lunedì 2 novembre 2015

Cosa c’è di vero nell’allarme sulle carni lavorate che provocano il cancro


Alimentazione e salute. Cancro e scarsa familiarità con l’epidemiologia e la valutazione del rischio. Ecco gli ingredienti per un sicuro disastro.
Ancora ci ricordiamo la mucca pazza e le reazioni spropositate alla minaccia. In ogni epidemia, in atto o probabile, ci sono due pericoli: il virus misterioso e mortale e la reazione delle persone, spesso non meno mortale del primo (rivedere Contagion).
Il 26 ottobre un comunicato stampa ha agitato i nostri pasti: Iarc Monographs evaluate consumption of red meat and processed meat.
Ci dobbiamo davvero preoccupare? Ci verrà il cancro per colpa del salame? Seguendo il commento pubblicato su Cancer Research UK, Processed meat and cancer – what you need to know, proviamo a rispondere.
Prima di avventurarci nelle classificazioni e nelle percentuali di rischio, ecco una premessa rassicurante: “Una bistecca, un sandwich con il bacon o un soffice panino con la salsiccia più volte a settimana non è qualcosa di cui preoccuparsi più di tanto. E in generale i rischi sono molto più bassi rispetto ad altre cose legate al cancro – come il fumo”.
Che mangiare molta carne per molto tempo non faccia benissimo lo sapevamo già da molti anni.

Cosa vuol dire rischio (relativo)?

Cosa vuol dire che il rischio aumenta dell’x per cento? Non che se mangiamo carne (quanta, poi?) abbiamo l’x per cento di possibilità di ammalarci (si veda qui e qui).
È un rischio relativo e come tale deve essere valutato. Ecco un esempio specifico.
Nel Regno Unito, su mille persone 61 svilupperanno un cancro al colon nel corso della loro vita. Quelli che consumano meno carne lavorata si ammaleranno in media in numero minore degli altri (56 casi per mille mangiatori scarsi).
Su mille mangiatori più assidui, dovremmo aspettarci che saranno 66 le persone a sviluppare un cancro. Ovvero, dieci in più rispetto al gruppo di mangiatori scarsi.
Tutto questo con condizionali e calcoli probabilistici.
L’epidemiologia non è proprio intuitiva (ed è difficile da applicare al nostro caso specifico). Come non lo è la statistica. Entrambe sono facilmente fonte di isteria se mal comprese (Ged Gigerenzer ha scritto molto sul rischio e su come decidiamo in condizioni incerte).
Per capire poi bene cosa intenda l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) quando afferma che la carne probabilmente fa venire il cancro (e non che lo faccia venire sicuramente) dovremmo anche conoscere e capire le categorie di classificazioni che usa.


La carne lavorata sta nel gruppo 1 di agenti cancerogeni, lo stesso gruppo del fumo e dell’alcol. La carne rossa nel 2. Fa molta più paura di quanta dovrebbe: i gruppi indicano quanto lo Iarc sia convinto che la carne causi il cancro e non quanto sia cancerogena.
La seconda immagine è ancora più importante. L’evidenza che la carne lavorata causi il cancro è forte come quella per il fumo, ma il rischio del secondo è molto superiore.


Insomma, appartenere alla stessa categoria di rischio non significa che il pericolo sia lo stesso.
Se non bastasse, ecco qualche numero: nel 2011 circa 3 su 100 casi di tumore nel Regno Unito sarebbero stati causati da un consumo eccessivo di carne rossa e lavorata (circa 8.800 ogni anno). I casi correlati al fumo sarebbero invece di 64.500, ovvero il 19 per cento di tutti i tumori.
La quantità, ovviamente, è una variabile molto rilevante. Come ricordano i tossicologi, è proprio la quantità a fare la differenza. Anche l’acqua può farci morire se ne beviamo troppa.
Il servizio sanitario nazionale britannico consiglia un consumo di circa 70 grammi di carne al giorno. Quindi se siete preoccupati non è necessario smettere di mangiare carne, ma basta ridurne la quantità e magari alternarla a pollo e pesce. “E così il nostro consiglio sulla dieta è sempre lo stesso: mangiate molte fibre, frutta e verdure; riducete la carne rossa e quella lavorata e il sale; e limitate il vostro consumo di alcol. Potrebbe suonare noioso ma è vero: uno stile di vita salutare ha molto a che fare con la moderazione. Con l’eccezione del fumo: quello fa sempre male”.

Le reazioni

Qualunque sia il modo in cui si presenta una ricerca (secondo alcuni questa sarebbe stata presentata in maniera discutibile), l’esito è sempre il solito.
Prima di tutto si protesta. “Che scandalo, ci vogliono togliere la bistecca!”. Quando l’allora ministro della salute Girolamo Sirchia aveva suggerito le mezze porzioni per ridurre obesità e sovrappeso, le reazioni furono di feroce sdegno – siamo i figli di Antonio, e la promessa delle mezze porzioni che diventano intere per tutti non ce la siamo mai dimenticata. Figuriamoci se siamo disposti a mangiare mezza porzione di carbonara. E d’accordo, non era una proposta geniale.
Poi ci si divide in categorie: l’allarmista e il finemondista, il detrattore e il difensore (#maipiùcarne e #iostoconlapancetta).
Qualunque argomento è buono per sostenere quello in cui si crede già. Il modo in cui ci si alimenta è supportato da una nuova ricerca, che non è stata letta e comunque non capita proprio bene. “Ma perché rischio e pericolo non sono la stessa cosa? Insomma, non fatemi perdere tempo”.
Salami, pancetta, salsicce sono patrimoni nazionali, e non c’è tumore o pericolo che tenga. E poi, come afferma Coldiretti, i nostri prodotti sono più buoni, più belli e più sani di tutti gli altri. Un po’ di patriottismo alimentare!
Il Codacons invece è molto preoccupato e il 26 ottobre “ha deciso di presentare una istanza urgente al ministero della salute e un esposto al pm di Torino Raffaele Guariniello, affinché siano valutate misure a tutela della salute umana. ‘Le risultanze dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non lasciano spazio a dubbi, e individuano le carni lavorate tra le sostanze cancerogene al pari di fumo e benzene […] Per tale motivo chiediamo al ministro della salute, Beatrice Lorenzin, di valutare i provvedimenti da adottare a tutela della popolazione, compresa la sospensione della vendita per quei prodotti che l’Oms certifica come cancerogeni’” (Oms, carni lavorate cancerogene come fumo. Codacons presenta istanza urgente a ministero della salute e PM Guariniello. Valutare la sospensione della vendita in Italia). Chissà cosa hanno letto.
Che poi una soluzione al rischio di farci venire un cancro e alla certezza del culone ce l’aveva suggerita Adnkronos qualche giorno fa: il respirianesimo. “Vivere senza cibo nutrendosi solo di energia. È l’alimentazione pranica, l’ultima frontiera dell’’alimentazione’. Un tipo di disciplina conosciuta anche come inedia o respirianesimo la cui pratica, spesso legata all’immagine di strani santoni indiani o eremiti di epoche passate che, complice anche internet, si sta diffondendo anche in Italia” (Vivere senza cibo, sempre più italiani scoprono il ‘respirianesimo’).

Alcune letture utili

Quello che fa l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc).

The WHO’s new warnings about bacon and cancer, explained, Vox, 26 ottobre 2015.

The Guardian view on meat and cancer: a little of what you fancy will do you no harm, The Guardian, 26 ottobre 2015.

Beefing With the World Health Organization’s Cancer Warnings, The Atlantic, 26 ottobre 2015.

Internazionale, 1 novembre 2015.

venerdì 30 ottobre 2015

Perché il ministero della salute non può sostenere l’omeopatia


Alla fine della scorsa estate il presidente di Omeoimprese, Giovanni Gorga, annunciava l’imminente pubblicazione del suo libro sull’omeopatia: “Elogio dell’omeopatia Giovanni Gorga Cairo Editore in libreria dal 3 settembre. Prefazione ministro della salute”.
Nei giorni successivi avrebbe aggiunto: “Libro per tutti!” e “Non una guida ai medicinali omeopatici, un saggio che svela molte verità…”.
Nelle settimane seguenti c’è stato qualche malumore proprio per la partecipazione di Beatrice Lorenzin. Ognuno pubblica quello che vuole, ovviamente, ma è opportuno che un ministro della salute scriva una prefazione a un libro che elogia l’omeopatia?
Prima ancora di leggere quello che ha scritto Lorenzin, potrebbe esserci un problema di opportunità politica e istituzionale. L’opportunità cioè per un ministro della salute di scrivere una prefazione a un libro che elogia una pratica dubbia, che non può essere definita “cura” perché non esiste alcuna evidenza che curi, cioè che non ci troviamo di fronte a una mera correlazione di eventi. Il pensiero alla base di questa credenza è il seguente: “Ho il raffreddore e ingollo il noto rimedio omeopatico, il raffreddore mi passa, il rimedio omeopatico mi ha fatto passare il raffreddore”.

Il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap) ha scritto una lettera aperta al ministro: “Un ministro della salute ha il dovere istituzionale di comunicare ai cittadini quale sia la posizione della comunità scientifica nei confronti delle terapie disponibili. […] L’omeopatia gode di popolarità e consenso, ma nessuno ha mai dimostrato che essa possa ottenere risultati superiori al semplice effetto placebo, cioè è priva di efficacia specifica”.
Leggere la prefazione (meno di trenta righe) non fa che peggiorare il panorama. Lorenzin comincia dando qualche numero. Undici milioni di persone avrebbero fatto ricorso a “metodi di cura non convenzionali” e poi, riferendosi all’omeopatia in particolare, scrive: “Questa metodica di cura vede ancora aperta la questione del suo riconoscimento”.
Un ossimoro, nella migliore delle interpretazioni. Perché per poter affermare che qualcosa cura dovremmo potere dimostrare che quel qualcosa sia la causa di quell’effetto (la cura). O per usare le parole di Lorenzin, che la questione del riconoscimento non sia ancora aperta.

