martedì 30 giugno 2009

Su Repubblica.it


Bookowski di Dario Olivero.

lunedì 29 giugno 2009

E sui diritti civili il Pd deve prendere una posizione

Ignazio Marino ha parlato per 9 minuti durante l’incontro dei Giovani Democratici al Lingotto di sabato. Abbastanza per elencare alcuni dei malanni che affliggono la politica italiana e l’Italia.
Una analisi lucida e spietata di quello che la sinistra, ormai schiacciata da quel “centro” che si è obbligati ad anteporle, e che il Partito Democratico non hanno saputo o voluto fare.
Nonostante le belle speranze iniziali e le promesse di cambiamento, poi il PD ha “parlato molto meno dei temi e delle persone. Dove sono finiti i temi che riguardano la vita di ciascuno?”, domanda Marino. Non ci si può sottrarre a queste domande, sia perché è ingiusto, sia perché è fallimentare farlo. L’ennesima sconfitta elettorale ne è la prova.
Casa, salute, lavoro. Parole travolte da interessi secondari e da contese di potere. Parole che però riguardano la maggioranza di cittadini italiani, disinteressata alle “feste alla panna montata”.
L’esempio del testamento biologico descrive bene la condizione attuale: l’impossibilità di fare una legge giusta e sensata, a garanzia delle libere scelte dei singoli in ambito sanitario. Chi dovrebbe scegliere al nostro posto? E perché? “Dov’è il problema?”, domanda Marino. Già, dov’è?
A sentirlo parlare ci si stupisce della “semplicità” del suo discorso, e ci si stupisce di trovarsi a sorprendersi per quanto dovrebbe essere scontato: diritti uguali per tutti. Ammalati, omosessuali, coppie di fatto. “I diritti civili sono di tutti”. E verrebbe anche da aggiungere che i diritti civili dovrebbero essere chiamati con il proprio nome. Non temi eticamente sensibili, ma diritti civili, appunto.
Alcuni dei quali sono stati conquistati a fatica e oggi vengono consumati da un atteggiamento pietistico e ideologico, nella vana speranza di raccattare l’approvazione delle parti più retrive e conservatrici della politica e della società italiane.
Il PD deve prendere una posizione, e la domanda con cui Marino chiude il suo breve e intenso intervento suggerisce una buona strada: “quelli che non credono che tutti abbiano gli stessi diritti possiamo a questo giro lasciarli a casa?”.

DNews, 29 giugno 2009

lunedì 15 giugno 2009

E con il Roma Pride torna la questione dei diritti mutilati



A qualche ora dalla conclusione del Pride romano è forse possibile riflettere su alcune questioni.
La più importante è sul senso attuale e indigeno dei Pride, soprattutto alla luce delle oziose polemiche che la ricorrenza suscita e delle difficoltà incontrate per avere il percorso. A pochi giorni dal Roma Pride, infatti, non era ancora stato indicato ufficialmente da dove si sarebbe partiti e dove si sarebbe arrivati. Tanto per dirne una.
Si diceva il senso. Sebbene eterogeneo e complesso, oggi in Italia è innegabile che sia rappresentato dalla denuncia delle ingiustizie esistenti e dalla richiesta di reale parità e uguaglianza per i cittadini GLBTQ. Dal ribadire che non possono esistere disuguaglianze in base all'orientamento sessuale di qualcuno proprio come non dovrebbero esistere per il colore della pelle, le nostre credenze, la nostra opinione politica. A meno che non vi sia un danno per qualcuno. L'orientamento sessuale non costituisce intrinsecamente un danno per nessuno, perciò non esiste una ragione che non sia pretestuosa per mantenere una situazione giuridica e culturale asimmetrica: chi è eterosessuale gode di tutti i diritti civili; chi invece non lo è, riceve diritti mutilati.
La battaglia deve svolgersi su questi due fronti, culturale e giuridico, difficile dire in che ordine temporale e di importanza. In che misura è la cultura a “imporre” una legge? O è la legge che avvia il cambiamento culturale necessario? Forse è un processo talmente intrecciato da rendere insensate queste domande, ma è indubitabile che la conoscenza sia una condizione necessaria per avviarlo: e allora i detrattori e i critici farebbero bene a conoscere le radici storiche dei Pride, il loro significato, gli orrori, passati e presenti, cui si oppongono; farebbero bene poi a conoscere il peso psichico della discriminazione e combatterlo finalmente, invece di esserne complici. In prima linea (quella della complicità) i nostri politici.
E se qualcuno si scandalizza per un culo scoperto o una provocazione festosa, ha tutta la nostra comprensione: deve già essere tanto difficile campare in un Paese come il nostro per un animo impressionabile!

