martedì 8 novembre 2016

È meglio tirare a sorte che restare dubbiosi all’infinito


Steven D. Levitt ha condotto un esperimento per circa un anno e poi l’ha descritto iper il National Bureau of Economic Research: se tirassimo a sorte? Ecco come sono andate le cose. Levitt ha invitato gli indecisi a partecipare a un esperimento: scegliere una domanda tra le trenta disponibili e poi lanciare (virtualmente) una monetina. Testa cambio, croce sto fermo dove sono. Levitt ha poi chiesto ai partecipanti se avevano seguito la sorte e come se la cavavano a due e a sei mesi di distanza dalla lotteria esistenziale. Dopo circa 22mila lanci, 13mila persone hanno risposto dopo due mesi e 8mila dopo sei (non tutti hanno risposto). Una percentuale molto alta ha insomma deciso di lanciare la monetina e, più sorprendentemente, molti hanno poi seguito l’indicazione del caso (circa il 67% per le decisioni valutate meno importanti, circa il 55% per quelle più importanti). In entrambi i casi, non solo non si sono pentiti, ma affermano di essere molto più felici e soddisfatti di prima.
Ora, le persone mentono e si ingannano. Credono a oggetti inesistenti e vedono disegni ove non c’è che un ammasso indistinto di materia. E la morale di questa storia non vuole certo essere “comportatevi a caso” (più di quanto non facciate già, magari pensando di essere individui razionali e calcolatori). Potrebbe però invece essere un rimedio per l’irresolutezza. Passare ore e giorni e perfino mesi in una palude decisionale è malefico, e spesso vi conduce a subire azioni e decisioni compiute da altri. Rischio per rischio, tanto vale tentare di essere agenti attivi. Certo, si perde la possibiità di rinfacciare la colpa a qualcun altro, ma anche questo rimedio è noto per essere solo apparente e per precipitarci in un gorgo di insoddisfazione. Fare nulla, poi, non è moralmente neutrale – questa è una convinzione radicata ma fallace. Fare nulla non è la garanzia che nulla accada e, anche se lo fosse, non sarebbe necessariamente un bene. La pigrizia e il bias dello status quo, giudicato più sicuro solo perché lo conosciamo meglio, ci tengono legati a un passato che a volte finisce per essere solo un peso e una condanna.
D’altra parte, le nostre nonne ci avevano messo in guardia: “meglio avere rimorsi che rimpianti!”. La maggior parte di loro non ha mai seguito il consiglio, ma non è un buon motivo per fare la stessa fine. L’eccesso di cautela e precauzione può condannarci all’infelicità. E se non sappiamo proprio cosa fare, possiamo provare con una monetina e vedere l’effetto che fa.

Il Corriere della Sera, la Lettura, 6 novembre 2016.

giovedì 27 ottobre 2016

Possiamo rinunciare alla sperimentazione animale?



Perché è così difficile parlare degli animali? Una delle ragioni potrebbe essere la nostra tendenza a conferire caratteristiche umane a cani, gatti, canarini – lo facciamo perfino con gli oggetti inanimati, figuriamoci con gli animali domestici. E così, nei titoli dei giornali, il cane “piange” sulla tomba del padrone e il canguro “si dispera” per la morte della cangura. A volte ci si mettono le ossessioni di alcuni padroni che vestono i propri cani come personaggi di Walt Disney. Il cane di casa, cui “manca solo la parola”, è sempre più spesso trattato come un figlio. Si festeggiano i compleanni e si preparano torte di compleanno. Non possono mancare i social network: Dogalize consiglia i migliori ristoranti per cani, BePuppy ti invita “a condividere la vita del tuo migliore amico a quattro zampe”. 

La discussione è complessa ma alcune domande possiamo porcele. Stiamo davvero facendo il bene degli animali trattandoli come umani? La scorsa primavera un piccolo di bisonte è stato “salvato” da due umani a passeggio nel parco di Yellowstone che temevano soffrisse fame e freddo. Il bisonte è stato sottoposto a eutanasia dai biologi del parco dopo diversi tentativi di riunirlo al gregge, falliti proprio a causa del contatto con esseri umani. Una storia finita male, come molte altre storie simili. C’è l’aragosta Larry o l’ippopotamo Aisha, lo struzzo “liberato” dal Kaiser Circus o gli animali nati e vissuti negli stabulari che mal si adattano alla vita fuori da quell’ambiente protetto.

