di gravidanza per chi ha scelto liberamente di esercitare una certa professione? Come risolvere quella contraddi- zione interna della 194 che stabilisce un servizio e, allo stesso tempo, la possibilità di sottrarvisi? La soluzione meno contraddittoria sembra essere la fine della possibilità di ottenere l’esonero da alcune pratiche, cioè la fine della possibilità di invocare l’obiezione di coscienza per l’interruzione volontaria di gravidanza. Non solo hai scelto una professione medica, ma hai scelto di lavorare in una struttura pubblica: anche la garanzia dell’Ivg rientra nei tuoi compiti professionali (non è certo solo la professione medica a scontrarsi con questioni «di coscienza»: si pensi agli avvocati, ai giudici o a molti altri mestieri. Se non vuoi correre il rischio di difendere uno stupratore, eviti di fare l’avvocato d’ufficio). Non significa che sarebbe una strada facilmente percorribile, soprattutto se la discussione rimane impantanata in un conflitto di coscienze e non si sposta su quella dei doveri professionali e dei mezzi necessari per garantire alcuni servizi pubblici. Sarebbe però l’unico modo per evitare che la legittima richiesta della donna rischi di rimanere schiacciata dalla visione personale e paternalistica del medico.

Micromega, 9/2013 (pdf).

venerdì 14 febbraio 2014

“Tutto ciò che esiste merita di essere deriso”



Aiutata dall’internet – fossi dovuta andare in libreria, causa pigrizia, starei ancora procrastinando – ho comprato l’ebook di Una sterminata domenica. E l’acquisto ha fatto di me una donna felice.

Il libro comincia con un saggio sul meeting di Comunione e Liberazione che si svolge alla fine di agosto a Rimini e che mi ha fatto subito pensare “è il mio preferito!”. E come sarebbe potuto essere diversamente, visto che ci ritroviamo tutti “alla festa di un loro amico che, per inciso, è anche il creatore del cielo e della terra. Come non essere euforici?”, mi domanda Claudio Giunta. Anche se l’euforia non può che mutare in magone, se si è atei e non ci si ritrova nella lista degli amici, il racconto è troppo bello per lasciare spazio a pensieri negativi.
Poi seguono i capitoli sul vulcano islandese Eyjafjöll e il complottismo, sulla fiera internazionale del libro (FIL) che si svolge in una città del Messico irraggiungibile, Guadalajare, e che nel 2008 ha avuto come ospite d’onore l’Italia, su Panarea e la lotta di classe, Radio Deejay, Matteo Renzi, Elio e le Storie Tese, Fantozzi, sulle biblioteche, su Luciano Moggi (“Il paternalismo è una brutta cosa, ma l’idea che stiamo tutti dalla stessa parte, che tutti sono sintonizzati sul nostro mood postmoderno è anche peggio”), sugli anni Settanta e Ottanta.
Ogni volta ho pensato del capitolo che stavo leggendo: “è il mio preferito!” (alcuni estratti si trovano su claudiogiunta.it), di ognuno bisognerebbe copiare e incollare lunghe parti indimenticabili e ci sono dettagli di cui ci s’innamora immediatamente, come il soffermarsi sulla parola “evento” o “smerigliare”.
Su Matteo Renzi, per esempio, potrei dire che Giunta ha scritto “il saggio definitivo”, anche se non ne ho letti altri. Ma non ce n’è bisogno. L’autore dice tutto quello che c’è da dire, con quel garbo che è proprio di chi sa precisamente dove e come colpire e non ha bisogno di alzare la voce, tantomeno di urlare. Giunta ti affonda e tu, all’inizio, puoi anche non rendertene conto - poi sì, se non lo capisci sei scemo, e non è da escludere che accada. In Matteo Renzi non trema, l’autore commenta così il libro che il sindaco di Firenze e neosegretario del PD (“interessante paradosso” di un uomo che si accomoda sotto le insegne della sinistra ma che per come e per quello che scrive non sembra avere dimestichezza con i libri): “Stil novo è pieno di idee e frasi disarmanti non perché suonano false, ma perché suonano sincere”. Oppure: “La buona fede è molto più diffusa di quanto saremmo portati a pensare, soprattutto nella sfera pubblica soprattutto tra coloro che quand’erano giovani sono riusciti a prendersi tanto sul serio da voler diventare - poniamo - prima assessori poi presidenti di regione poi sindaci poi presidenti del consiglio”. Il prendersi sul serio, l’assenza di senso del ridicolo verrebbe da aggiungere - o solo da dire esplicitamente.
Nel capitolo dedicato a Fantozzi, Giunta indica infatti un’onnipresente caratteristica odierna, cioè l’incapacità di prendersi in giro e di prendere in giro il proprio lavoro creativo (le autocertificazioni di artista, intellettuale, scrittore), che negli anni 70 era ancora più profonda perché “la distanza tra attore/scrittore e pubblico era abissale e la retorica della mia professionalità era, se possibile, ancora più ammorbante”. Già, se possibile.
Non c’è argomento di cui non si possa scrivere in modo lucido e divertente. La differenza non la fa l’argomento, ma chi scrive. Dovrebbe essere un’ovvietà, ma è spesso annebbiata dalla mancanza di senso del ridicolo, da quel prendersi così seriamente sul serio, da quel senso di superiorità della maggior parte degli “intellettuali” (la sola parola mi fa venire l’orticaria) italiani autocertificati che impongono di tracciare confini scellerati e insensati. Quegli stessi confini che segnavamo da piccoli e che non potevamo calpestare, quei confini che se continui a vederli quando sei cresciuto ti devi proprio preoccupare. E non solo perché sei invecchiato senza diventare adulto. ×