(DNews, 15 giugno 2009)

mercoledì 3 giugno 2009

Fecondazione: padre per obbligo

Circo 17 maggio 2009 067
Sarebbe giusto “obbligare” qualcuno a diventare genitore? Sarebbe moralmente ammissibile calpestare il desiderio e il conseguente diritto di non diventare genitore? Sembra proprio di no, eppure in Italia si delinea uno scenario in cui esiste il rischio di diventare padre contro la propria volontà, con tutte le gravi implicazioni morali e giuridiche che ne conseguono.
Andiamo con ordine. La sentenza n. 151/2009 della Corte Costituzionale, lo scorso maggio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di un nodo fondamentale della legge 40. L’obbligo di «un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre» è così caduto e, conseguentemente, è divenuto ammissibile crioconservare quegli embrioni che non sono usati al primo tentativo di impianto. Oppure crioconservare tutti quelli prodotti se, per qualche ragione di salute, il medico ritiene opportuno rimandare l’impianto.
La sentenza ha rimediato a una delle ferite più dolorose provocate dalla legge sulla riproduzione artificiale.
Ma ha anche esasperato un grave rischio, già presente nella legge 40, ma che oggi prende corpo in modo più consistente. Il rischio è insito nelle modalità di consenso dei potenziali genitori alle tecniche di procreazione assistita.
L’articolo 6 della legge 40 stabilisce che il consenso debba essere scritto e debba essere espresso dopo una accurata informazione – proprio per questo si chiama consenso informato. Niente di sorprendente, almeno fino alla parte finale del comma 3: «La volontà può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal presente comma fino al momento della fecondazione dell’ovulo».
L’impossibilità di cambiare idea dopo la produzione dell’embrione è in linea con l’attribuzione di diritti al concepito, ma contrasta con altri diritti fondamentali (si consideri che la legge 40 è l’unica legge al mondo a permettere di cambiare la volontà solo fino alla fecondazione dell’ovulo e non fino all’impianto dell’embrione nel corpo materno).
Per capire la portata del divieto di revocare il consenso una volta che l’ovulo sia stato fecondato, faremo ricorso a un esempio, adattato a prima e a dopo la sentenza.
Anna e Mario, felicemente sposati, si rivolgono a un centro medico e dopo aver firmato il consenso producono un certo numero di embrioni. Prima della sentenza gli embrioni erano al massimo 3 e l’impianto era contemporaneo alla produzione, tranne in circostanze di “causa di forza maggiore” non meglio identificate. Il tempo tra produzione e impianto era perlopiù molto breve e cambiare idea nel giro di poche ore era altamente improbabile, anche se teoricamente possibile.
Dopo la sentenza il numero degli embrioni non è stabilito rigidamente e, soprattutto, il tempo tra la produzione e l’impianto può dilatarsi indefinitivamente. Anna e Mario si rivolgono al solito centro medico e firmano il consenso. Sono sempre felicemente sposati e producono 7 embrioni: 2 vengono usati per il primo tentativo; gli altri 5 sono crioconservati. Il primo tentativo fallisce e per ragioni di salute è necessario rimandare il secondo. Passano alcuni mesi, Anna e Mario litigano e si lasciano. Mario non vuole più diventare padre genetico di figli insieme ad Anna, ma la legge 40 non gli permette di revocare il consenso. Se Anna lo vorrà, Mario sarà costretto a diventare padre.
Le conseguenze più dannose del divieto di cambiare consenso, una volta che gli embrioni siano stati prodotti, ricadono inevitabilmente sugli uomini. Perché nel caso sia Anna a non volere procedere all’impianto è inverosimile ipotizzare un impianto coatto: il presunto diritto dell’embrione a nascere non potrebbe vincere su quello della donna a non subire una coercizione all’impianto.
Per Mario però non vi sarebbe coercizione fisica né obbligo a un trattamento sanitario: sarebbe ignorato solo il suo diritto a non diventare padre genetico, cui sembra avere rinunciato firmando il consenso alle tecniche di riproduzione.
Questo pericolo, depotenziato dalle circostanze precedenti alla sentenza, oggi si presenta senza più alcun paravento. Non è una soluzione fare finta che non esista.
Potrebbe invece essere utile volgere lo sguardo ad alcuni precedenti: uno dei casi più interessanti è quello tra Natallie Evans e il suo ex marito. Sono cittadini inglesi e litigano sul destino dei loro embrioni crioconservati: lei vuole impiantarli; lui no. La legge e i tribunali inglesi giudicano più forte il diritto di non diventare padre di quello di diventare madre. Natallie non si arrende e ricorre alla Corte di Strasburgo, invocando la Convenzione per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. In particolare l’articolo 2, il diritto alla vita, che Natallie (e la legge 40) vorrebbe estendere agli embrioni. I giudici respingono la sua richiesta e negano che si possa attribuire sensatamente agli embrioni un diritto alla vita.
Che cosa accadrebbe se la contesa avesse come riferimento normativo la legge 40? Che ne sarebbe del diritto a non diventare padre del nostro Mario? Probabilmente sarebbe lui a doversi rivolgere alla Corte di Strasburgo, cercando un rimedio per una violazione già compiuta.