Il Tascabile, 27 ottobre 2016.

mercoledì 12 ottobre 2016

La storia del bambino che ama vestirsi di rosa



Cosa c’è di scandaloso se un bambino vuole mettersi un vestito da femmina? Se ama il rosa, lo smalto e La bella addormentata? Chi ha stabilito che tutto questo è da femmina? E quando è successo?

Qualche giorno fa, Camilla ha deciso di raccontare la storia di suo figlio, Mio figlio in rosa.

L. ha otto anni e i suoi vestiti preferiti sono rosa. Sembra perfino bizzarro che sia necessario giustificare questa preferenza, visto che il rosa non è connotato intrinsecamente come tipico o esclusivo di un genere – proprio come alcuni tratti caratteriali, considerati come femminili o maschili, sono il risultato di processi storici e culturali, mutevoli e casuali. Eppure, un bambino che ama il rosa e La sirenetta suscita sorpresa, prese in giro e condanne. Per qualcuno dovrebbe essere addirittura “aggiustato” a forza di magliette blu e giocattoli da piccolo Schwarzenegger.

Chiedo a Camilla perché ha deciso di raccontare. “Da quando mi sono resa conto che non era una fase – o che, se lo era, era molto strutturata – ho sempre cercato storie come la mia. Possibile che ci sia solo lui?. L. è sempre stato così. Al nido pensavo fosse un comportamento passeggero. Fin da allora ho cercato di evitargli difficoltà, immaginavo le reazioni degli altri. Avevo parlato con le maestre. Avevo portato un vestitino perché voleva metterselo. C’era l’angolo dei travestimenti e avevo detto alle maestre di lasciare che scegliesse se e quando indossarlo. Le maestre sono state molto disponibili. Se notate qualcosa di strano, gli avevo detto, una tristezza o una malinconia, ditemelo. Hanno sempre sdrammatizzato. Io non sono preoccupata, L. è un bambino sano e allegro, ma voglio sapere se è a disagio e voglio avere gli strumenti per aiutarlo. Alla fine dell’anno, una maestra mi ha chiamato in disparte e mi ha consigliato di ‘andare da uno bravo’. Si è giustificata dicendo che alla materna sarebbe stato un inferno per L. Ero sbalordita. Mi dici una cosa del genere proprio l’ultimo giorno? Due anni di nido e aspetti l’ultimo momento per parlarmi dell’imminente inferno destinato a L.?”.

Dopo il “consiglio” della maestra di cercare uno psicoterapeuta dell’età evolutiva – perché “tuo figlio ha un problema, basta assecondarlo con le principesse e i vestitini, comincia a comprargli macchinine e trattori!” – Camilla cerca uno psicoterapeuta infantile.

“Non ha detto ‘così lo raddrizziamo’ ma il concetto era quello”.

Come il rosa, i trattori giocattolo (e pure quelli veri, a pensarci bene) non sono intrinsecamente da maschi. Come non lo sono le macchinine o le costruzioni. Qualche mese fa ho ascoltato Massimo Gandolfini, promotore del Family day, dire che ci sono dei giochi da femmina e dei giochi da maschi, tondi i primi, squadrati i secondi. Il tutto giustificato dai nostri geni. Insomma, uno stereotipo di genere giustificato da un ingenuo determinismo genetico, un ennesimo strumento per trasformare differenze occasionali in leggi di natura.

Se un adulto è convinto che ci siano colori da femmina e colori da maschi, verrebbe da dire che il problema è il suo e non di chi sceglie liberamente il colore che preferisce. Non mi ricordo questa ossessione quando ero piccola. Forse è colpa di Lady Oscar se non ho mai giocato con le bambole (gli ossessionati del gender farebbero causa alla sua autrice Riyoko Ikeda). Ma alle bambine che scelgono giochi “da maschi” o vogliono vestirsi senza il rosa va sicuramente meglio che ai bambini che vogliono fare “cose da femmina”. Anche questo è uno stereotipo di genere difficile da demolire. “Fare la femminuccia” è un insulto peggiore di “fare il maschiaccio”, no?