Il Mucchio di febbraio.

lunedì 27 gennaio 2014

Aborto, un diritto sempre più a rischio

Sono passati 41 anni da Roe v. Wade, la decisione della Corte Suprema che ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza negli Stati Uniti. Mentre Barack Obama ribadisce l’importanza della possibilità di scegliere, a Washington marciano “per la vita”, con la benedizione di Bergoglio (“I join the March for Life in Washington with my prayers. May God help us respect all life, especially the most vulnerable”, ha twittato il 22 gennaio dal suo profilo internazionale).

“Per la vita” (prolife) vuol dire essere per l’eliminazione o per la forte restrizione dell’autodeterminazione. Opporsi all’autodeterminazione significa immaginare un mondo in cui se una donna rimane incinta – per errore, per distrazione o per qualsiasi altra ragione – deve portare avanti la gravidanza, anche se non l’ha mai voluta, anche se ha cambiato idea, anche se corre dei rischi. In altre parole, significa riportare l’interruzione di gravidanza nel dominio dei reati e supportare la gravidanza forzata. Non è chiaro come si farebbe ad applicare tale proposito: tramite un regime di controllo e contenzione delle donne incinte, previo monitoraggio per sapere chi è gravida e chi ha solo mangiato troppo?

Essere “per la vita”, forse, vuol dire anche costringere Marlise Munoz in morte cerebrale a restare attaccata ai macchinari che la tengono in vita contro la volontà espressa, violare il suo living will in nome di quella sacralità del feto che ossessiona i detrattori dell’interruzione volontaria di gravidanza. Un feto che s’è scoperto essere “abnormal” . Oppure affermare che un aborto non cancella uno stupro (“An abortion doesn’t un-rape a woman”; sull’eccezione dello stupro ho già scritto qui).

Negli ultimi 3 anni le restrizioni sull’aborto negli USA sono state più numerose dell’intero decennio precedente, e soprattutto in alcuni stati è difficile accedere al servizio di interruzione volontaria di gravidanza (qui una mappa). La violenza antiabortista è sempre più diffusa: picchetti davanti alle cliniche e alle abitazioni degli operatori sanitari, aggressioni, incendi, attentati, omicidi. L’ultimo ginecologo a essere ammazzato è, nel 2009, George Tiller.