(l’Altro, 3 giugno 2009)

venerdì 29 maggio 2009

Basta sprechi e la Carfagna si scorda i gay

L'omosessualità non è re[ato]
Quante polemiche infondate sulla sparizione della lotta all’omofobia dal sito del Ministero per le Pari Opportunità! Quante proteste inutili rivolte al ministro Mara Carfagna, accusata di essere insensibile verso la discriminazione su base sessuale e le mancate tutele di alcuni cittadini!
Nella nuova veste del sito non si nominano le questioni GLBTQ non perché il ministro sia disinteressato o disattento, ma perché non esiste più una “questione GLBTQ”: l’uguaglianza dei diritti per tutti i cittadini è stata portata a compimento; la legislazione italiana ha raggiunto quella dei più avanzati Paesi al mondo; il matrimonio è una possibilità per tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale – per quale ragione dovrebbe essere rilevante per avere la possibilità di sposarsi? – la maturazione culturale è giunta a compimento e nessuno più sghignazza davanti a due uomini o a due donne che si baciano, perché ognuno è libero di vivere come vuole e di amare chi vuole.
Insomma, mantenere una commissione che combatte le ingiustizie quando le ingiustizie non esistono più sarebbe come mantenere una commissione per gli invalidi di guerra dopo che da un paio di secoli si vive in pace. Carfagna non ama ciò che è superfluo. Come darle torto in un periodo in cui è moralmente doveroso evitare gli sprechi?

(DNews, 29 maggio 2009)