La libertà di scelta

Ma poi va peggio. Si ricorda infatti che si è “dato seguito al recepimento della normativa di riferimento dell’Unione europea allargandola alla possibilità che i prodotti omeopatici in commercio dal 1996 dovranno essere regolati con procedura semplificata di registrazione entro il 31 dicembre 2018 anche nel rispetto della libertà di scelta riconosciuta ai cittadini e con piena garanzia della sicurezza di questi prodotti per la tutela della salute dei pazienti”.
La libertà di scelta di comprare qualsiasi prodotto e di credere che un rimedio dubbio sia curativo è indiscutibile. Possiamo scegliere anche soluzioni insoddisfacenti o dannose o false, ed è giusto che sia così. Ma il dovere di un’istituzione sanitaria è un altro.
La linea ambigua e ammiccante è confermata dalle righe finali: “Nel nostro paese non esiste alcuna preclusione né ideologica né normativa verso le cure non convenzionali in generale e, in particolare, per l’omeopatia. Quello che ci anima è la consapevolezza che si tratta di una questione di grande rilevanza sociale che può aprire a nuove opportunità di cura”.
Dovrebbe esistere una preclusione scientifica. Quante ricerche ci vogliono per dimostrare che l’omeopatia non cura? In un sistema di risorse limitate – com’è quello sanitario – possiamo permetterci di perdere tempo e soldi sui rimedi illusori? Possiamo affidarci al pensiero magico e al sospetto intrinseco verso Big pharma? Il sospetto è sempre legittimo e benefico se significa attenzione verso eventuali abusi o errori, ma il complottismo è un’altra cosa e anche i prodotti omeopatici sono confezionati da industrie e non da associazioni filantropiche.
Certo, affermare che l’omeopatia sia acqua fresca non è popolare. Tutti quelli che dicono “Con me ha funzionato!” non sono pronti a riconoscere che quanto è successo loro è placebo o remissione spontanea, e comunque non l’effetto della causa omeopatica.
“Cure non convenzionali”, poi, è un modo seduttivo per dire “rimedi che non abbiamo potuto dimostrare essere in grado di curare ma che hanno fatto bene a mio cugino, non è detto che siano ripetibili e non siamo in grado di dimostrarne il potere di causazione”.

Un problema di definizione

C’è anche un problema di definizione. Cos’è l’omeopatia? Spesso la si scambia con altro, contribuendo così alla confusione. La vera omeopatia è acqua (o meglio, la memoria dell’acqua), cioè l’idea che di un principio attivo ormai annullato dalle diluizioni possa restare la “memoria” di come funzionava quand’era presente in dosi tali da poter funzionare. È una credenza non fondata, dimostrata più volte essere tale. Quello che funziona è al più analogo all’effetto placebo.
E qui siamo sulla soglia di un perfetto paradosso morale: se è placebo, chi lo assume non deve sapere che non sta assumendo un principio attivo; se lo sapesse il placebo evaporerebbe (perché è proprio la credenza che io stia assumendo un farmaco a funzionare come se fosse un farmaco). Ma chi vuole prendersi la responsabilità (morale e legale) di ingannare un paziente? Chi ha voglia di “curare” qualcuno dandogli acqua fresca, rischiando magari di farlo morire? Finché è un raffreddore i rischi sono molto limitati, ma con patologie serie l’illusione di curare può essere molto pericolosa.

L’omeopatia non è una cura, nemmeno non convenzionale. Uno degli ultimi studi in merito è quello del Consiglio nazionale della salute e della ricerca medica australiano dello scorso marzo.
Gorga nel suo Elogio della omeopatia dedica un paragrafo anche alla “medicina antroposofica”, ovvero quella bizzarra disciplina che si fonda sul principio che “ogni organismo è regolato non solo dalle leggi chimico-fisiche, ma anche da tutte quelle leggi che stanno a fondamento delle manifestazioni psichiche e spirituali nell’uomo, nella natura e nell’universo stesso”. E l’uomo sarebbe caratterizzato da quattro parti “che si trovano in relazione con gli elementi del cosmo e della natura in senso lato: prima di tutto il corpo eterico in relazione con il regno vegetale, a seguire il corpo astrale in relazione al regno animale e, per concludere, il corpo spirituale, l’io che distingue ogni uomo da un altro”. Vi fidereste davvero di un curatore che si ispira a princìpi del genere? Sono scelte individuali, ma se una “medicina” come questa ottiene un qualche riconoscimento istituzionale non è più una questione di libertà personale.

Insomma, confidare in un flacone di acqua e scambiarlo per un farmaco è molto pericoloso. Non solo denota difficoltà a distinguere tra processo di causazione e correlazione, fatica nel capire l’insensatezza (anche statistica) nel ripetere a ogni obiezione “a me ha fatto passare il raffreddore!”, ma in presenza di patologie serie e che non hanno una remissione spontanea (spesso scambiata per l’effetto di quelle pillole omeopatiche) si ritarda la cura, e gli esiti possono essere molto dannosi o addirittura fatali.
Tutti sono liberi di affidarsi a prodotti omeopatici o di curarsi con il veleno di scorpione, ma le istituzioni dovrebbero evitare di ammiccare a rimedi dubbi e a metodi che non sono tali.

Intoppi cognitivi

Che siano in tanti a farne uso (l’Istat parla del 4 per cento degli italiani) non è rilevante, come non lo è che molte farmacie ne siano invase. L’omeopatia è una moda, per i produttori un commercio molto florido, per i credenti una forma di cura più “naturale” e meno aggressiva della perfida medicina basate sulle evidenze scientifiche.
La fiducia che fenomeni come l’omeopatia riescono a suscitare è il risultato di molte componenti e di intoppi cognitivi radicati nel nostro sistema nervoso, adatto a un mondo molto più semplice di quello in cui viviamo. Le credenze più resistenti crollano davanti agli studi condotti con metodologie rigorose, ma possiamo accorgercene solo a patto che accettiamo quel rigore e non lo scambiamo per un piano ordito dalle multinazionali del farmaco per sabotarci e per farci ammalare, così poi possono arricchirsi (vi siete mai chiesti come se la passano i produttori omeopatici?).
Nemmeno il numero dei consumatori è così alto come in genere si crede. Secondo il servizio sanitario nazionale britannico negli ultimi anni c’è stato un declino, passando da oltre 160mila prescrizioni a metà degli anni novanta alle meno di 20mila nel 2012.
I numeri comunque non hanno mai fatto funzionare qualcosa che non funziona. È un pensiero magico collettivo, affascinante antropologicamente ma inattivo proprio come un principio omeopatico.

Internazionale, 29 ottobre 2015.

venerdì 23 ottobre 2015

Quanto ci costano le frodi scientifiche


Quanto ci è costato il caso Stamina, cioè la frode di Davide Vannoni? E quali sono gli effetti, ancora oggi, delle bugie di Andrew Wakefield sui vaccini che causerebbero l’autismo? Quanto costa, in generale, ritrattare un articolo scientifico o denunciare una manipolazione? Quali sono le conseguenze e come si può ridurre il numero di ritrattazioni? Sono aumentate le frodi o è migliorato il meccanismo di controllo?

Non è facile rispondere in modo esaustivo, ma la cattiva condotta scientifica è un problema molto serio.
Scandali, truffe, manipolazioni, plagio, distorsioni cognitive – insomma, errori intenzionali oppure no. Il costo di tutto questo è enorme. E non è solo economico. Negli Stati Uniti la stima è di 58 milioni di dollari per le ritrattazioni tra il 1992 e il 2012. Per ogni articolo quasi 400mila dollari. E sono solo i costi economici diretti. Quelli indiretti e quelli non meramente economici sono più difficili da calcolare e a volte pesantissimi.

Bastano pochi esempi per capirne la portata. Tra i più malefici c’è proprio la truffa di Wakefield, ancora troppo spesso scambiata per la denuncia di un pericolo reale.
E così, nonostante il suo paper sia stato ritirato e Wakefield non possa esercitare nel Regno Unito, nonostante sia stato scoperto un conflitto di interesse (mentre accusava il vaccino trivalente di causare l’autismo cercava di metterne a punto uno lui), e soprattutto non sia stato possibile dimostrare alcun processo di causazione tra vaccini e autismo, molte persone continuano a essere spaventate e alcuni tribunali considerano risarcimenti e responsabilità.

Quanto costa non vaccinare i propri figli esponendoli al rischio di contrarre patologie evitabili? Quanto costa avere paura di un fantasma?
Potremmo citare il multitrattamento Di Bella o la fusione fredda, se vogliamo guardare agli anni passati. Poi ci sono gli eroi della ricerca caduti in disgrazia, come Hwang Woo-suk, e i collezionisti, come Diederik Stapel che è arrivato a 57 ritrattazioni. Per ora.

Che fare?
Una delle soluzioni è definire meglio cosa non va fatto e come non farlo, ovvero mettere a punto delle linee guida di buona condotta.
Il metodo scientifico non è intuitivo, e per chi non accetta questa premessa può sembrare perfino puntiglioso e a volte crudele. La nostra volontà non conta, né il nostro impegno. A volte si può inciampare in errori che sono determinati dal desiderio di trovare una soluzione. Fallire o non raggiungere i risultati sperati può far perdere la lucidità necessaria e far cadere in trappole cognitive.
Alle condotte più evidentemente cattive, come la fabbricazione di dati e risultati, la falsificazione e il plagio, si devono aggiungere le condotte ambigue, rischiose, non proprio cattive insomma, ma dubbie, le distorsioni inconscie e gli sbagli in buona fede.
Il conflitto di interesse – come nel caso Wakefield – non è una prova di colpa, ovviamente, ma è qualcosa che va dichiarato perché nella migliore delle ipotesi costituisce una distorsione, cioè un intoppo nella correttezza del processo.

In molti paesi sono state definite delle linee guida o create agenzie destinate al controllo delle condotte scientifiche (alla nascita di Retraction watch, nell’agosto 2010, i fondatori si erano domandati: avremo abbastanza materiale?)
L’Italia era rimasta finora colpevolmente indietro, ma la commissione per l’etica della ricerca e la bioetica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha elaborato le Linee guida per l’integrità nella ricerca.
Per integrità nella ricerca si intende l’insieme dei princìpi e dei valori etici, dei doveri deontologici e degli standard professionali sui quali si fonda una condotta responsabile e corretta da parte di chi svolge, finanzia o valuta la ricerca scientifica nonché da parte delle istituzioni che la promuovono e la realizzano. L’applicazione dei princìpi e dei valori e il rispetto della deontologia e degli standard professionali sono garanzia della qualità stessa della ricerca e contribuiscono ad accrescere la reputazione e l’immagine pubblica della scienza, con importanti ricadute sullo sviluppo della stessa e sulla società.
I cinque princìpi fondamentali sono dignità, responsabilità, equità, correttezza, diligenza.
Questi princìpi racchiudono, ineriscono o sono correlati ad altri princìpi e valori etici, quali in primo luogo: l’onore e la reputazione delle persone e la lealtà verso gli altri e verso le istituzioni; la libertà di ricerca scientifica; l’onestà, il rigore, l’affidabilità e l’obiettività nella conduzione della stessa; l’indipendenza di giudizio, la trasparenza, l’atteggiamento aperto ed equanime, la valorizzazione del merito, la reciprocità e la cooperazione con gli altri nell’adempimento dei proprio compiti; l’imparzialità, la pertinenza, la vigilanza coscienziosa e l’efficienza nell’utilizzazione delle risorse; la responsabilità sociale e quella verso le generazioni future.
Ogni ricerca è costituita da diverse fasi: la pianificazione, la realizzazione, la comunicazione dei risultati. In ogni fase si possono compiere errori o frodi. Si può essere irresponsabili o disordinati, si può essere tentati dalle strade più semplici o non rispettare il lavoro e il ruolo dei colleghi. È uno sforzo continuo di controllo e di autocontrollo, un processo di equilibrio tra correttezza metodologica e integrità morale.
Fanno parte delle buone pratiche anche l’evitare di moltiplicare gli articoli pubblicati e la correttezza nel citare chi ha lavorato alla ricerca, così come il dovere di segnalare eventuali errori, imprecisioni o conflitti di interesse non rivelati.