“Questa visione maschio/femmina è più strutturata ultimamente: è il risultato di un connubio di consumismo e sfruttamento degli stereotipi di genere”, continua Camilla. “In più, la diagnosi prenatale ha esasperato questa contrapposizione. Già prima di nascere si prepara la cameretta rosa o azzurra, il lettino da femmina o da maschio. Si vende di più sfruttando questa visione binaria”.

Dopo il consiglio della maestra, Camilla torna a casa stravolta. “Anche altre persone mi davano consigli simili. ‘Perché deve sempre guardare Cenerentola o La sirenetta?’. ‘E perché no?’, rispondevo io. ‘Saranno affari suoi cosa vuole guardare? E i vostri figli che guardano solo sparatorie e morti ammazzati? Quelle sono cose da maschi?’. Comunque ho chiamato una psicologa dell’infanzia e sono andata a parlarci. Dopo averle raccontato le ragioni per cui ero lì, mi ha domandato: ‘Lei che rapporto ha con l’omosessualità?’. Io le ho detto: ‘Nessuno, nel senso che per me ognuno fa quello che vuole’. Se penso a mio figlio, mi preoccupo solo per il contesto sociale ancora rigido, soprattutto qui. Avrà una vita più difficile, ma magari se ne andrà a Londra o a New York. È incredibile che la psicoterapeuta non sembrasse al corrente dell’identità di genere, non l’ha nemmeno nominata. Sono tornata a casa pensando: ‘Avrò un figlio gay’. Ma non ero convinta. Continuavo a cercare, e dopo avere cercato in italiano ‘bambino che vuole essere una bambina’ senza che venisse fuori nulla, ho provato in inglese. Mi si è aperto un mondo. Ho letto molte storie simili a quella di L”.

Internazionale, 12 ottobre 2016.

martedì 4 ottobre 2016

Le proteste in Polonia mostrano che la lotta per l’aborto non è finita



La Polonia ha una delle leggi più restrittive d’Europa sull’interruzione volontaria della gravidanza. Non esiste un diritto assoluto di abortire (nemmeno in Italia, ma le condizioni sono meno rigide), ma sono previste alcune circostanze straordinarie per cui è permesso: per gravi patologie fetali, in seguito a uno stupro e in caso di pericolo per la salute della donna.

Le prime due, se si parte dall’attribuzione di diritti agli embrioni, sono contraddittorie ma compaiono in molte normative restrittive. Se consideriamo gli embrioni come individui dotati del diritto alla vita, queste eccezioni sono ipocrite: è impopolare sostenere che non si può abortire se ti hanno stuprato, e tuttavia le circostanze del concepimento non hanno la forza di cambiare lo statuto ontologico dell’embrione.

La terza eccezione, pur non inciampando in incoerenze tanto invadenti, si presta a un’interpretazione oscillante di cosa significa “pericolo”. Se la premessa è che l’embrione è una persona, tra l’altro, potrebbe non essere evidente o scontato decidere che la vita della donna sia più importante.

La vita del nascituro è più o meno importante del rischio di diventare cieca? O del rischio di subire una qualche altra conseguenza irrimediabile? A questo proposito è utile rileggere Tysiac v. Poland: una donna polacca aveva chiesto di poter abortire per non rischiare di diventare cieca, molti medici avevano confermato questo rischio ma nessuno le aveva concesso l’autorizzazione di interrompere la gravidanza; il caso era arrivato fino alla Corte europea dei diritti umani.

Ora lo scenario in Polonia rischia di diventare ancora più oppressivo: una nuova proposta di legge vorrebbe rendere l’aborto sempre illegale tranne che in caso di immediato pericolo di morte per la donna – e non si può non pensare a Savita Halappanavar, morta di setticemia e per negligenza medica. In questo caso, nemmeno un aborto spontaneo in corso è bastato ai medici cattolici per intervenire e salvare la vita di Halappanavar.

La violazione del divieto potrebbe costare fino a cinque anni di reclusione.

Le proteste sono molte (qui c’è una mappa recente delle città che hanno aderito alle iniziative contro la proposta di legge). La Black protest (#BlackProtest o #CzarnyProtest) mira a uno sciopero generale e molti degli slogan richiamano la libertà di scelta e i rischi legati a un divieto. “Vogliamo medici e non missionari”.