lunedì 25 maggio 2009

E il terremoto adesso minaccia anche il futuro


Di fronte a una catastrofe è difficile pensare ai dettagli; è inevitabile stilare una gerarchia di gravità. Questo vale solo per chi assiste, e non per chi ne è direttamente colpito.
La distrazione, presto o tardi, è un’altra reazione comune. Passata l’emergenza si tende a scivolare nella normalità, proprio come i giorni concitati che seguono una morte sono rimpiazzati dall’assenza e i “come stai?” si diradano fino a esaurirsi.
Anche se non c’è nulla che sia stato rimediato. Perché in parte non è rimediabile. E il peso della quotidianità opprime chi resta.
Non è più a rischio la sopravvivenza, ma l’esistenza.
L’esistenza di chi è sopravvissuto al terremoto abruzzese è quasi impossibile da immaginare: tendopoli, alloggi di fortuna, alberghi, ospitalità.
E pensare che chi alloggia in hotel è “fortunato”. Perché è ancora vivo, e perché è meglio una stanza che una tenda infuocata dal caldo di una estate ormai prossima. Qualcuno di loro lo ripete incessantemente, quasi a volersi convincere: “sono fortunato, sono fortunato”. Ma questa fortuna si sgretola al pensiero di quanto si sarebbe potuto evitare; al senso di perdita e alla difficoltà di immaginare quando si potrà tornare a vivere in una casa. Intanto le giornate trascorrono nelle hall di alberghi ancora sonnolenti, la televisione sempre accesa, per alcuni nell’impossibilità di uscire e di camminare, le piscine coperte da un tendone perché la stagione non è ancora cominciata.
Lontano da tutto, vivere in una caricatura di vacanza aggiunge un sapore grottesco alla disperazione. Mischiarsi ai turisti – o a quanti passano soltanto per un giorno o poco più – è una perfetta rappresentazione della invisibilità e della dimenticanza cui il “ritorno alla normalità” rischia di condannarli. Ma poi non è nemmeno vero che sia possibile confondersi: i volti sono segnati in modo indelebile. Nessun turista passerebbe tante ore seduto a guardare nel vuoto riempito da ricordi incancellabili.
Il terremoto ha inghiottito il passato e aggredisce il presente. È doveroso impedire che si prenda anche il futuro – lontana l’eco di una sicurezza pervertita nel suo più genuino significato.

DNews, 25 maggio 2009

(Altre foto)

martedì 12 maggio 2009

Legge 40: una soddisfazione amara

Astigmatismo
Ecco le motivazioni della sentenza che ha sancito la parziale incostituzionalità della controversa normativa sulla fecondazione assistita.

Lo scorso 9 maggio è stata depositata la sentenza che dichiara in parte incostituzionale l’articolo 13 della legge 40. L’obbligo di produrre al massimo 3 embrioni e di impiantarli contemporaneamente viola l’articolo 3 della Costituzione nel duplice profilo del principio di ragionevolezza e di quello diuguaglianza, in quanto il legislatore riserva il medesimo trattamento a situazioni dissimili. Viola inoltre l’articolo 32 per il pregiudizio alla salute della donna “ed eventualmente [...] del feto ad esso connesso”. Questa decisione riafferma principi fondamentali, conquistati nel corso degli anni. Non può non tornare alla memoria, infatti, la sentenza n. 27 del 1975, che ha preceduto la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza (194/1978): “Non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”. Lo stesso bilanciamento di diritti viene affermato dalla legge 194: autorizzando una donna ad interrompere la gravidanza, la 194 sancisce che il diritto di non portare avanti la gravidanza è più forte del diritto dell’embrione a vivere e a nascere.

RISTABILIRE IL GIUSTO SENSO DI MARCIA - La Legge 40 ha tracciato una strada contromano: a cominciare dall’affermazione di principio dell’articolo 1, secondo cui devono essere assicurati i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito. Da questa affermazione di principio ha fatto derivare la maggior parte dei divieti contenuti negli articoli seguenti, incurante delle gravi violazioni conseguenti. Già tre procedimenti (del Tribunale di Firenze e del Tar Lazio) avevano anticipato la direzione di questa sentenza. La Corte ha riaffermato anche un principio di buon senso: non si può stabilire in modo tanto rigido il numero di embrioni da impiantare, perché questo dipende dalle condizioni di ogni singola donna. Proprio come sarebbe insensato stabilire come curare un mal di pancia in modo assoluto e aprioristico. Dipende dal mal di pancia, dalle ragioni della sua insorgenza e dalle condizioni generali del sofferente. L’obbligo di impiantare tutti e 3 gli embrioni ha causato un aumento delle gravidanze plurime: in seguito alla legge 40 in Italia esiste il 3,5% di rischio, mentre in Europa tale rischio è prossimo allo zero - proprio perché le modalità di impianto sono decise in base alla valutazione di ogni singolo caso. La conseguenza della bocciatura del comma 2 dell’articolo 14 comma 2 è la “deroga al principio generale di divieto di crioconservazione”. Gli embrioni prodotti, ma non impiantati per ragioni mediche, potranno essere crioconservati e utilizzati per un successivo tentativo di impianto. La possibilità di crioconservare sottrae la donna alla necessità di sottoporsi inutilmente a più cicli di stimolazione ormonale e al prelievo chirurgico degli ovociti. Insomma i giudici costituzionali affermano che “in materia di pratica terapeutica la regola di fondo deve essere la autonomia e la responsabilità del medico, che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali”.

