giovedì 19 marzo 2015

Ma qualcuno ha mai parlato con le madri surrogate?

La maternità surrogata è da sempre uno degli argomenti moralmente più controversi, ma in alcuni momenti sembra esserci una specie di tempesta tropicale e la quantità di persone coinvolte in discussioni furibonde aumenta. Il risultato non è, in genere, un chiarimento o un avanzamento nella discussione, ma una sfiancante lotta a chi è più ostinato e a chi urla di più.

Molto spesso le presunte obiezioni sono: “e le donne armene (o indiane)?”, ovvero le donne che presumiamo essere abusate e sfruttate e in molti casi lo sono. Non stiamo parlando di questo. Invocare un abuso per condannare una pratica è come usare i divorzi per condannare i matrimoni o una gamba rotta per vietare lo sci.

L’abuso è da condannare e non è patrimonio della surrogacy.

Un altro aspetto ricorrente è parlare al posto di, senza aver pensato di parlare con le dirette interessate. Mai. Lo fa oggi meravigliosamente Aldo Busi sul Corriere della Sera (Fecondazione e gay, quel debito da ripagare alle madri surrogate).

Le donne che portano avanti la gravidanza per qualcun altro sarebbero, secondo Busi, “tutte delle martiri, seppure consenzienti […] vittime di traumi d’infanzia ai quali ora si assommava quello estremo di ridursi a insulse mammifere di cuccioli separati dalla loro vita e dal loro presente al taglio stesso del cordone ombelicale”.

Tutte, indistintamente. Non quelle obbligate o ricattate (quelle sarebbero vittime davvero), ma tutte. D’altra parte non possono mica scegliere per davvero, sono otarie rintronate e con il sistema nervoso centrale corroso dalla salsedine.

Visto il tripudio di giraffe e cuccioli di animali, Busi avrebbe potuto almeno ricordarsi del tacchino induttivista. Ma niente, il tacchino non gli piace.

E ancora: “Puerpere orbate dalla nascita per una scelta che a me sembrava frutto di una coercizione e di una violenza di vastissima e insondabile, tenebrosa, funebre profondità”. Seguono i vari richiami al contronatura e al buonsenso (il buonsenso è un concetto forse ancora più fallato e ambiguo del “contronatura” e della “tradizione”).

Wired, 17 marzo 2015.

Novella (o di un tentativo di maternità surrogata)

Il divieto di maternità surrogata precede la legge 40. C’erano state due o tre coppie che avevano avviato il dibattito giuridico sulla validità del contratto e sulla liceità morale dell’accordo di maternità surrogata. Nei tribunali e tra le persone si cominciava a discuterne. Poi, più o meno quando ho cominciato a pensarci io, c’era stato un caso di una coppia italiana che, per problemi di salute, aveva fatto ricorso a una donna statunitense. Quando erano tornati in Italia con due gemelli c’erano state molte polemiche e intensi dibattiti, e alla fine il divieto. Poi qualche anno più tardi è stato confermato dalla legge sulle tecniche riproduttive e addirittura è previsto il carcere se lo violi e una multa altissima.

Anche quando mia madre si offrì di portare avanti la gravidanza al mio posto scoppiò un putiferio, tutte le associazioni si rivoltarono contro di noi, fummo travolti da condanne assolute e da critiche feroci. Anche molti medici colsero l’occasione per dire la loro, manifestando una condanna senza appello ed esprimendo il loro rifiuto a farsi coinvolgere in una cosa simile. Anche l’Ordine dei medici aveva aggiunto il divieto nel Codice deontologico.

L’unica eccezione era costituita da Severino Antinori, quello farebbe tutto per ottenere pubblicità, ma ovviamente non c’entrava nulla con l’aiutare qualcuno. Forse per tutti era solo una questione di pubblicità, un pretesto per mettersi in mostra.