Non esiste par condicio nella scienza

Di particolare utilità potrebbe rivelarsi la sezione dedicata alla comunicazione pubblica e alla divulgazione dei risultati, considerate le difficoltà di interazione tra il mondo degli esperti e quello del pubblico e la seduzione esercitata dai complotti e dalle riduzioni a “è tutta colpa di Big pharma”.
Un principio che tutti dovrebbero adottare è il seguente: “Una chiara e aperta distinzione viene operata tra la comunicazione di opinioni personali e quella di opinioni professionali basate su pubblicazioni già passate al vaglio della revisione paritaria e/o su dati ottenuti con metodi generalmente accettati dalla comunità scientifica, codificati da criteri documentati e documentabili, e la cui efficacia, attendibilità e margine di errore siano stati accertati sperimentalmente”.

La scienza non può e non deve rispettare la par condicio, non deve cioè ammettere l’equivalenza di tutte le opinioni perché alcune non sono davvero tali (il geocentrismo, l’omeopatia, Stamina e tante altre cure miracolose).
La scienza è la risposta migliore, anche se a volte sbaglia e se alcuni ricercatori sono sedotti da condotte immorali e fraudolente. Trasformare però gli errori e le truffe in una condanna nei confronti della scienza è dannoso e irrazionale.
Le buone pratiche scientifiche potrebbero non solo avere l’effetto di ridurre il numero di ritrattazioni, ma contribuire alla ricostruzione di un rapporto di fiducia con lo strumento più efficace che abbiamo per trovare soluzioni e risposte. E le Linee guida del Cnr possono avviare un dibattito rimandato troppo a lungo.

Internazionale, 23 ottobre 2015.

mercoledì 2 settembre 2015

Anche le donne cattoliche abortiscono


Sono sempre stata molto affascinata dalla confessione. Da quell’idea di perdono onnicomprensivo e soprattutto anticipatorio: sto per fare questa cosa non proprio morale o dichiaratamente ripugnante, poi tanto chiedo perdono. Per magari ricominciare il giorno dopo, in un eterno ripetere di abusi e peccati mondati.
Alcuni prendono il perdono molto sul serio. E a volte è davvero un nobile gesto, è forse anche qualcosa di saggio, soprattutto quando siamo noi a dover perdonare. Mantenere risentimenti è faticoso e inutile.
Ieri papa Bergoglio ha detto che in occasione dell’imminente giubileo le donne che hanno abortito potranno essere perdonate. Non è una novità perché già accadeva in alcuni periodi dell’anno. Tuttavia ci sono alcune novità tecniche: ogni sacerdote può perdonare (si legga qui).

Una fetta di torta

Ma che cosa vuol dire? Che si devono pentire, d’accordo. Cioè che non lo rifarebbero mai? E come lo si garantisce? E se poi lo rifanno? È facile, poi, dirlo ora per ieri. Il revisionismo delle circostanze passate che ci hanno portato a fare o a non fare qualcosa è una tentazione irresistibile. Non ci capacitiamo di non aver resistito a quella fetta di torta. Non ci spieghiamo come mai non siamo andate in palestra. Pensare che era pure lunedì!
Molti dei presunti ripensamenti rispetto all’aborto non sono che effetti di un ricordo parziale. Moltissimi sono semplicemente falsi: la maggior parte delle donne che ha scelto di abortire non se ne pente e non soffre necessariamente per tutta la vita. Molte donne abortiscono e stanno bene.
Manco a dirlo, il giudizio papale nei confronti dell’aborto è immutato: “Il dramma dell’aborto è vissuto da alcuni con una consapevolezza superficiale, quasi non rendendosi conto del gravissimo male che un simile atto comporta”. D’altra parte se non fosse un peccato terribile, una “sconfitta” e “un dramma esistenziale e morale” non ci vorrebbe il perdono.
Le donne che hanno abortito – anche questo è piuttosto ovvio e prevedibile – hanno subito condizionamenti. Ovvio e prevedibile appunto, e purtroppo condiviso da molti che non sono o non si considerano cattolici rispettosi delle gerarchie. L’aborto come una lettera scarlatta. Chi ammette questa visione semplicistica secondo cui ogni aborto è un dramma e un fallimento morale, ammetterà anche un rimedio altrettanto semplicistico. Hai abortito? Ti perdono.
L’aspetto un po’ più complicato riguarda l’assoluzione dal peccato di aborto verso “quanti lo hanno procurato”. Vale solo per i medici che hanno smesso di eseguire aborti? O pure per loro si può aprire una stagione di peccati e assoluzioni, così possiamo metterci tutti l’anima in pace?
Il conflitto tra essere cattolici e compiere peccati rimane intatto e nessun perdono potrà scalfirlo. A meno che non si ammetta di poter essere cattolici anche senza seguire la gerarchia. Fino a quando si rimane cattolici? È ammesso un qualche spazio di autonomia e di indifferenza ai comandamenti?

Internazionale, 2 settembre 2015.

venerdì 19 giugno 2015

Nessuno combatte le allucinazioni degli omofobi


Alla fine di maggio ricevo un invito a una conferenza stampa prevista per il 4 giugno per presentare
un progetto relativo al Portale di documentazione Lgbt, uno strumento che permetterà una maggiore condivisione di tutta la documentazione scientifica sulle complesse tematiche Lgbt. L’iniziativa, organizzata dal Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio dei Ministri – Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali e dal comune di Torino si inserisce nell’ambito della Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere 2013-2015 che costituisce il punto di riferimento del lavoro svolto dal Dipartimento per le pari opportunità e che definisce in modo molto semplice e schematico le misure specifiche da mettere in campo per promuovere la parità di trattamento e dare un forte impulso a quel processo di cambiamento culturale così fortemente auspicato, ma ancora non pienamente raggiunto. Il portale che sarà presto online, è inserito come misura all’interno dell’asse comunicazione della strategia nazionale Lgbt, e oltre a rafforzare l’azione di diffusione e implementazione delle buone prassi, intercetterà e raggiungerà in modo capillare i bisogni di tutti coloro che sono interessati alla tematica Lgbt offrendo a essi una risposta adeguata, grazie alla documentazione scientifica raccolta e organizzata in maniera semplice e puntuale”.
Penso: “Peccato, non posso andarci”. Poi mi consolo leggendo che “presto” sarà tutto online. I vantaggi della tecnologia! Ma perché presto e non subito? E perché a più di dieci giorni dalla conferenza nulla è online? Perché si fa una conferenza per presentare un portale senza portale e cosa significa “che sarà presto online”? Presto quando? I materiali ci sono, quindi qual è la ragione di questo ritardo?

Proviamo a capirlo.

Il 9 giugno scrivo all’Unar e a RE.A.DY, Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (che ha collaborato alla realizzazione del portale), chiedendo quando sarà online il materiale.

Mi risponde l’Unar: “Per alcuni dettagli tecnici ancora non si sa quando sarà messo online il portale. Si è in attesa di specifiche autorizzazioni. Speriamo al più presto”.

A parte la speranza, non ne so più di prima.

Cercando in rete notizie al riguardo, trovo i commenti di alcune associazioni sugli impegni presi l’anno passato dalla ministra dell’istruzione, dell’università e della ricerca Stefania Giannini: “Abbiamo appreso con sconcerto che tutte le azioni originariamente previste in quest’ambito sono state cancellate su richiesta e iniziativa del ministero dell’istruzione. In particolare i momenti di formazione dei dirigenti scolastici sui temi del bullismo omofobico e transfobico verrebbero eliminati in favore di non meglio precisati interventi contro tutte le discriminazioni che devono essere ancora persino immaginati”.

Sulla giornata “disastrosa” c’è anche un comunicato stampa delle associazioni Lgbt convocate a Roma lo stesso pomeriggio della conferenza stampa: “Delle 17 misure previste dall’Asse educazione e istruzione in sostanza è stata attuata concretamente e parzialmente una sola (il corso di formazione per le figure apicali tenutosi il 26 e 27 novembre 2014, dove tra 41 partecipanti vi era un solo direttore di un ufficio scolastico regionale), tutto il resto è rimasto sulla carta”.


Andrea Maccarrone, presidente del Circolo Mario Mieli, mi racconta che alcune associazioni erano state convocate nel 2013 per far parte del piano di strategia triennale Lgbt, azione prevista dal governo e in collaborazione con il Consiglio d’Europa. Il piano prevedeva quattro assi di intervento: scuola, sicurezza e carceri, lavoro, comunicazione e mezzi d’informazione. Il portale Lgbt faceva parte di questo progetto (si veda Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere 2013 – 2015).
Sulla scuola è sempre stato molto difficile e ci sono state molte proteste, come quelle di Manif pour Tous [un’associazione che si oppone all’uguaglianza dei diritti ed è promotrice del Family day del prossimo 20 giugno]. L’11 luglio 2014 siamo stati convocati dalla ministra Giannini. Davanti alle principali associazioni si era impegnata personalmente a far ripartire la formazione e le azioni previste dall’autunno successivo. In autunno si sono svolti altri due incontri con i funzionari del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur). Nell’ultimo, le associazioni sono state escluse perché, non essendo enti formatori, non avevano titolo. In parte sono poi rientrate in nome di alcune ‘buone pratiche’ che potevano essere recuperate. Poi tutto si è fermato. Nel pomeriggio del 4 giugno ci è stato comunicato che il ministero ha deciso di cambiare strategia. Non c’era nessun rappresentate ufficiale del Miur, ma l’Unar e RE.A.DY ci hanno detto che non ci sarebbe stato un piano specifico sull’omofobia e sulla transfobia, ma sul bullismo e sulla discriminazione in generale. Tutto questo senza precisare né i tempi né le modalità. Sembra che, per evitare attacchi frontali sull’omofobia, si voglia nasconderla in un generico piano contro tutte le discriminazioni. D’altra parte, ci è stato detto, gli omofobi hanno raccolto 180mila firme, e mica sono poche! Peccato che la tutela delle minoranze non dovrebbe essere stabilita in base al numero di firme raccolte contro la tutela stessa”.
In effetti basterebbero poche analogie per cogliere l’insensatezza di una simile giustificazione. Se arrivano le proteste dei mariti che picchiano le mogli? Quante firme servono per cominciare a pensare che forse la violenza domestica non è poi così sbagliata? O se si fosse dato retta alle proteste degli schiavisti? O di chi non voleva autorizzare l’accesso delle donne al voto e a certi lavori?