In Italia lo scorso maggio la legge 194 ha compiuto 35 anni. Non se la passa molto bene, schiacciata tra un numero sempre più alto di obiettori di coscienza e una condanna morale sempre più invadente. Una delle prime dichiarazioni di Jeremy Hunt, ministro della salute inglese, riguardava l’intenzione di dimezzare il termine legale per abortire. In Spagna è in corso uno scontro feroce: Mariano Rajoy vorrebbe riformare l’accesso all’aborto, cioè restringerlo.

Wired.it, 24 gennaio 2014.


venerdì 24 gennaio 2014

Gli ipocriti dell’outing in una società diseguale


Qualche giorno fa su «Time» è uscito un pezzo di Brandon Ambrosino intitolato Outing the Hypocrisy of Outing («Rivelare l’ipocrisia dell’outing). Dobbiamo forse ricordare anche qui la differenza tra outing e coming out, perché spesso sono usati come fossero sinonimi. Outing significa esporre pubblicamente l’omosessualità di qualcuno, in genere per denunciare l’ipocrisia dei più conservatori; coming out è invece la decisione di rivelare volontariamente il proprio orientamento sessuale. Discutere tutti i risvolti dell’outing richiederebbe molto tempo, ma sono due gli aspetti più interessanti messi in luce dall’intervento di Ambrosino, molto critico verso chi, in America, esercita l’outing nei riguardi dei politici di destra. Il primo concerne la presunta fissità di un orientamento sessuale, soprattutto in un contesto in cui l’omosessualità è ancora percepita come qualcosa da giustificare, e come una caratteristica che si può usare per minacciare e irridere. «Quello lì è gay!» può essere anche pronunciato come un insulto o con l’intento di denotare caratteristiche universali che deriverebbero dall’essere gay, come quando si parla di «modello gay» o della convinzione che i gay abbiano intrinsecamente modi gentili o siano interessati alla moda. Basterebbe provare a sostituire «omosessuale» con «eterosessuale» per cogliere l’assurdità delle pretese inferenze.

La Lettura, 19 gennaio 2014.