La chiesa prese una posizione di duro giudizio, con accuse allucinanti. Io sono cattolica anche se non praticante e sono rimasta davvero sorpresa dalla violenza dei loro attacchi. Ma basta pensare che avevano condannato altrettanto duramente le tecniche in generale, considerandole una ingiustificabile omissione umana nel terreno sacro della riproduzione. Da allora ogni volta che si è parlato di maternità surrogata hanno colto l’occasione per aggiungere anatemi e, in realtà, non hanno risparmiato nemmeno molte altre possibili scelte riproduttive, come il ricorso a un gamete o alla diagnosi genetica di preimpianto.

Mi ricordo bene, quando siamo andate a Porta a Porta, la discussione violenta che si scatenò. Secondo molti era immorale. Francesco D’Agostino, allora presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, diceva che era ripugnante, che non era etico, che i figli della riproduzione artificiale potevano avere problemi psicologici. Anzi, che sicuramente avrebbero avuto problemi psicologici. Sosteneva che era impossibile per un bambino non confondersi e non provare disagio crescendo con due mamme... È stato inutile spiegare che, nel nostro caso, non sarebbero state due mamme, ma una mamma e una nonna. O ricordargli di quanti bambini sono cresciuti bene con due figure materne o proprio con due mamme.

Continuava a ripetere che l’interesse del bambino veniva prima di tutto (e su questo eravamo d’accordo tutti!) e che quindi nel nostro caso venire al mondo non sarebbe stato nel suo migliore interesse: il suo equilibrio psichico era a rischio; la sua capacità relazionale era a rischio; il suo sviluppo psicologico era a rischio. Chissà cosa gli sarebbe successo da adolescente. Uno scenario apocalittico...

E poi mi ricordo che concluse dicendo che il desiderio a volte può essere perverso e nevrotico, e che dobbiamo evitare di far nascere un bambino in una famiglia atipica.

Io non riuscivo a pensarci tanto atipici, o tanto pericolosi per il benessere di nostro figlio. E non riuscivo neanche a capire cosa fosse una “famiglia tipica”. Basta guardarci intorno per vedere quanti tipi di famiglia esistono, sono tutte sbagliate per D’Agostino?

Poi si sono mischiati troppi argomenti, urlavano sui soldi (anche in questo caso non ci riguardava, mi sembrava solo un modo per confondere la discussione) e sullo sporcare una cosa tanto sacra come la maternità, sui destini infelici di bambini con cui forse nessuno di loro aveva mai parlato.

Oltre a Domenico Danza in studio c’era un altro ginecologo. Quando D’Agostino ha ripetuto per l’ennesima volta il destino infelice dei figli di madri surrogate, confermato da presunti studi, gli ha chiesto di quali ricerche si trattasse. L’ha poi rassicurato con i risultati degli studi condotti: nessuna confusione mentale e nessun problema comportamentale determinato dal nascere in questo modo. Ma ormai non c’era modo di arrestare questo elenco fantasioso di critiche. Forse non ci sarebbe mai stato modo. Non sapendo cosa rispondere sugli studi che smentivano le sue paure, D’Agostino ha usato la storia di Baby M come dimostrazione incontrovertibile che tutto sarebbe andato male e non sarebbe potuto che andare così.

Baby M è un caso che risale agli anni ottanta, la storia di una bambina contesa tra la madre surrogata e la coppia con cui aveva stipulato un accordo. Però alla nascita la donna ha cambiato idea e tutto è andato storto: per anni ci sono state contese giuridiche e la bambina è stata oggetto di diversi procedimenti legali. La nostra storia era molto diversa, mia madre si era offerta e non una estranea. Non solo: un caso andato male non mi sembra che possa bastare per prevedere che tutti i casi in cui vi sia una donna che si offre di portare avanti una gravidanza al posto di un’altra debbano andare male. Oggi sono passati molti anni e ci sono molti casi che si potrebbero usare per bilanciare quanto accaduto con Baby M.