E così via con tutti gli esempi che ci vengono in mente rispetto ai tentativi, riusciti o falliti, di garantire a tutti gli stessi diritti e la stessa protezione (che a volte passa inevitabilmente per un’apparente maggiore protezione quando parliamo, appunto, di minoranze oggetto di violenza specifica).

La maggioranza non ha sempre ragione

Non si ripeterà mai abbastanza che alcune questioni non dovrebbero essere messe ai voti come si fa riguardo al colore con cui ripitturare la facciata del palazzo in cui vivete.

L’ultimo commento è apparso pochi giorni fa su Slate e paragona la questione del matrimonio egualitario con il divieto di quello interrazziale negli Stati Uniti ( il 12 giugno è stato il 48º anniversario della sentenza Loving v. Virginia che ha cancellato di fatto la discriminazione d’accesso al matrimonio). Ma potremmo ripescare anche il commento sul referendum in Irlanda o molti altri.

Il concetto tuttavia è facile: la maggioranza è un meccanismo che può andar bene – o può essere la soluzione meno insoddisfacente – su alcuni argomenti, ma non sui diritti civili e sulla giustizia. Perché se la maggioranza votasse a favore del ripristino della schiavitù, la farebbe forse diventare moralmente ammissibile? E dovremmo renderla di nuovo legale?

Non solo. “Secondo il progetto iniziale”, aggiunge Maccarrone, “il portale Lgbt doveva essere aggiornato da una redazione. I contenuti iniziali ci sono, ma sarebbero comunque fermi perché i contratti della redazione sono scaduti proprio il giorno della conferenza stampa. Quindi se anche sarà messo online, sarà un sito nato morto. La voce ‘aggiornamento del sito’, secondo l’Unar, andrà in un nuovo e futuro bando. Da ora ad allora, nella migliore delle ipotesi, ci sarà un sito fatto di contenuti non aggiornati. Mi sembra una scelta perfetta: abbiamo fatto il portale, ma non lo mettiamo online così non diamo troppo fastidio…”.

Che cosa è successo? E che cos’ha da dire il ministero? Scrivo alla caposegreteria del Miur, Elena Actis, chiedendo se ha qualche commento da fare. A oggi nessuna risposta.

Intanto il 12 giugno il Miur pubblica un comunicato: Scuola, Giannini: “Stanziati 93,2 mln per l’autonomia e il potenziamento dell’offerta formativa, il 66 per cento in più rispetto al 2014”. Andando a guardare i finanziamenti si possono leggere i destinatari e inferire le gerarchie: “5,2 milioni per la promozione dell’educazione alimentare, con particolare riferimento ai progetti legati ad @Expo2015Milano; 3 milioni per la promozione dalla cultura del Made in Italy; 1 milione per un piano nazionale contro bullismo e cyber-bullismo; centomila euro per i laboratori tecnologici e scientifici”.

Non saprei che cosa possa essere la cultura Made in Italy, ma deve essere più importante del piano nazionale verso un generico bullismo e cyber-bullismo (speriamo non ispirato al glossario dei comportamenti devianti a cura del Ministero della giustizia, secondo il quale il sexting è una condotta deviante e bannare è un comportamento a rischio) e dei laboratori tecnologici e scientifici.

Non sembra necessario spiegare perché è importante che ci sia un asse scolastico. Ma se non fosse evidente possiamo ripescare le dichiarazioni del direttore dell’Unar. A metà maggio, riferendosi al ddl omofobia (un altro oggetto misterioso finito nel limbo politico, ma che sarebbe una creatura bizzarra in un sistema giuridico che mantiene una discriminazione su matrimonio, adozioni e famiglia), aveva sottolineato che non basta la normativa ma serve un cambiamento culturale.

E come si fa? La scuola sembra essere proprio un interlocutore privilegiato, ed è per questo che alcune delle liti più furiose si svolgono lì. Dall’ideologia del gender all’educazione sessuale, la scuola è oggetto di interesse maniacale da parte degli ultraconservatori.

Il lavoro Lgbt e la discriminazione

Per tornare ai contenuti del progetto che rimane sospeso in una speranzosa attesa da Nessuno scrive al colonnello, ci sono questioni importanti e ancora più sotterranee dei matrimoni o delle adozioni, che pure versano in condizioni pessime.

Come, per esempio, cosa accade sul lavoro e com’è messo il welfare per i cittadini invisibili o visibili solo a metà. Rispetto al lavoro, Tiziana Vettor (docente di diritto del lavoro all’università di Milano Bicocca) ci ricorda che lo specifico strumento normativo solleva molte domande.

La tutela delle persone omosessuali è stata introdotta con un decreto legislativo nel 2003, con il quale il legislatore ha attuato la direttiva europea 78 del 2000 per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, da intendersi come “assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età o dell’orientamento sessuale”.

Per effetto dell’attuazione della direttiva europea, modificata in seguito a una procedura di infrazione della Commissione europea contro l’Italia, allo statuto dei lavoratori sono stati aggiunti un esplicito divieto di discriminazione (diretta o indiretta) basata sull’orientamento sessuale e la nullità del licenziamento discriminatorio.

Nel dominio della discriminazione rientrano sia le molestie sia tutte quelle circostanze dirette a creare un clima intimidatorio e ostile. Ci sono molti aspetti tecnici, ovviamente, ma il senso e l’intenzione sono chiari: introdurre l’orientamento sessuale tra le possibili condizioni di debolezza del lavoratore e prevedere degli strumenti di difesa e protezione.

Fin qui tutto bene, ma l’applicazione è pressoché inesistente. Lo specifico strumento normativo previsto a tutela delle persone omosessuali, sottolinea Vettor, ha avuto infatti una scarsa applicazione in sede giudiziale, tanto che risulta reperibile un’unica pronuncia resa dal giudice del lavoro di Bergamo, poi confermata in sede d’appello dalla corte di Brescia.

Era il caso di un noto avvocato che aveva dichiarato nel corso di un programma alla radio di non voler assumere nel proprio studio avvocati, collaboratori o lavoratori omosessuali.

Perché ci sono così poche cause? I luoghi di lavoro sono più tolleranti e pluralisti del resto della società e del parlamento (ricordiamo che in assenza di una vera parità il sistema giuridico è intrinsecamente discriminatorio)? Dichiarare il proprio orientamento sessuale significa rischiare? Denunciare una discriminazione è troppo pericoloso? Oppure in un luogo dove dovrebbe valere la competenza, l’orientamento sessuale passa in secondo piano?

Non sono io che discrimino, sei tu che non meriti l’uguaglianza

I ritardi, le mancate inaugurazioni online, i dettagli “tecnici” (o politici?), l’assenza di leggi che garantiscano l’uguaglianza sembrano essere tutti segni di una pigrizia istituzionale ingiustificabile. A questo bisogna aggiungere le ipotesi di approssimazione: si fa una conferenza e non si è pronti per mettere online quello che viene presentato o c’è qualche altro ostacolo “tecnico”. E sull’asse scuola? Anche lì c’è una dimenticanza oppure una scarsa volontà di resistere alle proteste ultraconservatrici?

E ancora: c’è qualcosa da fare? Forse scrivere all’Unar (unar@unar.it) per chiedere che sia messo online il Portale di documentazione Lgbt (magari mettendo in cc la consigliera del presidente del consiglio dei ministri in materia di pari opportunità, Giovanna Martelli) e al ministero (caposegreteria.ministro@istruzione.it) per chiedere le ragioni del presunto cambiamento di programma o un piano dettagliato su omofobia e transfobia.

Se la lentezza, la procrastinazione e le presunte violazioni delle promesse sono dovute alle proteste ultraconservatrici (il 20 giugno si svolgerà il secondo Family day, in difesa della famiglia “naturale” che nessuno sa cos’è e soprattutto nessuno vuole attaccare) forse è anche il caso di protestare contro chi lamenta pericoli inesistenti – primo tra tutti, la temibile ideologia del gender – e combatte con tutte le forze contro l’uguaglianza e i tentativi di eliminare o ridurre razzismo, omofobia, transfobia e le altre forme di violenza e ignoranza (questa è una lettura istruttiva: “Mi sono sentita come un’ebrea ad un’adunanza nazista degli anni ’20”).

E forse è anche il caso di conoscere il dubbio uso di storie personali e di foto nel video che promuove la manifestazione del 20 giugno alla voce “Difendiamo i nostri figli. Stop gender nelle scuole”.

Leelah Alcorn era una diciassettenne transgender che si è uccisa nel 2014. Come scriveva qualche giorno fa Sergio Lo Giudice, “è una violazione intollerabile della sua memoria che le sue immagini vengano utilizzate per promuovere paura e disprezzo verso altri ragazzi e ragazze. Voi ‘difensori dei vostri figli’, ricordate che Leelah era una di loro, uccisa dalla sfortuna di essere capitata in una delle vostre famiglie”.

Il Family day si svolgerà perché ci sono alcuni che vogliono difendersi dai fantasmi degli attacchi contro le famiglie, quelle vere e tradizionali, in un’ottica claustrofobica e presuntuosissima. Se fosse tutto qui – ognuno “si difende” da quello che vuole, anche dalla propria ombra – ci sarebbe da sorridere e scrollare le spalle. Ma il Family day è solo un frammento in uno scenario abbastanza spaventoso. Il vicariato, nel frattempo, invita i professori di religione ad accorrere in piazza, mentre il comune di Civitanova Marche dà il patrocinio a iniziative discutibili e allucinatorie.

Non mancano solo le leggi, ci sono troppi spazi occupati da individui che non ammetterebbero mai di essere discriminatori e che non vedono o non vogliono vedere che le loro paure sono infondate. Ma in fondo hanno ragione, non sono mica loro a essere razzisti, sono quegli altri che sono negri.