giovedì 2 gennaio 2014

Il gatto in umido


Un buon esempio di assoluta incoerenza nel considerare gli animali risale al febbraio 2010. In diretta tv il gastronomo Beppe Bigazzi sconvolge la co-conduttrice Elisa Isoardi e la Rai tutta. È la vigilia di giovedì grasso, che in Val d’Arno si chiama Berlingaccio, «che è una maschera» precisa Bigazzi, e c’è pure un proverbio, «a Berlingaccio chi non ha ciccia ammazza il gatto», siamo a «febbraio gattaio», e uno dei piatti del Val d’Arno è il gatto in umido.
Isoardi sgrana gli occhi e protesta: «No, Otello in umido no!». [Isoardi dichiarerà pochi giorni dopo: «Mi sembrava di vivere in un film dell’orrore. Mentre Bigazzi parlava, non riuscivo a distogliere la mente dal mio amato gatto Otello. [...] Le sue parole mi hanno fatto accapponare la pelle. Ho sentito la morte dentro, come se mi strappassero per sempre una persona cara. Infine, invasa dall’angoscia, mi sono mancate completamente le parole. Sono riuscita solo a mandare la pubblicità. Al termine del programma, sono corsa a casa per abbracciare il mio gattino, e dargli i suoi croccantini», Di Più, 22 febbraio 2010].
Bigazzi continua e descrive «le sue carnine bianche» e assicura che è una delizia. Per qualche giorno non si parla d’altro e tutti sanno della malefatta di Bigazzi, anche chi non ha mai visto La prova del cuoco. Il lunedì successivo alla ricetta felina la Rai sospende Bigazzi dalla trasmissione. I commenti sono furenti e invadono la rete. I gatti non si toccano, anzi i gatti non possono nemmeno essere nominati come possibili pietanze. In pochi si accorgono che mentre si chiede la testa di Bigazzi, che ha solo ricordato una ricetta culinaria, ci si dimentica di tutti gli animali che mangiamo e di cui ci vestiamo.
In pochi sembrano avere voglia di approfondire la questione o di ricordare che nella puntata del 1° dicembre 2009 erano state bollite vive delle cicale di mare.
Sebbene possa essere difficile provare empatia per delle cicale di mare, o provare per loro la stessa empatia che si prova verso i gatti, descrivere una ricetta non provoca alcuna sofferenza, essere bolliti vivi sì. Ma il problema è anche un altro: la facilità con cui la smemoratezza riprende il sopravvento.
In molti fanno bollire vivi crostacei, in casa o nelle cucine dei ristoranti. Chi inorridisce davanti alla tv dovrebbe cercare almeno di inorridire in modo più costante. Qualche tempo fa uno spettacolo teatrale aveva messo in scena l’uccisione di un astice. Accidens, matar para comer di Rodrigo García. Sul palco ci sono Juan Loriente, un astice e un tavolo. L’astice è appeso a un filo, ha le chele chiuse con un elastico. Il battito cardiaco è amplificato da un microfono. Dopo qualche minuto Loriente prende l’astice e lo appoggia sul tavolo, prende un coltello, taglia le chele che poco prima aveva liberato dagli elastici e lo taglia in due. Poi lo cuoce su una piastra e lo mangia.
Che differenza c’è tra il destino dell’astice sul palco e quello di migliaia di astici nelle cucine dei ristoranti? Sembra difficile sostenere che essere bolliti vivi sia una fine di molto preferibile. [Si potrebbe rimproverare a Loriente che tagliare le chele prima che l’astice sia morto sia inutilmente crudele – e in effetti che ragione c’è di farlo prima di averlo ucciso? Inoltre colpisce vedere l’astice muoversi ancora quando viene messo sulla piastra diviso in due. L’astice si muove anche quando viene messo nell’acqua bollente. C’è da aggiungere che alcuni scelgono di uccidere l’astice o l’aragosta con una coltellata appena prima di metterli in pentola.]
La differenza sembra piuttosto riguardare il vedere. Forse qualcuno si arrabbia perché la messa in scena incrina la rimozione della violenza necessaria per soddisfare il nostro palato. Quella rimozione era stata aggredita ancora più duramente negli anni ottanta al Festival di Santarcangelo, quando la compagnia teatrale I Magazzini Criminali mette in scena Genet a Tangeri all’interno del mattatoio di Riccione. Un cavallo viene ucciso e macellato davanti a un pubblico selezionato. Quel cavallo sarebbe stato ucciso e macellato con o senza messa in scena; cioè quel cavallo non è stato ucciso come accade nei macelli, è stato il pubblico a essere portato sulla scena del macello, in genere nascosto agli occhi dei consumatori di carne. Anche in quel caso le reazioni scandalizzate tradirono l’ipocrisia che sembra essere spesso la condizione necessaria per vivere tranquilli.
Ci sono vari livelli di rimozione: dal più riuscito che ignora che quando mangiamo carne stiamo mangiando parte di corpi di esseri viventi uccisi appositamente per noi, ma da qualcun altro ben nascosto nei macelli o altrove, a quelli intermedi che rimuovono la violenza dell’uccisione, edulcorando il processo necessario per far arrivare la carne sulle nostre tavole. La maggior parte di noi è abituata a comprare carne che non ha più l’aspetto di un essere vivente. Quasi nessuno uccide con le proprie mani la mucca o il maiale o il barracuda che mangia. Compriamo confezioni asettiche e dalle quali è cancellato il più possibile il passato. Le pescherie e i macellai mantengono più tracce rispetto al supermercato, ma sui pesci grava il pregiudizio che siano incapaci di provare qualcosa di simile ai nostri sentimenti e vederli morti in mezzo al ghiaccio turba solo gli animi più sensibili. Wallace si domanda se abbia qualche significato che in inglese si usi la stessa parola per indicare sia l’animale che la sua carne per loabster, fish e chicken, mentre per i mammiferi ricorriamo a termini diversi: beef/cow e pork/pig. Che sia un sintomo di un disagio nel mangiare animali che consideriamo superiori? Questa ipotesi inciampa in lamb/lamb, come lo stesso Wallace commenta, chiedendosi se vi siano ragioni biblico-storiche per questa equivalenza terminologica.
Accidens è oggetto di molte critiche. A Milano viene addirittura bloccato al Teatro I. García commenta: «Un’altra volta mi succede lo stesso in questa Italia cattolica appestata di profumo: mi proibiscono di fare la mia performance Accidens. Perché c’è un astice vivo in scena. Perché assistiamo all’agonia, ma in un contesto differente dalla pescheria. Perché un attore, di 30 minuti di un’opera completa, lo taglia e lo cucina come in tanti ristoranti e lo mangia.
«Lo proibiscono i giudici con scarpe di pelle, giudici con borse di pelle, poliziotti con camicie cucite dai bambini dell’Asia e la gente della politica che permette che la televisione sia uno schifo e che nelle strade pubbliche proprio in questo momento un prodotto venga pubblicizzato con un bebè di sei mesi che pensa o sogna di comprare non so cosa». [«Uno spettacolo bloccato dalla polizia a Milano», Il primo amore, 14 marzo 2007.]
Se si condanna l’uccisione degli astici sul palco, allora si deve condannare anche l’uccisione non spettacolarizzata di milioni di animali. In fondo per gli animali sembra valere un rigido utilitarismo che se applicassimo agli esseri umani porterebbe a conclusioni poco digeribili: la sperimentazione, per esempio, viene spesso giustificata con il benessere che ne deriverebbe per gli uomini; gli allevamenti con il piacere di mangiare carne e così via. Per Accidens potrebbe valere questa regola? Potremmo dire che la morte degli astici potrebbe essere giustificata dal disvelamento dell’ipocrisia? Se scegliamo di rispondere negativamente, dobbiamo essere disposti a farci carico anche delle conseguenze del nostro diniego, anche se mangiare crostacei ci piace e finora non avevamo pensato che invece di finire nei nostri piatti avrebbero preferito starsene in fondo all’oceano. Dobbiamo essere disposti almeno a provarci e a non dare per scontato che gli esseri umani siano appartenenti a una specie privilegiata e superiore. Come suggerisce Stefano Benni nel racconto Lara: «Pensai che sarebbe stato comico se fosse rimasto impigliato anche lui nella rete come una sciocca aragosta, avrei partecipato anch’io al banchetto, non ho mai mangiato un umano, ma in fondo è carne, nient’altro, e dopo un poco frolla e puzza come tutto». [Stefano Benni, «Lara», in L’ultima lacrima, Feltrinelli, Milano 1994.]