Anche Stefania Prestigiacomo si scatenò contro di noi. Mi disse che io volevo un prolungamento di me stessa, non un figlio. Che era sbagliato volere un figlio a tutti i costi. Ma che vuol dire? Lei poi ha partorito un paio d’anni più tardi, che differenza c’era tra il mio desiderio e il suo? Io volevo solo avere un figlio, come tutti quelli che desiderano diventare genitori. In seguito a quello che mi era successo non avrei potuto portare avanti la gravidanza, ma il fatto che non avessi l’utero non diminuiva la mia capacità genitoriale. Sarei stata una madre diversa per questo? E perché nessuno ha avuto nulla da dire quando sono rimasta incinta senza ricorrere alle tecniche? Non è che non ci fossimo posti delle domande, o che non avessimo pensato a eventuali difficoltà. Ma non credo che avremmo fatto alcun danno a un bambino, gli avremmo poi spiegato le condizioni della sua nascita. Gli avremmo spiegato quanto lo avevamo desiderato. Ci saremmo magari fatti aiutare durante il percorso. E poi mi urlavano: «adotta!», oppure mi rimproveravano: «fai figli per egoismo».

La mia storia è cominciata negli anni novanta, ormai vent’anni fa. Verso l’autunno del 1992 sono rimasta incinta, ma alla fine della gravidanza sono stata male, mi hanno ricoverato, c’è stato un distacco della placenta, ho sofferto per una grave emorragia post partum. I medici mi hanno dovuto asportare l’utero, la mia bambina è nata morta. Era l’aprile 1993, tre giorni prima della data del parto. La nascita era prevista per il 19 aprile, io mi sono sentita stata male il 16. Ho cominciato a lavorare come ostetrica in una clinica di Salerno. Lì ho conosciuto Domenico Danza, un medico esperto di tecniche riproduttive. Gli proposi di provare con la maternità surrogata. In realtà è stata mia madre a propormelo: «te lo faccio io il figlio».

Io ero indecisa. Ma poi ho pensato che sarebbe stato un meraviglioso regalo da parte di mia madre. Mi ha detto: «tutte le nonne si occupano dei nipoti. Io te lo guarderò un po’ più da piccolino. Sono una nonna speciale, tutto qui. Quando tu tornerai a lavorare io continuerò a tenertelo».

Decidemmo di provare. Mia mamma era giovane, aveva poco più di quarant’anni. Abbiamo fatto quattro tentativi. Gli ovociti erano i miei, e abbiamo provato a impiantare gli embrioni prodotti con gli spermatozoi di mio marito. Due tentativi di impianto sono falliti, negli altri due la gravidanza s’è avviata. La prima volta mia madre ha abortito quasi subito, la seconda è andata avanti fino a 7-8 settimane, si sentiva già il battito cardiaco. Poi però ha subito un secondo aborto spontaneo. Mio padre ha avuto un incidente e forse per il forte stress che mia madre ha vissuto la gravidanza si è interrotta.

Abbiamo ritentato, poi c’è stato tutto quel putiferio e abbiamo deciso che ci saremmo fermati. Era troppo stressante. Avevamo tutti contro, e ogni tentativo era molto faticoso fisicamente: mia mamma prendeva gli ormoni, io ero sottoposta alla stimolazione ormonale. Ha dovuto affrontare due aborti e la frustrazione di non potermi aiutare.

Dopo qualche tempo mia mamma si è ammalata, le è stato diagnosticato un carcinoma, si è operata a e al quel punto abbiamo deciso che era stato abbastanza e che non saremmo andati avanti.

Ho tentato l’adozione, ma le pratiche erano talmente difficili che ci siamo fermati a metà strada. Vogliono un sacco di documenti. Mi ricordo che avrei dovuto avere la copia conforme del certificato di nascita originale, sarei dovuta andarlo a prendere in tribunale perché mi serviva l’autorizzazione per avere la copia del certificato alla nascita in busta chiusa... Anche i nonni erano coinvolti. Una burocrazia pazzesca.