LES JEUX SOINT FAIT - Inoltre, in linea con la sentenza del 1975, stabiliscono che la tutela “dell’embrione non è comunque assoluta, ma limitata dalla necessità di individuare un giusto bilanciamento con la tutela della esigenza di procreazione”. I fautori della legge 40 si rassegnino: contro questa sentenza non si può nulla. Il parlamento non può legiferare in senso diverso. Le linee guida non hanno la forza, essendo amministrative, di contrastare la legge nella sua nuova veste. La soddisfazione per la decisione della Consulta ha un sapore bizzarro: assomiglia alla soddisfazione che avremmo se qualcuno ci avesse investito sulle strisce pedonali 5 anni fa causandoci molti danni e oggi ci chiedesse scusa per averci rovinato l’acconciatura e gli abiti. Pur concedendo che sia meglio di niente, le conseguenze più gravi di una legge insensata e coercitiva sono ancora in piedi. E condannano i cittadini italiani a essere discriminati in alcuni diritti fondamentali, come quello alla salute e all’equità di trattamenti, e a frustrare il legittimo desiderio di diventare genitori.

Su Giornalettismo.

lunedì 11 maggio 2009

Sotto un Arcobaleno le famiglie “diverse” che l’Italia non vede

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Ieri era la festa della mamma; meno di due mesi fa quella del papà. L’Associazione Famiglie Arcobaleno ha festeggiato, in alcune città italiane, la festa delle famiglie.
L’uso del plurale non è un dettaglio o un vezzo, ma è profondamente significativo: non c’è una Famiglia, giusta e invariabile nel tempo e nello spazio, cui conformarsi per poter essere considerati a tutti gli effetti un nucleo familiare. Non c’è un modello imposto dall’alto o deciso da qualcuno. Basterebbe avere una conoscenza, anche superficiale, della realtà che ci circonda per esserne consapevoli. Molte delle definizioni più comuni di famiglia rischiano di essere anguste: si pensi alla cosiddetta “famiglia tradizionale” intesa come costituita da madre, padre e figli, uniti da un legame genetico. Forse non dovrebbe essere considerata come una famiglia quella formata da un solo genitore? O quella in cui uno o entrambi i genitori non hanno legami genetici con i figli? E allora, quale potrebbe essere la condizione necessaria per rilevare la presenza di una famiglia? Il legame affettivo, la responsabilità, la condivisione. Nulla che si possa assicurare rispettando un modello formale e strutturale.
Accogliendo questa premessa l’orientamento sessuale dei componenti dovrebbe essere assolutamente irrilevante. Cosa c’entra, infatti, con la capacità o il desiderio di costruire una famiglia?
Famiglie Arcobaleno muove proprio da questa convinzione, e si propone di far conoscere una realtà familiare che, in Italia, si distingue dalle altre soltanto per un aspetto: la discriminazione.
Giuridica, prima di tutto. E poi culturale. Giuridica perché non ci sono norme, per esempio, a protezione di una famiglia omosessuale (non esiste il matrimonio; non c’è la possibilità di adottare; non si può accedere alle tecniche di procreazione assistita). Culturale: c’è una idea radicata di inconciliabilità tra omosessualità e genitorialità. Basta domandare al primo che capita per rendersene conto.
Ieri molte famiglie arcobaleno hanno festeggiato e, tra un panino e un pallone, sembravano proprio “come tutte le altre famiglie”.