Internazionale, 17 giugno 2015.

sabato 30 maggio 2015

Educazione sessuale in Molise

Il sesso anale è una delle cose più sopravvalutate al mondo, aveva detto qualche anno fa Christopher Hitchens.

È stato un sollievo poter usare Hitch per declinare le richieste, senza sembrare troppo conservatrice, quando pensavo «non osare nemmeno mettermi un dito nel culo, figuriamoci altro». Il sesso anale è più difficile da collocare del sesso orale: viene prima o dopo l’accoppiamento? È una domanda di una certa rilevanza quando ti intrattieni per la prima volta con qualcuno, anche perché quel qualcuno si farà un’idea su di te in base alla tua disponibilità e al tuo ordine gerarchico. Sarò troppo mignotta se acconsento al sesso anale alla prima richiesta? Devo aspettare almeno fino al terzo appuntamento? E se non mi piace mi prenderà per una suora?

Esiste anche una specie di legge universale dei questuanti: più stanno in fissa a volere il tuo culo, più si infastidiscono se, dopo aver fatto quella ritrosa e annoiata, nella foga finisce un tuo dito nel loro culo. A quel punto le educande scandalizzate sembrano loro. Se viene prima il pompino o l’amplesso dipende anche da quanti anni abbiamo e da dove siamo cresciute. Per tutte quelle nate intorno agli anni 70 il sesso orale era molto più intimo del fare sesso con qualcuno. Era rarissimo cedere alle richieste insistenti dei nostri primi fidanzati prima di esserci andate a letto. Durante una vacanza estiva, ho scoperto che per le ragazze americane il pompino era un'attività che quasi non si negava a nessuno e quando dicevo loro «ma è molto intimo!» con una smorfia di sgomento mi guardavano come se fossi stata scema. E forse lo ero.

Mia madre il sesso orale non l’ha mai nemmeno nominato – nemmeno mio padre – e chissà da dove veniva quell’angusta idea sui pompini. Non credo di essermi mai domandata dove andasse piazzato il cunnilingus, forse perché non sembrava nemmeno qualcosa di sessuale.

Senza l’internet e YouPorn, le informazioni a disposizione erano scarse e molto approssimative. L'iniziazione sessuale era complicatissima. A cominciare dal primo bacio e dalle prime volte che avevo lasciato infilare le mani di un tizio che mi aveva mandato un biglietto «ti vuoi mettere con me?» sotto la maglietta e dentro i pantaloni troppo stretti. L’imbarazzo delle prime volte era pari solo alla scomodità dei vestiti e dei luoghi.

Mentre gli adulti erano preoccupati per la Guerra fredda e per Chernobyl, io non avevo ancora baciato nessuno. Durante l’estate dopo l’incidente nucleare, abbiamo trascorso qualche giorno nella campagna molisana. La casa era di una cugina di mio padre ed era talmente grande da sembrare disabitata. La cosa più divertente da fare era andare con il cane da caccia del marito della cugina a tirare sassi in un laghetto artificiale. Durante una di queste passeggiate ho incontrato un ragazzino che viveva qualche centinaio di metri più giù. Dopo qualche tiro e un paio di giri del laghetto, il ragazzino aveva detto che doveva andare, dandomi appuntamento al pomeriggio successivo. Non era il mio tipo – ammesso che esistano queste cose – ma tirare sassi in due mi sembrava meno noioso di farlo da sola. E poi sarebbe stato perfetto per esercitarmi a baciare: pochi giorni dopo sarei partita e non lo avrei visto più. Quel pensiero lo avevo fatto subito, ma poi mi ero rimproverata per l'audacia e avevo deciso di fare finta di niente. Il giorno dopo avevo perciò manifestato sorpresa quando mi aveva baciato. Una donna deve essere ritrosa e il sesso, per carità, è quasi un dovere.

IL #71, maggio 2015.

mercoledì 27 maggio 2015

Miss Università imbarazza tutti tranne il rettore


Mentre il concorso di miss Italia rischia il fallimento per la noia mortale, ecco che dopo quattro anni di interruzione ricomincia miss Università. Me ne sono accorta colpevolmente in ritardo.

Ma non è mica solo una miss di bellezza, lo è pure di sapienza. Allora non si tratta solo di culi (non è mai solo così)! Si tratta anche di esami e medie alte, cosa credete?

Dal sito del Billions, la sala da gioco – anzi, la “luxury gaming hall” – dove si è svolta la kermesse lo scorso 6 maggio, ci rassicurano: “Nel corso della serata finale verranno anche assegnati i Titoli Nazionali di: Miss Matricola, Miss 30 e Lode, Miss Facoltà, Miss Ateneo, Miss Cultura, Miss Cervello, Miss Fotogenia”.

C’è un tripudio di maiuscole e la grafica pare quella dei capodanni di provincia di fine anni ottanta.


La fiera – ci informa Roma.it – si è svolta “al cospetto di una prestigiosa Giuria” (sic, ma è copiato dal sito del “prestigioso” locale) presieduta dal magnifico rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio. La giuria era composta da:
Prof. Maurizio Saponara, Adriana Pannitteri del Tg1, la giornalista Rai Anna La Rosa, la bellissima attrice e presentatrice Sofia Bruscoli, il Giudice della Corte di Assise di Roma Paolo Colella, Livio Leonardi, capostruttura e autore Rai Uno, il Prof. Antonio Sgadari dell’Università Cattolica Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma, il Prof. Walter Scognamiglio presidente ASFOL UNIPEGASO, referente di Roma, il Marchese Paolo Dentice di Accadia, il Conte Manfredi Mattei Filo della Torre, Luigi Fantozzi, chirurgo plastico presso il centro “LaCLINIQUE” di Roma EUR, Giovanni Salvini, chirurgo al Fatebenefratelli Isola Tiberina, Toni Santagata, che ha anche cantato due canzoni graditissime dal pubblico, il presidente Ernesto Carpintieri e il consigliere Ugo Mainolfi dell’Aerec, Gabriella Sassone, Francesco Giancaspro, Niki Kiki e lo scrittore Vincenzo Di Michele.
Guardando le foto sembra di stare in un brutto film degli anni cinquanta dove, a fine serata e con le inibizioni allentate dal vermut, appena scivola una spallina di una fanciulla tutti gli uomini in là con gli anni si girano e non smettono di guardare quei centimetri di carne lussuriosa.

Se non è abbastanza la descrizione della giuria, sappiate che “l’impeccabile ospitalità del Billions ha contribuito a rendere l’evento meraviglioso. A tutte le concorrenti è stato consegnato un coupon omaggio presso il Centro LaCLINIQUE, di Roma Eur. LaCLINIQUE, sponsor ufficiale dell’evento, con oltre ventimila interventi effettuati, è la prima organizzazione italiana di specialisti in chirurgia e medicina estetica”. È sempre meglio cominciare presto con la chirurgia estetica, e un culo senza cellulite si abbina sempre molto bene alla media del 30.

Le prime dieci classificate vinceranno anche una settimana gratis in un resort umbro.

È senza dubbio interessante che l’università Sapienza e i prestigiosi componenti della giuria abbiano promosso e partecipato a una iniziativa esteticamente imbarazzante, concettualmente molto dubbia e strategicamente fallimentare. Se l’intento era “pubblicitario”, non solo si è scelto lo strumento peggiore possibile, ma sembra pure che in pochi si siano accorti del “prestigioso evento”.

Se Minerva è nata dalla testa di Giove, miss Università deve essere nata dalla testa di qualcuno dopo un assopimento pomeridiano. O forse dopo un sonno più prolungato, una specie di letargia stagionale. O magari era proprio questo cui pensava Gaudio quando aveva detto “basta ideologismi”?

“Nessuna ve la dà?”

Miss Università sembra accoppiarsi molto bene a un’altra iniziativa promossa dalla Sapienza (è un anno d’oro), dalla regione Lazio e da Roma Capitale, il cui slogan è: “Nessuna ve la dà?”.

Il raffinato e inconsueto doppio senso dovrebbe pubblicizzare un incontro per promuovere l’interscambio tra mondo del terzo settore e studenti universitari, nell’ambito della seconda edizione della Fiera della opportunità.

La fiera si è svolta il 5 maggio nel porticato attiguo alla cappella all’interno della città universitaria.

Gli studenti di medicina sono i soliti raccomandati. Se dimostrano di aver partecipato guadagnano pure mezzo credito formativo: “Agli studenti di medicina e chirurgia di TUTTI i Corsi di Laurea (A-B-C-D-F) verrà fornito un attestato di partecipazione VALIDO 0,5 CFU!”.


Tra i testimonial c’era anche Rocco Siffredi con un imprevedibile e sorprendente messaggio: “Studenti universitari La Sapienza tenete duro!!”. Qualcuno poi si vuole ricordare che non si chiama più “La Sapienza” ma solo “Sapienza”? Anche perché sono stati spesi molti soldi per rinnovare nome, logo e slogan (pare 186mila euro nel 2006): “Il futuro è passato di qui”.

Vorrei tanto aver assistito al momento in cui si è deciso. Quando qualcuno ha proposto, magari facendo anche il gesto con l’indice e il pollice opponibile (ci sono voluti millenni di evoluzione) a mimare il doppio senso, e tutti hanno applaudito la geniale e innovativa boutade. Magari qualcuno è stato pure pagato. O magari è solo volontariato ammantato di buone intenzioni e di demoniaci risultati.

Proteste

Il “prestigioso” concorso e l’iniziativa “Nessuno ve la dà?” hanno sollevato qualche sacrosanto malumore. Patrizia Tomio, presidente della Conferenza nazionale degli organismi di parità delle università italiane, ha così commentato:

Mentre gli organismi di parità e le/i delegate/i del rettore/rettrici per queste tematiche svolgono un quotidiano e faticoso lavoro all’interno degli atenei, impegnandosi sul piano scientifico, didattico e culturale, per promuovere il superamento delle asimmetrie nella rappresentanza di genere, nella formazione, nelle carriere all’interno dell’università, ci troviamo di fronte a manifestazioni che sembrano rimettere in discussione quanto realizzato in questi anni, lo sforzo per rimuovere stereotipi, il dialogo con la componente studentesca per una sensibilizzazione su questi temi. Prendiamo atto, con comprensibile rammarico, del coinvolgimento dei vertici di una grande università in questa iniziativa e ve ne diamo notizia, anche per raccogliere suggerimenti per una presa di posizione pubblica da parte della conferenza nazionale, eventualmente anche presso la Conferenza dei rettori delle università italiane.