Mi fermai quando mi hanno chiesto il consenso dei nonni. Ma che c’entra? Non riuscivo a capirlo. Allora mi sono fermata. Prima dei colloqui con gli assistenti sociali. Anche perché scoprii che di bambini adottabili in Italia ce ne sono tanti, ma solo pochi sono davvero disponibili. Poi ti chiedono di pagare per avere un bambino tramite alcune associazioni private, coinvolte per accorciare i tempi e facilitare le pratiche.

Io già non ero convinta, perché dopo avere portato avanti una gravidanza sapevo che tipo di esperienza era e non ero convinta che l’adozione sarebbe stata adatta per me.

Poi con la malattia di mamma abbiamo deciso di rinunciare, troppo complicato. Ho continuato a lavorare, mi sono nati i nipoti, mi occupo di loro.

Mi hanno infastidito tutte le cose che dicevano. Me le ricordo bene: contro natura? Un atto d’amore non può esserlo. Chi avrei danneggiato? Per noi erano solo ragioni d’amore. Non vedo cosa ci fosse di immorale. Qualunque complicazione l’avremmo potuta affrontare, invece sembravamo finiti sotto processo.

Mi feriva che anche le persone che non avevano a che fare con la chiesa, o con le gerarchie e i dogmi assoluti, fossero tanto critiche, mi dicevano: «e poi il figlio di chi è?». Il figlio è di chi lo cresce e di chi lo desidera, di chi gli vuole bene. Come si può ridurre il legame tra genitori e figli all’aspetto biologico o alla gestazione?

Che poi era buffo, perché erano gli stessi che mi consigliavano di adottare. Anche in quel caso avrebbero dovuto domandarmi: «e poi il figlio di chi è?». Non lo avrei comunque partorito io.

Lo so quanto sia importante il legame che si crea durante la gravidanza. Durante quei mesi cominci a costruire un rapporto con quello che immagini che sarà tuo figlio e che senti crescere, ci parli, canti, lo coccoli prima della nascita. Io me lo ricordo.

Facendo l’ostetrica mi sono resa contro di quanto non sia tanto importante il fatto di concepire un figlio e di essere geneticamente affini. È tenerlo in grembo, farlo nascere che più conta e che fa la differenza. Per nove mesi te lo porti appresso, ci convivi, fai tutto in relazione alla sua nascita, non fumi pensando a lui, non mangi alcuni cibi perché hai paura che potrebbero fargli male, stai attenta a tutto quello che fai sempre in relazione all’effetto che potresti causare. Ogni gesto, ogni scelta, ogni comportamento è rapportato al nascituro. Bello e fatto non è la stessa cosa.

Con mia madre in parte avrei potuto attenuare la mia impossibilità di essere incinta. L’affetto poi avrebbe colmato lo scarto. Con lei avrei potuto vivere la gravidanza da molto vicino, l’avrei seguita giorno per giorno. Mia madre ha fatto una cosa straordinaria. Mia madre è generosa di suo, con tutti, con i figli in particolare. Fare una cosa del genere è davvero incredibile. Anche mio padre è stato coraggioso e ci ha sempre sostenuto. Si sono offerti insieme, mi hanno detto che era il loro modo di aiutarmi.

Dopo il fallimento dei tentativi con mia madre ci aveva proposto di provare mia sorella. Allora non era sposata e non aveva figli. Io le dissi che magari ne avremmo riparlato quando avrebbe avuto un figlio suo. «Devi prima capire cosa significa una gravidanza», le ho detto. Qualche anno dopo si è sposata e ha avuto un figlio. Dopo che era diventata madre si è offerta nuovamente: le ho detto che era troppo giovane, e che doveva pensare a se stessa.

Con mia mamma sarebbe stato diverso, i figli suoi li aveva fatti, mia sorella aveva ancora tutta la vita davanti. Era troppo giovane. Devi avere una maturità diversa per fare una cosa così, e non mi sembrava giusto accettare la sua offerta. Da una persona sconosciuta non credo che avrei mai accettato. Non lo so. Forse come fanno negli Stati Uniti d’America o in alcuni altri Paesi, forse a pagamento e con una agenzia come intermediario. Però non ne sono sicura. Da mamma sì: per me era l’unica possibilità. Non mi sarei nemmeno fidata di una persona sconosciuta, avrei avuto paura di un ripensamento o della poco familiarità. O che sarebbe potuto succedere qualche altro inconveniente.