Perché è tanto grave limitare la possibilità di ricorrere (più o meno) liberamente all’interruzione volontaria della gravidanza? E quali sono le conseguenze più gravi di una legge restrittiva o del divieto di abortire?

In ogni discussione sull’interruzione volontaria della gravidanza la prima domanda a cui bisognerebbe rispondere è: chi deve decidere?

E se la risposta è che nessuna donna può decidere sulla propria gravidanza, come si può far rispettare un simile divieto? Carcere preventivo? Controlli riproduttivi? Polizia della fertilità?

Internazionale, 4 ottobre 2016.

venerdì 23 settembre 2016

Rischio calcolato



“Hai l’allele APOE-ε3 e APOE-ε4. Questo raddoppia il rischio di sviluppare l’Alzheimer”. È il primo risultato che leggo nell’analisi del mio genoma. “Ti pareva, proprio come mia nonna” penso.

Ma poi l’autocommiserazione mi passa subito e decido di cercare risposte razionali alle domande: mi verrà l’Alzheimer? Posso fare qualcosa per evitarlo? Ha senso farmi venire l’ansia (non che sia del tutto controllabile evitare di farsi venire l’ansia) e, soprattutto, sarebbe stato meglio non sapere?

Tutto comincia qualche settimana prima, quando ordino il kit per analizzare il mio DNA sul sito di una delle più note aziende biotecnologiche a offrire questo servizio, 23andMe. Dopo pochi giorni mi arriva una confezione poco più sottile di quella dell’iPhone 6, altrettanto curata nella confezione e colorata. 99 dollari più il costo della spedizione andata e ritorno (ora costa 149 dollari, e a ogni kit in più ti fanno lo sconto del 20%).

Registro il codice a barre che mi hanno assegnato e uso la provetta trasparente per raccogliere un campione della mia saliva. Da lì sarà stato estratto il mio genoma, proprio come fa la polizia scientifica e come vediamo nei film polizieschi e in CSI. Chiudo la provetta, la risistemo nella scatola, la infilo nella busta con l’indirizzo prestampato e la spedisco negli Stati Uniti. Devo aspettare che il laboratorio lo analizzi. Mi avvertiranno per email e potrò trovare la mappa di tutti i miei geni e dei miei cromosomi sul sito. Una prima email mi avvisa che il mio campione è arrivato a destinazione. Dopo un paio di settimane sono pronti i risultati.

Posso navigare nei miei 46 cromosomi e nelle migliaia di geni e nei milioni di lettere di DNA (A, C, G, T) come farei con Google Maps per cercare un indirizzo. Il problema è che i dati sono nudi, cioè senza un’interpretazione predittiva. È come se dovessi cercare una casa in una via che non conosco e in una città ignota. Al buio. Sono infiniti numeri e lettere, è difficile capirci qualcosa. Si può trovare la singola mutazione se si conosce già cosa si sta cercando: per esempio le mutazioni nei geni brca1 e brca2, che codificano due proteine di suscettibilità al cancro del seno. La presenza del brca1 difettoso è ciò che ha spinto Angelina Jolie a sottoporsi a una doppia mastectomia: anche se la sua storia familiare è stata determinante, avendo una madre e una sorella morte di cancro al seno – penso a mia nonna, dalla quale ho ereditato due dita lievemente attaccate come le papere e chissà cos’altro. Per ottenere un’analisi predittiva basta pagare pochi dollari un servizio che si chiama Promethease (o un altro analogo). In pochi minuti e dopo aver letto e capito alcune clausole – tra cui il consiglio di parlare con un medico o un genetista prima di prendere decisioni in base ai risultati – ecco la lettura del mio genoma.