Anche le studentesse e gli studenti di Link-Coordinamento universitario avevano storto il naso: “Non riusciamo proprio a comprendere: come può aver deciso un docente di valutare le studentesse per la loro fisicità? Certo, nel concorso veniva valutata anche la media voti, forse al rettore è apparso come sintomo della serietà dell’iniziativa… Peccato aggiunga ancora più ridicolo a questa buffonata sessista”.

Ma in nome delle pari opportunità, per il 2016 vogliamo almeno prendere in considerazione un mister Culo Muscoloso e un mister Dipartimento?

Internazionale, 26 maggio 2015.

martedì 26 maggio 2015

Obiettori di coscienza solo quando fa comodo

C’era una volta l’obiezione di coscienza, per molto tempo un gesto ribelle, libertario, di violazione di un divieto o di un obbligo.

C’era una volta Antigone, che disobbedì all’ordine del re Creonte di non seppellire il fratello. E c’erano i giovani uomini che rifiutavano l’obbligo del servizio militare, quando esisteva solo quello armato, e a volte anche dopo, quando è stato possibile scegliere quello non armato. Al divieto di Creonte e all’obbligo di leva ci si opponeva in nome di altri valori: dare sepoltura al fratello, rifiutare la violenza e le armi.

E lo si faceva senza aver compiuto in precedenza una libera scelta, come invece accade oggi con chi decide di studiare medicina e deve poi affrontare la questione dell’aborto.

C’era una volta insomma l’obiezione di coscienza cosiddetta contra legem, che poi è stata attirata nei confini della legalità, diventando così intra legem.

È successo prima con il servizio alternativo non armato negli anni settanta. Il percorso è stato lungo, difficile e controverso: si pensi che all’inizio il servizio non armato durava più di quello armato e la richiesta doveva essere analizzata e accolta da una commissione militare. Più tardi l’obiezione di coscienza è rientrata nella legge anche con l’approvazione della 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Negli anni seguenti è successo anche per la sperimentazione animale e le tecniche riproduttive, ma senza creare i conflitti dell’aborto.

E così un gesto individualista è stato addomesticato e profondamente snaturato. Sarebbe come se continuassimo a usare il nome di un animale selvatico per un cane da salotto. La continuità terminologica ci confonderebbe e potrebbe creare ambiguità e incomprensioni.

Tra l’obiezione di un tempo e quella di oggi – ridotta quasi solo al dominio medico e soprattutto a quello abortivo – ci sono molte differenze: non esiste un servizio alternativo, com’era il caso della leva non armata; l’eccezione prevista dalla 194 ricade in un dominio dove i doveri seguono una libera scelta (la facoltà di medicina, la specializzazione in ostetricia, l’esercizio in una struttura pubblica); l’obiettore attuale entra in conflitto molto più direttamente con le richieste individuali (con la richiesta di una donna di abortire invece che con un generico obbligo o divieto).

L’articolo 9

Cosa prevede l’articolo 9 della legge 194? “L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”.

I limiti non sono chiarissimi, e l’ambiguità originaria della 194 ha finito per prendere la forma peggiore, ovvero un servizio garantito in modo molto incerto e molto diverso da città a città, da ospedale a ospedale. Anche se la gerarchia dei doveri sembra essere chiara, così come il bilanciamento tra diritti nella sentenza della corte costituzionale che ha preceduto la legge, ma anche in alcuni passaggi della 194: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure. […] La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale. […] L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.

Ancora tu?

A quasi quarant’anni dalla legge 194 potremmo chiederci se ha ancora senso garantire un privilegio, la cui genuinità peraltro è impossibile verificare. Se decidi di fare il ginecologo e di esercitare nel pubblico, e se l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) è uno dei servizi che la legge garantisce, non sarebbe meglio scegliere un altro lavoro se la tua coscienza è contraria all’aborto?

E poi: possibile che solo i medici, e quasi solo rispetto all’aborto, abbiano il privilegio di usare la coscienza come esonero? Chi decide di fare il penalista e si iscrive volontariamente alle liste di difesa d’ufficio deve difendere pure gli stupratori e gli assassini. Se non vuole farlo, sceglie un altro lavoro. I medici, d’altra parte, devono curare i suddetti. L’aborto sembra essere l’unica eccezione morale protetta dalla legge.

Ci sono anche le eccezioni nell’eccezione, la doppia morale di chi esegue diagnosi prenatali per poi dire mi dispiace, devo andare. Cioè, sono obiettore e la mia coscienza è contraria all’aborto, ma alle diagnosi – magari a pagamento – no. E le diagnosi prenatali in genere si fanno per scegliere, non per sapere e basta. Se la complicità morale dell’aborto prevede l’esenzione pure per gli anestesisti (che non praticano l’aborto), non dovrebbe comprendere anche le indagini prenatali? Insomma, siamo obiettori solo quando ci fa comodo?

Non c’entra, nella risposta che dovremmo dare, la libertà individuale o la coscienza, ma c’entrano il profilo pubblico di alcune professioni e gli eventuali doveri che ne derivano. Sono molte le professioni che comportano doveri che personalmente condanniamo, ma la nostra coscienza non è un motivo abbastanza forte da esentarci. Se questi doveri sono insostenibili, dovremmo forse riflettere meglio sulle nostre scelte professionali.

Anche l’obiezione che fare il ginecologo non possa essere ridotto a fare aborti appare debole, perché infatti non si vorrebbe certo questo (ed è buffo che le altissime percentuali di obiettori abbiano fatto sì che i pochi che garantiscono il servizio stiano rischiando proprio di finire così), ma l’aborto è una delle possibili decisioni nel dominio delle scelte riproduttive. Ed è anche per effetto dell’obiezione, sempre più numerosa e disinvolta, che l’ivg sta via via diventando sempre più qualcosa di separato e di connotato da vergogna e stigma.

Internazionale, 25 maggio 2015.

mercoledì 13 maggio 2015

Nel regno degli antiabortisti



Domenica 10 maggio sono andata alla quinta marcia per la vita (la mia seconda). Dalla precedente non è cambiato molto: solite frasi, soliti cartelli. “Io non sono un grumo”. “Non mi uccidere”. “Stop aborto”. “La legge 194 è una legge assassina”. “L’aborto ferisce l’amore”.

Tra i testimonial antiabortisti d’eccellenza c’è spesso madre Teresa di Calcutta: “Se una mamma uccide il frutto del suo grembo, cosa può impedire agli uomini di uccidersi a vicenda”.

E poi slogan del tipo: “Pesa molto di più un bimbo sulla coscienza che in braccio!”, “Non uccidete il futuro”.

Tutti modi fantasiosi per ribadire che la vita non si tocca, la vita è sacra, il concepimento è un momento magico, abortire deve essere illegale. Nessuno ha mai chiarito cosa sia questa “vita”, ma gli antiabortisti sono stati bravissimi a mettere le mani su uno slogan perfetto: breve, incisivo, insensato, ma emotivamente coinvolgente. “Noi siamo per la vita” è perfetto, per smontarlo ci vogliono alcuni minuti e in genere l’uditorio è già distratto da altro quando si sta ancora spiegando che bisogna distinguere di quale vita si tratti: gli antiabortisti non intendono certo quella biologica in generale, ma solo quella umana, e nemmeno sempre, perché la “vita” che difendono più ostinatamente è quella dell’embrione e del feto, e qui il panorama si fa più nebbioso; l’ingenuità, tuttavia, è di chi cerca la coerenza dove c’è solo un paternalismo feroce. E poi si dovrebbe anche ricordare che non esiste un momento del concepimento ma un processo continuo, e di conseguenza bisognerebbe chiarire da quando si comincia a considerare la sacralità.

“Noi siamo per la vita” e quindi voi se non state con noi sarete per la morte o per qualcosa di altrettanto brutto. Non si ripeterà mai abbastanza che non stare con loro non significa nemmeno essere a favore dell’aborto ma della libertà di scelta. Non stare con loro non significa nemmeno non farli marciare, ma ricordare che le loro convinzioni si sono infilate nel servizio sanitario, negli ospedali pubblici e nei consultori. Se il servizio di interruzione volontaria della gravidanza (ivg) fosse garantito senza attese e senza sguardi che oscillano tra “poveretta” e “guarda quella puttana che abortisce”, della marcia potremmo ridere come di una manifestazione folkloristica. Invece è anche un’ennesima occasione per ripetere, come dischi inceppati, che l’interruzione volontaria della gravidanza è una procedura medica oppressa dalla condanna morale e resa incerta dagli altissimi numeri di obiettori di coscienza (la media nazionale che supera il 70 per cento, con punte del 90 per cento e con molti ospedali in cui il reparto ivg proprio non c’è).

L’ostacolo finale in cui inciampa chi vuole vietare l’aborto è sempre lo stesso: se una donna, dopo tutti i tentativi, le preghiere, le minacce, le promesse e le bufale paternalistiche sulla sindrome postabortiva, vuole ancora abortire, cosa si fa? Cioè: per impedirle di interrompere la gravidanza cosa arriviamo a fare? Prigione? Collegio?

E ancora: se l’aborto è il delitto più atroce, la punizione dovrebbe essere coerente. E infatti qualcuno di Militia Christi suggeriva “almeno il carcere”. In quell’“almeno” si aprono mondi che forse è meglio non esplorare. Cosa c’è di più del carcere? La tortura? La morte? Le frustate?

In ogni modo dobbiamo essere pronti a fare quello che l’ipocrita ma furbo Giuliano Ferrara – e moltissimi con lui – non osano fare: chiamare assassine le donne che abortiscono. D’altra parte, se ammazzi qualcuno come vuoi che ti chiamino?

L’iconografia di queste marce è sempre sbagliata per eccesso: si parla di aborto ma a guardarti e intenerirti dai manifesti c’è un neonato, a volte anche di alcuni mesi. Ci sono molte scritte con richieste dalla parte dell’embrione: non mi abortire, non mi uccidere, fammi nascere.

Alla marcia di domenica c’è anche stata anche una canzone dal punto di vista dell’abortito: “Non ti avrei delusa”. Non ti avrei delusa, madre, se tu non avessi preso quella sconsiderata decisione di abortire. Una versione perfino più molesta della Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci.




Domenica le novità erano principalmente due rispetto alla marcia romana del 2013: dei fetini di plastica (ne ho comprati quattro, uno l’ho regalato e gli altri tre stanno nella mia borsa) e una spilletta a forma di piedini di un embrione di dieci settimane (Precious feet, “the exact size and shape of a 10-week unborn baby’s feet”, perché ovviamente sono bambini, e che non siano ancora nati è un dettaglio di poco conto, la cosa importante è che sono bambini e i bambini non si abortiscono). Forse questa marcia era anche più cantata del solito (“Gesù Cristo è generale, solo lui deve regnare” con rullo di tamburi e “chi non salta non è di Gesù Cristo”), ma non sono sicura.