Con mia mamma ho un rapporto speciale, anche oggi che ho quarantadue anni chiamo lei se mi succede qualcosa. La fiducia totale era per me una condizione necessaria. E anche il fatto che avremmo potuto condividere ogni momento e ogni passaggio, sarei stata sempre tranquilla. Con nessun altro sarebbe stato possibile.

Mi ha molto addolorato la sua sofferenza, non solo gli aborti ma soprattutto il suo dispiacere di non potermi aiutare. Non sopporto di vedere star male gli altri. Il suo dolore per avere fallito era così intenso.

E poi ero arrabbiata perché oltre alle accuse abbiamo incontrato anche alcune difficoltà dal punto di vista medico. Ci sono tanti di quegli sciacalli. È stato terribile. La felicità, però, del «forse ci riusciamo» ci ha permesso di provarci almeno. Forse era anche l’età, ero giovane e più immatura di oggi. Adesso forse lo farei lo stesso, ma sicuramente con una maturità diversa. Pondererei meglio, mi fiderei meno di alcune persone, mi saprei difendere meglio. Ho incontrato molte persone disoneste.

Per questa ragione penso che una legge sulle tecniche riproduttive ci voleva, però di certo non questa. Ci voleva una legge per impedire a medici disgraziati di approfittarsene. Ci sono tante persone che si nutrono del dolore altrui, della debolezza, del desiderio di avere un figlio.

Lo stesso Stato in alcune circostanze se ne approfitta, come possiamo pensare che non lo faccia il singolo medico? Una buona legge avrebbe dovuto controllare questo aspetto, non rendere l’accesso tanto restrittivo e il percorso tanto complicato, con tutti quei divieti assurdi e ingiusti. 

Inoltre c’è lo stigma della sterilità, la vergogna. Tanti ricorrono alle tecniche di nascosto, non lo dicono alla famiglia o agli amici. Perché devi vergognarti di un problema medico?

Non solo: non avere figli ti emargina. Io ho sia amici che hanno figli che amici senza. Spesso succede che non ti invitano alla festa di compleanno del figlio: «che vieni a fare?». Magari potrei deciderlo io se andare oppure no. Vai a lavorare a Natale e il giorno della Befana: «tanto non hai figli».

Non è piacevole che le amiche nemmeno ti dicano che fanno le feste o che si dia per scontato che debba sempre essere io a fare i turni festivi.

Quante volte mi sono ritrovata in una conversazione in cui per ore non si parlava che di figli, pannolini e tutto il resto. Chi salta, chi canta, chi legge. Tu sei esclusa. Ti senti emarginata. Lo sei. Io che posso dire? Ho letto l’ultimo libro di? Sempre la famiglia e i figli, è una specie di lavaggio del cervello. Quello che più mi fa arrabbiare è quando mi dicono «poverina».

Poverina? Mica mi hanno asportato il cervello. Mi hanno levato l’utero, ma non sono mica minorata. Diventi pure cattiva per difesa e per esasperazione. Ma ti capita, mi è capitato.

Sono così diffuse l’ignoranza e l’identificazione selvaggia tra la possibilità fisiologica di procreare e la maternità. Penso a quanti blaterano che i figli devono nascere naturalmente. Che è l’unica garanzia di amore genitoriale. Ho visto partorire migliaia di donne in questi anni. Qualcuno vuole sostenere che sarebbero tutti atti d’amore? Scherzate? Se fosse così non ci sarebbero tutti i disgraziati, i tanti figli lasciati in clinica, tutte le madri e tutti i padri che non riconoscono i figli e non vogliono vederli. Non li vogliono. Frutto d’amore? L’amore non c’entra nulla con la capacità di riprodursi.

E poi ci sono tante persone che fanno di tutto per avere un figlio, e ho visto la gioia di quando nascono figli tanto desiderati.