Il Tascabile, 23 settembre 2016.

martedì 6 settembre 2016

Per favore lasciate che gli animali facciano gli animali


La scorsa primavera, un uomo e suo figlio se ne andavano in giro nel parco nazionale di Yellowstone a bordo del loro SUV. Il parco è popolato da molti animali ormai rari o a rischio di estinzione. Uno di questi è il bisonte, di cui all’inizio del Novecento rimanevano meno di 50 esemplari. Un secolo più tardi, la popolazione aveva raggiunto quasi 5.000 capi, per poi calare e stabilizzarsi intorno ai 3.000. I due turisti, aggirandosi nella riserva naturale, hanno incontrato un cucciolo di bisonte. Sicuri che l’animale soffrisse di freddo e armati delle migliori intenzioni, l’hanno caricato sul loro SUV per salvarlo. Questa storia, com’è facile prevedere, non avrà però un lieto fine. I numerosi tentativi dei ranger di riavvicinare il cucciolo alla madre falliranno – l’intervento umano può avere questo effetto – e il piccolo sarà soppresso poco più tardi. Il “salvataggio” non ha solo causato la morte dell’animale, ma sarebbe potuto costare caro anche ai suoi salvatori: i bisonti adulti sono molto protettivi nei confronti dei piccoli e un bisonte può arrivare a pesare fino a 900 chili – le femmine sono più piccole. I bisonti sono gli animali più pericolosi per i turisti di Yellowstone, e l’unico modo per ridurre il rischio – per noi e per loro – è mantenere una distanza di sicurezza. Nella nota pubblicata sulla pagina Facebook del parco, si ricorda che anche avvicinarsi troppo per farsi foto avventurose può avere esisti fatali – in Argentina, qualche mese prima, una mandria di bagnanti aveva fatto morire un piccolo e raro delfino dopo esserselo passato di mano in mano, come una rockstar, per farsi i selfie insieme.

Il Corriere della Sera, la Lettura, 4 settembre 2016.

venerdì 2 settembre 2016

Meno #Fertilityday e più educazione sessuale



Il 22 settembre sarà il Fertility day e da un paio di giorni non si parla d’altro e quasi sempre male. La campagna iconografica è piuttosto mediocre – la più brutta è forse la foto con le scarpine verdi e patriottiche, ma pure tutte le altre sembrano eseguite da uno studente al primo anno di un corso di grafica. La campagna è legata al “Piano nazionale di fertilità” (sottotitolo “Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro”).

Avevo letto il documento l’anno scorso (ne avevo parlato a Radio Radicale) e tra le cose che più mi avevano divertito c’era la maiuscola per Fertilità, perché è una cosa così patriottica da meritare la maiuscola. Come il Prestigio della Maternità. Nessun accenno alla differenza tra istituto della maternità e maternità come scelta soggettiva, ovviamente, né alle condizioni necessarie e sufficienti per compiere davvero una scelta libera. Ma, d’altra parte, se è un “bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società” non può che meritare la maiuscola e non ha bisogno di alcuna distinzione cavillosa.

Se davvero si considera importante “fornire strumenti educativi ed informativi agli adolescenti per evitare abitudini che mettono a rischio di infezioni sessualmente trasmesse o gravidanze indesiderate”, lo strumento giusto è l’educazione sessuale nelle scuole e al riguardo siamo in colpevole e pigrissimo ritardo (e già che ci siamo anche quella di genere, cui però sembrano carenti anche gli estensori del documento. A proposito di autori, sarà un caso che l’autrice indicata nel pdf sia Assuntina Morresi, nota per le sue posizioni conservatrici e per essere sostenitrice della legge 40, la legge più contraria alla fertilità che possa esistere?).

Il documento è molto lungo e ci vorrebbe molto tempo per analizzarlo nei dettagli. Ci sono però alcuni passaggi che sembrano particolarmente controversi.

Internazionale, 2 settembre 2016.

lunedì 16 maggio 2016

L’utero artificiale renderà le donne più libere



L’utero artificiale è quasi sempre protagonista di visioni distopiche o scenari apocalittici. Da Aldous Huxley a Matrix, è descritto come un mezzo per alimentare soprusi e sospetto verso la tecnologia.

E se invece rappresentasse uno strumento di uguaglianza?

È da questa domanda che parte Evie Kendal in Equal opportunity and the case for state sponsored ectogenesis. Da una prospettiva femminista e liberale (sottolineo liberale in un momento in cui una parte di femminismo sembra essersi impantanata in un moralismo e in un paternalismo feroci), Kendal indaga come la gestazione e il parto impongano alle donne un peso fisico, sociale e finanziario. La disparità nella distribuzione dei rischi associati alla riproduzione è tutta a svantaggio delle donne. E non solo per i rischi di salute, ma pure per le implicazioni sociali e lavorative.