La vincitrice della giornata è stata senza dubbio una ragazza con il cartello “L’utero è mio e decide Dio”, uno slogan che andrebbe benissimo se si limitasse a parlare del suo utero, ma i marciatori per la vita ambiscono sempre alla legge universale e a decidere per gli uteri di tutte le altre.

Non c’è niente da fare, con gli slogan sono bravi. Con le argomentazioni se la cavano molto male, ma che importa?

Il mio bottino personale alla fine della giornata, oltre ai fetini e alla spilletta con i piedi, è fatto di alcuni santini, due numeri di Notizie ProVita, bigliettini vari. “Per quelle che subiscono l’aborto volontario”, mi ha detto la tipa che mi ha consegnato un pacchetto di una decina di biglietti di La Vigna di Rachele, metà verdi con un fiore e la scritta “per ritrovare la speranza dopo l’aborto” e metà bianchi con una farfalla viola e la scritta “un ritiro spirituale per rinascere dopo l’esperienza dell’aborto”.




Dopo l’appropriazione della “vita”, ecco un’altra mossa geniale. Gli stessi antiabortisti hanno capito che la difesa dell’embrione e del suo presunto diritto di nascere non è abbastanza per fermare l’aborto. Le donne continuano ad abortire, perfino quelle che il giorno prima erano a qualche picchetto contro l’aborto (così come le mogli, le sorelle, le amanti, le amiche degli obiettori di coscienza o gli obiettori stessi se sono donne, cioè obiettrici). E allora ultimamente stanno puntando su un argomento paternalistico, falso e fallace: non ti dico di non abortire perché quello che non vuoi far nascere è in realtà una persona, ma perché se abortirai starai male per sempre.

Nel sito di La Vigna di Rachele ci sono molti esempi. L’aborto fa male alle donne e le parole sono paternalisticamente minacciose: “Molte donne in tutto il nostro paese e all’estero hanno provato difficoltà in seguito all’aborto. […] Oltre il lutto emozionale che vive la madre abortiva, anche il corpo della donna che è stata incinta e ha abortito ha bisogno di molto tempo per tornare alla normalità. Il corpo in un certo senso possiede una “memoria”. […] La perdita di un figlio, anche per aborto ‘volontario’, non è un evento cancellabile. Bisogna attraversare il lutto, non evitarlo”.

L’invenzione della cosiddetta sindrome postabortiva è l’ultima mossa del fronte ultraconservatore. Si nutre del silenzio e della vergogna spesso associati all’aborto, e viene alimentata non solo dagli estremisti, ma da tutti i tiepidi e i pavidi, dai “per fortuna a me non è successo”, dai “sì, deve essere legale ma è comunque sempre un trauma” (e l’aborto non viene nemmeno nominato), dalla ritrosia nel parlare di aborto, dall’ossessione sempre più diffusa di vedere colpe dove non c’è che la possibilità di scegliere. O almeno, dove dovrebbe esserci la possibilità di scelta e invece c’è un giudizio ipocrita e la presunzione di sapere quale sia il nostro bene.

Internazionale, 12 maggio 2015.

mercoledì 1 aprile 2015

Tutti pazzi per il gender

Barcellona, Spagna, 16 luglio 2011. Simona Pampallona

“La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, già propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa tra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta eguaglianza – e quindi possibilità di felicità – a tutti gli esseri umani. Nel caso della teoria del gender, all’aspetto negativo costituito dalla negazione della differenza sessuale, si accompagnava un aspetto positivo: la totale libertà di scelta individuale, mito fondante della società moderna, che può arrivare anche a cancellare quello che veniva considerato, fino a poco tempo fa, come un dato di costrizione naturale ineludibile”. A scriverlo è la storica Lucetta Scaraffia (”La teoria del ‘gender’ nega che l’umanità sia divisa tra maschi e femmine”, L’Osservatore Romano, 10 febbraio 2011).

Chi è che vuole negare l’esistenza e la differenza tra maschi e femmine? E quando sarebbe successo? Rispondere è facile: nessuno e mai. Tuttavia da qualche tempo è emersa questa strana e inesistente creatura, metà fantasia, metà film dell’orrore: è l’“ideologia del gender”. Non è facile individuarne la data di nascita, ma quello che è certo è che nelle ultime settimane la sua ombra minacciosa è molto invadente.

È buffo vedere quanta paura faccia il riflesso di quest’essere mostruoso (ma allucinatorio come Nessie), nato in ambienti angustamente cattolici, conservatori e ossessionati dalla perdita del controllo. Il controllo sulla morale, sul comportamento, sull’educazione e sul rigore feroce con cui si elencano le categorie del reale con la pretesa che siano immutabili e incontestabili in base a un argomento d’autorità: “È così perché lo diciamo noi”.

Questa perfida chimera che vorrebbe annientare le differenze sessuali si nutre della continua e intenzionale confusione tra il piano biologico (“per fare un figlio servono un uomo e una donna”) e quello sociale e culturale (“per allevare un figlio o per essere buoni genitori bisogna essere un uomo e una donna”). Come vedremo, perfino il piano biologico è meno rigido e, no, non significa che “non ci sono differenze biologiche tra uomo e donna” – nessuno lo ha mai detto.

Ma le Cassandre della “ideologia del gender” combattono contro un nemico che hanno immaginato, o che hanno costruito, stravolgendo il reale, per renderlo irriconoscibile e poterlo così additare come un mostro temibile (si chiama straw man ed è una fallacia molto comune: si prende un docile cane di piccola taglia e lo si trasforma in un leone famelico; poi si litiga con il padrone del cane e lo si accusa di irresponsabilità: “Girare con una bestia feroce in luoghi affollati e con tanti bambini!”). Perché essere tanto spaventati da esseri che non esistono e da ombre sulle pareti? Perché non girarsi per rendersi conto, finalmente, che va tutto bene?

Se state poco sui social network e scegliete bene le vostre letture forse non ne avete mai sentito parlare. Ma è sempre più improbabile che non ne sappiate nulla visto che lo scorso 21 marzo Jorge Maria Bergoglio ha detto che la “teoria del gender” fa confusione, è uno sbaglio della mente umana e minaccia la famiglia. “Come si può fare con queste colonizzazioni ideologiche?”, ha domandato.

Un paio di giorni dopo Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha aggiunto che “l’ideologia del gender” si “nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione… ma in realtà pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità”. È addirittura una “manipolazione da laboratorio”. E poi si è rivolto accorato ai genitori: “Volete voi questo per i vostri figli?”. E qualche giorno più tardi ci è tornato il cardinale Carlo Caffarra, ricorrendo a una metafora oftalmica: “Esiste oggi una cataratta che può impedire all’occhio che vuole vedere la realtà dell’amore di vederlo in realtà. È la cataratta dell’ideologia del ‘gender’ che vi impedisce di vedere lo splendore della differenza sessuale: la preziosità e lo splendore della vostra femminilità e della vostra mascolinità”.

Minacce individuali e familiari, errori mentali, colonizzazioni ideologiche, furti di identità e di umanità, manipolazioni, cataratte: mai tanti e tali disastri erano stati attribuiti a qualcosa che non esiste.

“Maschio e femmina li creò” (Genesi)
Chi se la prende con la presunta “ideologia del gender”, come dicevo, confonde intenzionalmente i termini e i concetti per deriderli, banalizza le differenze per farne una caricatura, si ostina a non capire le questioni e invece di domandare spiegazioni si nasconde dietro una presuntuosa e rivendicativa ignoranza.

Ci sono molti esempi e vengono dalla cronaca (tra gli ultimi il gioco “porno” all’asilo di Trieste) o da documenti più o meno ufficiali (sempre di area ultraconservatrice e fortemente miope).

Eccone un altro esempio, forse più grave ancora perché Roberto Marchesini è psicologo e psicoterapeuta (”Il ragazzo curato a ormoni per diventare ragazza”, La Bussola Quotidiana, 9 marzo 2015): “Non importa se ci sono due cromosomi Y, o un cromosoma Y e due X: se c’è il cromosoma Y siamo maschi, punto. E non è questione di organi genitali: siamo maschi o femmine in tutto il nostro corpo, perché ogni cellula del nostro corpo ha quel benedetto cromosoma. Possiamo mutilarci, possiamo aggiungerci appendici siliconiche in ogni parte del corpo, depilarci, limarci la mascella e sottoporci a qualsiasi altra tortura, ma resteremo maschi. Senza genitali, magari, con protesi sul petto, ma sempre maschi. Quindi non è possibile che questo ragazzo diventi una ragazza. Qualcuno ha mentito ai genitori e a lui. […] È l’ideologia di genere che ci fa credere una cosa assurda, cioè che sia possibile “cambiare sesso”. Si chiama ideologia proprio per questo”. In questo caso la confusione è aumentata da possibili interventi (ormonali e chirurgici). Su questo torneremo.

Sempre a marzo, Paola Binetti era molto allarmata: “Presentata all’Onu richiesta di inserire movimento femminista e alle associazioni Lgbtq, nel quadro teorico e pratico del ‘sistema gender’” (5 marzo 2015, Twitter).

C’è anche il filosofo Diego Fusaro che, in occasione della polemica scatenata da Dolce & Gabbana, aggiunge un po’ di Asimov che ci sta sempre bene. Fusaro: “Dolce e Gabbana? Li attaccano perché ora c’è la prova. Gender, siamo all’ingegneria sociale”, 16 marzo 2015. Alla domanda, “Dopo tutte le polemiche gli asili nido di Trieste hanno fatto bene a fare retromarcia sui ‘giochi gender?’”, Fusaro risponde: “Ormai per manipolare bisogna partire anzitutto dai bambini. Siamo al cospetto di una vera e propria ingegneria sociale, è evidente, una mutazione antropologica direbbe Pasolini, si cerca di inculcare fin dalla giovane età che non esistono uomini e donne ma ognuno si sceglie il sesso che vuole. Tutto ciò per me è una sciocchezza, i sessi sono due, poi ci sono tutti gli orientamenti sessuali possibili, ma un omosessuale resta sempre un uomo così come una lesbica rimane sempre una donna”.