(DNews, 11 maggio 2009)

giovedì 7 maggio 2009

Le foto dei neonati e il grande mistero de “l’estremo centro”

Estremo centro
Nell’ottobre 2007 la Regione Toscana lancia una campagna contro le discriminazioni sessuali. Il testimonial è un neonato dormiente, o meglio la sua manina in primo piano e parte del suo volto in secondo piano. Al polso ha la fascetta destinata al nome su cui è scritto “homosexual”. Il messaggio è che le persone non dovrebbero essere discriminate in base al loro orientamento sessuale.
Nonostante il lodevole intento (ma forse non lodevole per tutti) la campagna ha scatenato critiche feroci, in nome del rispetto del neonato in questione che sarebbe stato strumentalizzato. E strumentalizzare i bambini non è bene. Qualcuno è arrivato addirittura a intimare alla Regione Toscana di ritirare la campagna.
Già al tempo era difficile non accorgersi che il punto dolente e il vero oggetto delle furibonde polemiche non era la “strumentalizzazione” del bambino, ma la ragione della campagna. Non il ricorso ad un neonato (varie pubblicità con bambini protagonisti erano state peraltro digerite senza reagire), ma il suo orientamento sessuale e, soprattutto, l’affermazione che questo non è rilevante ai fini dei diritti e del rispetto. Già al tempo, insomma, era evidente che i benpensanti non gradivano una battaglia contro le discriminazioni, affezionati come sono al tradizionalismo omofobo e beghino.
Oggi è forse doveroso riandare con la memoria a quelle scomposte reazioni quando, passeggiando per le strade, ci si imbatte in bambini utilizzati per promuovere una corrente politica: l’estremo centro. Perché nessuno di quegli zelanti protettori di minori ha condannato il loro uso? L’intento, poi, sembrerebbe anche meno rilevante e molto più egoistico: ottenere quanti più voti possibile, per essere eletti alle prossime consultazioni, mentre il neonato “homosexual” era stato utilizzato per una battaglia di giustizia e di uguaglianza. Un mero interesse personale contro una battaglia di principio.
Il silenzio può forse essere spiegato solo dalla memoria corta che affligge l’uomo moderno? Da sbadataggine? Oppure da imprevedibili meccanismi umorali? Magari sono distratti dal mistero: che diavolo sarà mai un “estremo centro”?

(DNews, 7 maggio 2009)

lunedì 27 aprile 2009

Tornano i DiDoRe ma forse era meglio il vuoto legislativo

Stolen kiss

Tornano i DiDoRe, ovvero Diritti e Doveri di Reciprocità dei conviventi, dopo un lungo e inutile percorso che dall’ipotesi dei Pacs – o di un istituto analogo – ha condotto fino a una vera e propria caricatura di una normativa a tutela di chi non può sposarsi.
Il progetto di legge 1756 ha un unico pregio: è breve. Fallisce miseramente nell’intento prefissato e annunciato nella prima riga, “portare chiarezza in zone giuridicamente grigie”, anche perché muove da un principio discutibile: che la Famiglia sia quella costituita da un uomo e una donna uniti in matrimonio. Magari religioso, visto che alla undicesima riga si citano “fonti autorevoli della Chiesa cattolica” per giustificare la discriminazione di chi non corrisponde ai dettami clericali.
Citare il cardinale Carlo Martini e la sua autorità sarebbe un difetto marginale se i diritti di tutte le famiglie fossero davvero garantiti – tramite una legge che si chiami “matrimonio” o DiDore poco importa.
Vengono affermati alcuni diritti “leggeri”: quello di visitare il convivente ricoverato; di essere designato come rappresentante in materia di salute in caso di incapacità di intendere e di volere; oppure nel caso di morte rispetto alla donazione degli organi. Si dimentica però che con l’avvento della legge sulle direttive anticipate ci sarà ben poco margine decisionale. Ma soprattutto manca completamente la parte “dura” di una legislazione matrimoniale, quella tutela che oggi solo il matrimonio offre ai coniugi. In altre parole chi non può sposarsi si ritroverà ben poche briciole. Ma chi è che non può sposarsi? I gay. Delineare un istituto giuridico equivalente al matrimonio omosessuale è impensabile in un Paese ipocrita, più preoccupato di non dispiacere qualche cardinale che di calpestare i diritti di molti cittadini. E poi l’istituzione del matrimonio omosessuale aprirebbe la strada alla peggiore delle piaghe secondo questi paladini della giustizia: l’omogenitorialità!
Meglio niente di una presa in giro. Meglio niente di una legge che sancirebbe ancora una volta, e come se ce ne fosse bisogno, l’ingiustizia e la discriminazione.