Dal capitolo 5 «La sperimentazione animale», C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto come cambia l’obiezionedi coscienza, 2011, Il Saggiatore.

martedì 31 dicembre 2013

Come il vernacolo modifica il cervello

Imparare un dialetto modella le nostre aree cerebrali deputate a decodificare il linguaggio. Se lo impariamo quando siamo piccoli, gli emisferi cerebrali si comporteranno in modo simile a quando si attivano ascoltando la nostra lingua madre. È questo, in sintesi, il risultato di uno studio condotto da un gruppo di neuroscienziati del Riken Brain Science Institute di Wak, non lontano da Tokyo. La ricerca di Yutaka Sato, Reiko Mazuka e alcuni altri colleghi è stata pubblicata sulla rivista «Brain and Language» lo scorso ottobre. I ricercatori hanno usato una tecnica di osservazione non invasiva, la spettroscopia nel vicino infrarosso (Near Infrared Spectroscopy, Nirs). La rilevazione dell’attivazione cerebrale avviene grazie a un laser infrarosso, che è in grado di mettere in evidenza un aumento dell’afflusso sanguigno, conseguenza e sintomo dell’attività cerebrale. I neuroscienziati volevano osservare che cosa sarebbe successo al cervello di nativi giapponesi quando ascoltavano la propria lingua madre e cosa, invece, quando si parlava loro in uno dei tanti dialetti giapponesi.

La Lettura, 29 dicembre 2013.