L’utero artificiale, un progetto lontano dall’essere ancora realizzabile, potrebbe consentire quell’uguaglianza che la biologia – e non solo, ovviamente – ostacola. “Nel futuro le donne potrebbero avere la possibilità di essere liberate da questi vincoli quando desiderano una famiglia”.

I rischi per la salute possono essere anche gravi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità almeno il 15 per cento delle donne incinte affronta una qualche condizione potenzialmente mortale. Anche in paesi come l’Australia, in cui la mortalità materna è molto bassa, muoiono sette donne su centomila nati vivi. Ovviamente le morti e le complicazioni si moltiplicano in luoghi tecnologicamente meno avanzati, e per le donne che soffrono di patologie come diabete, ipertensione, sindromi autoimmuni o altre patologie croniche.

Kendal ricorda una delle morti più recenti, quella di Kimberlie Shephard, 26 anni, per una rara condizione impossibile da prevedere.

Le morti in Italia sono quattro ogni centomila nati vivi e con una forte differenza regionale secondo il Rapporto globale sulla mortalità materna.

Internazionale, 16 maggio 2016.

venerdì 26 febbraio 2016

L’aborto è un servizio medico ma è trattato come un problema morale


Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni. La donna è punita con la multa fino a lire centomila. Se l’interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l’accertamento medico dei casi previsti dalle lettere a) e b) dell’articolo 6 o comunque senza l’osservanza delle modalità previste dall’articolo 7, chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La donna è punita con la reclusione sino a sei mesi. Quando l’interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o interdetta, fuori dei casi o senza l’osservanza delle modalità previste dagli articoli 12 e 13, chi la cagiona è punito con le pene rispettivamente previste dai commi precedenti aumentate fino alla metà. La donna non è punibile. Se dai fatti previsti dai commi precedenti deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre a sette anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a cinque anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita. Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna derivano dai fatti previsti dal quinto comma.
È l’articolo 19 della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Il decreto legislativo dello scorso gennaio prevede che “La sanzione amministrativa pecuniaria, di cui al primo comma, è così determinata: a) da euro 5.000 a euro 10.000 per i reati puniti con la multa o l’ammenda non superiore nel massimo a euro 5.000”.

Usando il calcolatore delle rivalutazioni monetarie dell’Istat, centomila lire del 1978 equivalgono a poco più di 345 euro. Se per qualche motivo ci sembrasse un calcolo per difetto, potremmo raddoppiare e ci ritroveremmo comunque molto lontani dal minimo previsto dal recente decreto.

Non sono mancate le proteste, che giustamente hanno sottolineato quanto la legge 194 sia maltrattata e spesso ignorata. E che prevedere una sanzione così cara per le donne che ricorrono all’aborto in modo illegale sembra essere più una punizione che una giusta sanzione. Sembra superfluo ricordare che, verosimilmente, a ricorrere a mezzi illegali e clandestini sono in genere le donne più fragili e meno protette.

L’inasprimento della sanzione renderebbe poi le donne che hanno fatto ricorso a un aborto illegale ancora meno inclini a rivolgersi a un medico in caso di complicazioni. È quello che è già successo e succede negli Stati Uniti con le assurde criminalizzazioni dei comportamenti tenuti durante la gravidanza e dell’attribuzione di personalità giuridica al feto. Le donne in difficoltà, con qualche dipendenza o con altri comportamenti giudicati a rischio evitano di cercare aiuto, se non quando magari è troppo tardi. Il rischio di finire in galera per “spaccio di sostanze stupefacenti” (nel caso di donne che fanno uso di droghe o alcol) o per maltrattamenti di minore (il feto) non costituisce di certo un incentivo né verso comportamenti meno a rischio né verso la richiesta di aiuto.

Gli ostacoli all’applicazione della legge

Uno dei problemi più grossi per la corretta applicazione del servizio di interruzione volontari di gravidanza (ivg) è, naturalmente, il ricorso massiccio all’obiezione di coscienza.

Come abbiamo detto già molte volte, la media nazionale è oltre il 70 per cento e in alcune regioni arriva al 90 per cento. Alcune strutture non hanno proprio il reparto e nelle città più piccole è sempre più frequente che sia necessario andare altrove perché l’ultimo non obiettore è andato in pensione, è in vacanza oppure è morto.