Ho già detto che nessuno vuole eliminare la differenza tra uomini e donne? È davvero un peccato che Fusaro abbia rinunciato al ruolo principale della filosofia: cercare di chiarire i termini e i concetti. Offrirsi cioè come uno strumento per capire meglio e non per mescolare le parole come si farebbe in un caleidoscopio, perché il risultato non è più colorato ma più annebbiato. Spesso completamente fuori fuoco.

“Non esistono uomini e donne”
Per capire come l’“ideologia del gender” rimescoli parole a caso – aspirando a sembrare qualcosa di sensato – dobbiamo fare una premessa.Le definizioni sono arbitrarie, ci servono per semplificarci la vita. Dovremmo sempre ricordarci però che la realtà è un insieme in cui i confini netti non esistono – ma esistono contiguità, sovrapposizioni, intrecci sui quali tracciamo linee e diamo definizioni – e che, più conosciamo più possiamo (o dobbiamo) specificare, come quando ci avviciniamo a qualcosa (sedia, tavolo, gioco: provate a dare una definizione necessaria e sufficiente e vi accorgerete che è meno facile di quanto possiate immaginare).

Ciò non significa che non esistono differenze o che sia tutto nella nostra testa (nella nostra percezione), almeno nella prospettiva realista. Significa che quello che osserviamo è più fluido di un interruttore che spegne e accende una luce.

Lo si dimentica a volte. Lo si rimuove sempre quando si parla di (ideologia del) gender.

La biologia, per cominciare, fa distinzioni meno nette rispetto ai termini maschio/femmina. In biologia ci sono i due estremi (M e F), ma ci sono anche molte possibilità intermedie. Esistono molti stadi di intersessualità, come l’ermafroditismo, la sindrome di Morris e quella di Swyer, e ci sono casi in cui è controversa la definizione di intersessualità, come la sindrome di Turner o di Klinefelter (si veda il film XXY). Anche alcune di queste condizioni sono definite patologiche (disordini di differenziazione sessuale o di sviluppo sessuale), ma pure definire una “patologia” non è così agevole come potrebbe sembrare.

Questo soltanto se parliamo di sesso, ovvero dell’appartenenza a un genere sessuale indicato come XX e XY (sono i cromosomi sessuali a distinguere, a un certo punto dello sviluppo embrionale, gli individui che saranno maschi da quelli che saranno femmine).

Sesso, identità di genere e ruoli, orientamenti e preferenze sessuali Se però cominciamo a parlare di identità di genere, di ruoli e di orientamenti sessuali le cose si complicano ulteriormente. Si può essere di sesso M e avere una identità sessuale maschile oppure femminile (oppure ambigua, oscillante, cangiante). Nulla di tutto questo è intrinsecamente patologico o sbagliato e soprattutto ciò che è femminile e maschile è profondamente determinato culturalmente, tant’è che i ruoli maschili e femminili cambiano nel tempo e nello spazio.

Il rosa non è intrinsecamente un colore da femmine (F), almeno lo è in modo diverso rispetto all’avere o no l’utero, anche se si può essere donne – in un senso meno claustrofobico della riduzione del ruolo femminile a un patrimonio cromosomico o al possesso di alcuni organi sessuali – senza averlo: perché sei nata senza, perché te l’hanno tolto, perché eri nata come M ma la tua identità di genere è femminile.

I ruoli sono il risultato di stratificazioni lunghe e tortuose e non rappresentano qualcosa di immobile e determinato per sempre, né tanto meno quello che è giusto e buono (trasformare tutto questo in “mica pretenderete che due uomini si riproducano?” è un problema di chi equivoca così malamente e non del gender).

Poi ci sono le preferenze o gli orientamenti sessuali: eterosessuale, omosessuale, bisessuale, queer, eccetera. Ci sono anche gli asessuali (in Giappone le percentuali di individui non interessati alle relazioni affettive e sessuali sono altissime) e ovviamente ci sono i casti, non per mancanza di interesse sessuale ma per un fioretto come Sophia Loren in Ieri, oggi e domani, oppure per un voto di castità meno temporaneo.

Gender studies
“Ideologia del gender” (cioè del genere sessuale) non vuol dire nulla. È come dire ideologia del sapone o del cielo. Tra l’altro è ancora più insensato se si pensa che è attribuita a chi vuole alleggerire la pressione del dover essere – perciò in caso dovrebbe essere “anarchia del gender”, o “relativismo del gender” visto che per alcuni è un insulto essere relativista (anche questo rasenta l’insensatezza, soprattutto se ci ricordiamo che l’alternativa è l’imposizione e il dogmatismo).La sfumatura di imposizione che si vuole attribuire, dal sapore complottista, suona davvero strana perché imporre un giogo meno stretto è un po’ bizzarro. Sono quelli che strepitano contro la temibile “ideologia del gender” che vogliono imporre decaloghi e regole rigide e stabilite da loro – mentre i gender studies si muovono in un dominio di libertà, in una fluidità dei modelli (individuali e familiari); sono per la loro desacralizzazione e per i diritti per tutti. Basta cercare su Google. Basterebbe anche solo leggere il recente documento approvato dall’Associazione italiana di psicologia che ha l’intento di “rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane” e di “chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di ‘ideologia del gender’”.

Non ha molto senso nemmeno il termine “omosessualismo”, se non in un senso di scherno e di intenzionale disprezzo. Peggio di “frocio”, perché almeno frocio è limpidamente aggressivo (poi ovviamente l’offesa dipende dal contesto, dalle intenzioni dei mittenti e dallo spirito dei destinatari) mentre “omosessualista” ammicca a una correttezza formale e superficiale che nasconde la convinzione che tu faccia schifo e sia inferiore in quanto non eterosessuale – è l’“in-quanto” a essere sbagliato, sia in senso dispregiativo sia in senso adulatorio. Non c’è nessun merito a essere donna o lesbica. E non c’è nemmeno nell’essere omosessuale, casto o indeciso. Ma, è chiaro, non c’è nemmeno un demerito o un peccato.

C’è un altro termine che suscita reazioni scomposte: cisgender. È un termine usato per indicare la coincidenza tra il genere sessuale (M o F) e l’identità sessuale (maschile e femminile). Gli ottusi abituati a distinguere solo M e F come XX e XY (e a pensare come giusto solo l’orientamento eterosessuale, immaginato fisso e immobile come Aristotele pensava la sua cosmologia) ne sono spiazzati e reagiscono come si reagisce alle scuole medie davanti all’ignoto: ridono imbarazzati, giudicano quello che non sanno e non vogliono sapere come un capriccio di menti disturbate.

Rivendicano identità che nessuno vuole mettere in discussione – “io sono femmina!” – un po’ come succede quando si parla di matrimoni e di famiglie: “Volete distruggere la famiglia!”.Stanno cercando di fare il contrario di quanto è avvenuto con il termine queer: originariamente un insulto, è stato trasformato nel tempo fino a diventare una parola dal significato ampio ma essenzialmente non dispregiativo (ci sono i dipartimenti universitari queer e queer studies nelle università più prestigiose – si veda Yale, per esempio).

Ci sono poi ovviamente le patologie sessuali, le perversioni o le ossessioni, che sono indipendenti dall’essere M, F, eterosessuale o indeciso.

 Bourges, Francia, 2012. Simona Pampallona


“On ne naît pas femme, on le devient”
Per fare un esempio cattolico ufficiale della miopia che caratterizza l’“ideologia del gender”, basta leggere il discorso del santo padre Benedetto XVI del 21 dicembre 2012, perché nonostante alcuni ci tengano a sottolineare che la loro avversione non c’entra con la religione, si parte sempre dalla dicotomia M e F (e spesso lì si rimane, come in un’inutile corsa sul posto):

“Egli [il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim] cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: ‘Donna non si nasce, lo si diventa’ (On ne naît pas femme, on le devient). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma ‘gender’, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: ‘Maschio e femmina Egli li creò’ (Gen 1, 27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più”.

Se non si riesce a sottrarci a questa visione semplicista e ingessata quando si parla di sesso (biologico), è inevitabile che quando è necessario introdurre la differenza tra gender, identità e ruolo di genere e preferenze sessuali l’effetto è quasi comico. È ovvio che de Beauvoir intendesse qualcosa di molto diverso da quanto Bernheim lascia intendere, proprio come chi oggi è tanto spaventato dal gender.

“Il gender è più pericoloso dell’Isis!”
Il comico muta in grottesco quando si azzardano metafore al rialzo: “L’ideologia del #gender è più pericolosa dell’Isis”, avverte durante la messa don Angelo Perego, parroco di Arosio (Como). E non è certo il primo né il più originle. Tony Anatrella, prete e psicoanalista, nella prefazione del volume Gender, la controverse denuncia la cultura di genere come un’ideologia totalitaria, più oppressiva e perniciosa dell’ideologia marxista.

L’elenco è molto lungo e poco fantasioso. Un capriccioso puntare i piedi contro la frammentazione di una realtà che non è mai stata monolitica (ma solo presentata come tale) e, inevitabilmente, contro la (ri)attribuzione dei diritti.

Sarebbe già abbastanza ingiustificabile usare fantasmi e spauracchi per limitare i diritti, soprattutto perché garantire diritti a tutti non li toglie a nessuno. Ma tutto questo rischia di diventare inutilmente crudele quando è diretto ai bambini e agli adolescenti – scenario non inverosimile se si pensa che uno dei luoghi di scontro è proprio la scuola.

Non solo: ritrovarsi con dei genitori che ti mandano a farti aggiustare se sei frocio o ridicolizzano la tua identità di genere (che non è come la vorrebbero loro o come dice il prete) “perché sei piccolo” è davvero penoso. Si sopravvive (non sempre), ma c’è un carico pesantissimo di dolore evitabile. “Chi difende i diritti del bambino diverso?”, domandava Paul B. Preciado in un articolo di due anni fa. “I diritti del bambino che vuole vestirsi di rosa. I diritti della bambina che sogna di sposarsi con la sua migliore amica. I diritti del bambino e della bambina queer, omosessuale, lesbica, transessuale o transgender. Chi difende i diritti del bambino di cambiare genere se lo desidera? Il diritto alla libera autodeterminazione del genere e della sessualità. Chi difende i diritti del bambino a crescere in mondo senza violenza di genere e senza violenza sessuale?”.

Dovremmo rispondere a tutte queste domande (dovrebbero provare a rispondere gli agitatori della “ideologia”), ricordando che “mio padre e mia madre durante la mia infanzia non proteggevano i miei diritti. Proteggevano le norme sessuali e di genere che loro avevano assorbito dolorosamente, attraverso un sistema educativo e sociale che puniva ogni forma di dissidenza usando la minaccia, l’intimidazione, la punizione, la morte”.

Internazionale, 31 marzo 2015.