Che ingenuità! Non è necessariamente un atto d’amore fare un figlio, magari poi perché è uno status oppure solo perché è capitato.

Un’altra ossessione diffusa è quella sulla infelicità del figlio unico. «Fanne un altro».

«Epperò... da solo...». Ma mica è amputato di qualcosa? «Devi farne un altro». «Il figlio unico poi si sente solo». «Si tengono compagnia». E che ci vuole la badante? Tutti i giorni senti queste cose, ormai mi scivolano addosso, ormai ho una identità resistente. A venticinque anni mi faceva male. Ero più fragile. Mi lasciavo più influenzare e non riuscivo a rispondere. Stavo zitta, mi mettevo a piangere. Stavo a casa mia. A quaranta mi so difendere.

Il mio dolore è inconsolabile, non passa mai. Non mi lascia mai. Per qualche secondo lo dimentico, ma poi sta lì. Onnipresente.

In Il Legislatore cieco (2012, Editori Riuniti; una intervista del 2009 a Novella Esposito è qui).

mercoledì 18 marzo 2015

Dolce e Gabbana e la finta famiglia naturale

Non c’è bisogno di scomodare l’omofobia o la libertà per commentare la polemica scoppiata dopo l’intervista rilasciata da Dolce e Gabbana al settimanale Panorama. Siamo su un piano molto, molto più elementare. Più o meno intorno alla conoscenza della lingua italiana.

I passaggi più notevoli dell’intervista, intitolata “Viva la famiglia (tradizionale)”, sono due.

Il primo si trova nella risposta alla domanda “Che cos’è la famiglia
 per Dolce&Gabbana?”: “Dolce: ‘Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni’”.

Il riferimento iniziale all’invenzione aveva fatto ben sperare, ma ecco subito dopo il congelamento nella sacralità, nel Modello Unico. E poi, in linea con le farneticazioni dell’“ideologia del gender”, Dolce confonde la necessità biologica di un gamete maschile e uno femminile con i ruoli genitoriali, che non c’entrano con il sesso e non c’entrano nemmeno con l’identità di genere: la genitorialità non coincide con la genetica e i ruoli genitoriali (come quello di uomo e donna) cambiano nel tempo e nello spazio.

I figli della chimica che cosa sarebbero? Dolce non ha la minima idea di cosa siano le tecniche riproduttive e sembra vedere fantasmi dove non c’è che una possibilità per rimediare all’incapacità di riprodursi (la chimica non è intrinsecamente il male, poi. Dobbiamo davvero ricordarlo?). E i bambini sintetici cosa sarebbero? Una specie di bambolotto che piange per farti esercitare al mestiere di genitore?

Andiamo avanti. Dopo aver liquidato la maternità surrogata e affidando un potere dimostrativo inesistente all’espressione del suo disprezzo (“uteri in affitto, semi scelti da un catalogo”), si passa di nuovo a scambiare la madre genetica con chi crescerà il figlio, dimenticando anche che l’adozione si basa sulla stessa idea. Si può crescere bene qualcuno con cui non condividiamo il patrimonio genetico; si può crescere male o malissimo il nostro figlio genetico. Anche i genitori single devono avere qualcosa che non va secondo la sua visione. Quali psichiatri ha conosciuto Dolce? E di quali sperimentazioni parla? Sembra un tema di quarta elementare di un bambino terrorizzato da ombre lontane che nessun altro vede.

Internazionale, 16 marzo 2015.

venerdì 13 marzo 2015

Da dove viene il nuovo attacco alla legge sull’aborto


Quattrocentoquarantuno voti favorevoli, 205 contrari e 52 astenuti: così è finito il voto al parlamento europeo sulla Relazione sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea, cioè la cosiddetta risoluzione Tarabella dal nome del suo relatore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella.