Ma non c’è solo l’obiezione di coscienza. Ci sono tanti ostacoli alla corretta applicazione di quello che, ricordiamo, è un servizio medico ma che è spesso considerato quasi solo un problema morale. Oppresso dallo stigma e dalla retorica del dolore eterno e necessario.

Internazionale, 26 febbraio 2016.

mercoledì 3 febbraio 2016

La strana alleanza contro la maternità surrogata



È più raro e impopolare, rispetto a qualche anno fa, condannare le unioni civili. Sebbene permangano proteste particolarmente arretrate, la furia si è spostata sulla maternità surrogata. “Gli adulti va bene, ma i figli?”. Schiavitù, sfruttamento, mercificazione, sacralità della madre sono i termini che ricorrono in un dibattito sbilenco e caratterizzato da argomenti emotivi e irrazionali.

La maternità surrogata ha compiuto anche una specie di miracolo: ha messo d’accordo ultraconservatori, prolife, entusiasti o ignari partecipanti al Family day e femministe di tutto il mondo (o almeno alcune di loro). Ieri il comunicato dell’associazione ProVita, “Elisa Gomez: il dramma di una madre surrogata”, e il convegno internazionale per il divieto universale della surrogata, organizzato da alcune associazioni lesbiche e femministe presso l’assemblea nazionale di Parigi, sembravano provenire dallo stesso schieramento. Mano nella mano. Contrari alla surrogata di tutti i paesi, unitevi!

Il comunicato di ProVita sulla conferenza stampa di ieri in senato è perfetto: “Maternità surrogata: voce alle vittime”. Si prende un caso singolo, quello di Elisa Gomez, e lo si rende legge universale.

Accanto a Gomez si elencano parole magiche come “dramma”, “madre” (anche se surrogata – che poi ci sarebbe molto da dire sulla frammentazione della madre e sulla conseguente necessità di intenderci sulle parole che usiamo; la gestazione non è una condizione né sufficiente né necessaria per essere madri), “pittrice, organizzatrice di mostre, terapeuta a fianco di disabili e malati” (perché se faceva la ballerina di lap dance sarebbe stata meno presentabile) e si parla di scelta compiuta per necessità.

Ora, o scegli o sei soggiogato dalla necessità. Ma andiamo avanti.

Il “dramma senza fine” di Gomez è il suo rimpianto. Dieci anni fa ha fatto da portatrice in una maternità surrogata per una coppia gay. Chissà se il rimpianto sarebbe stato diverso con una coppia etero.

Gomez ora è pentita. Consumata dal rimpianto di quella scelta (per necessità, ribadiamo il nonsense).

È il rischio insito nella possibilità di scegliere: pentirsi. Ma cosa significa questo, al di là della storia singola? Quasi nulla. Soprattutto se si evita con cura di citare quante donne hanno scelto (ripeto, scelto) di offrirsi come portatrici e non si sono pentite.

Come non significa nulla tentare la stessa fallace strategia con l’interruzione volontaria di gravidanza (è l’invenzione della sindrome post abortiva) e come non serve in nessun altro caso.

Se Mario si è sposato liberamente e poi ha divorziato e ora è pentito, sono forse da condannare i matrimoni, i divorzi e la facoltà di scegliere? Se ha fatto amicizia con qualcuno che poi l’ha tradito e derubato, dobbiamo salire su una sedia e declamare: “Non fate amicizia con nessuno perché sarete traditi e derubati!”. Anzi, vietiamolo per legge così stiamo più tranquilli.

L’ossessione per la coercizione e l’illusione che sia lo strumento migliore è una malattia recente. Dopo la faticosa conquista delle libertà, assistiamo a un rinculo di bigottismo e paternalismo e moralismo che nemmeno nel ventennio, spesso da parte di chi gode di quelle libertà (in senso formale e sostanziale, negativo o positivo per dirla con Benjamin Constant). Pensare poi che la coercizione possa risolvere tutte le difficoltà è il risultato di una miopia imbarazzante. Qualcosa non vi piace? Vietiamola! Facciamo moratorie universali! Lanciamo petizioni, tanto basta firmare mica serve capire. Se siamo tanti, allora vuol dire che abbiamo ragione! Nemmeno fosse una riunione di condominio.

Internazionale, 3 febbraio 2016.