Nei giorni passati la risoluzione aveva sollevato in Italia proteste e petizioni. Perché? Per aver nominato l’aborto ai punti 44 e 45, dove il documento
osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanità, 2014); insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva.
È incredibile come tutto il resto fosse scomparso davanti a due occorrenze della parola “aborto”: le questioni di genere, la parità, la differenza di retribuzione, la povertà e l’esclusione sociale, l’uguaglianza in senso pieno, le mutilazioni genitali, l’accesso alle cure, gli stereotipi di genere. Ed è incredibile come quello che c’è scritto sull’aborto sia stato deformato e presentato come una specie di incitazione all’interruzione di gravidanza, mentre è, da un lato, la constatazione quasi scontata della inefficacia e della pericolosità delle restrizioni, e dall’altro un invito a garantire a tutte l’accesso alle scelte riproduttive (aborto compreso). Non dimentichiamo nemmeno che in genere la garanzia dei servizi e dei diritti è direttamente proporzionale ai mezzi che si hanno, perciò le persone più escluse tendono a essere quelle più fragili e meno informate.

La lettura della relazione Tarabella fatta dai suoi detrattori lascia emergere per l’ennesima volta l’incapacità di analizzare un testo o la volontà di alterarne il senso: come spesso accade, si discute e ci si indigna senza nemmeno capire bene le premesse della discussione e della propria indignazione.

In molti si sono ostinati addirittura a sostenere che sarebbe contraria alla legge. Ma in che modo, visto che la legge italiana – pur con alcune contraddizioni – garantisce il servizio di interruzione volontaria di gravidanza?

Internazionale, 12 marzo 2015.

domenica 8 marzo 2015

Il mio mestiere è partorire tuo figlio


Per maternità surrogata (surrogacy) s’intende la pratica di portare avanti una gravidanza per qualcun altro. Non sarà quindi la gestante a crescere il bambino, che potrebbe essere figlio biologico di entrambi i genitori che lo alleveranno, di uno solo o di nessuno (in questi ultimi due casi si fa ricorso a un donatore e/o a una donatrice di gameti).

Ne esistono due modelli: quello commerciale, che prevede un compenso per la donna che porta avanti la gravidanza ed è legale in alcuni Stati degli Usa e in Canada, e quello altruistico, che in genere prevede un rimborso spese ed è permesso in Paesi come la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda. In Italia non era vietato fino a qualche anno fa e nel 1993 fece molto discutere il caso di Novella Esposito, la cui madre si era offerta di portare avanti la gravidanza al posto della figlia che aveva subito l’asportazione dell’utero. Nessuno dei tentativi ebbe successo.

La discussione morale, come prevedibile, è molto accesa: si può scegliere di usare il proprio corpo per una cosa del genere? È una pratica intrinsecamente immorale? E, in caso di controversia, che strumenti abbiamo per cercare di risolverla? Che cosa succede se la gestante o gli aspiranti genitori cambiano idea?

Il caso forse più spinoso di tutti riguarda la decisione di interrompere la gravidanza in caso di grave anomalia fetale. Una scelta difficilissima già quando la donna incinta è e sarà anche la madre del nascituro, e che in caso di surrogacy si complica ulteriormente: chi sarà a decidere, la donna che porta avanti la gravidanza oppure quelli che saranno i genitori del nascituro? Si può acconsentire in anticipo all’aborto e si possono esaurire tutti i possibili scenari controversi? Chi può essere coinvolto nella decisione?

Ruth Walker e Liezl van Zyl (lectures dell’Università di Waikato, Nuova Zelanda) hanno cercato di rispondere in un articolo su «Bioethics», Surrogate Motherhood and Abortion for Fetal Abnormality. Sia il modello commerciale sia quello altruistico — scrivono — non sembrano riuscire a offrire risposte soddisfacenti a queste domande. Walker e van Zyl propongono allora una terza via: considerare la surrogacy come una professione, come fare l’infermiere o l’insegnante.

Prima di procedere però dobbiamo anticipare due possibili obiezioni: la prima riguarda l’analogia che non significa identità, perciò non si sta dicendo che portare avanti la gravidanza per qualcun altro sia come insegnare inglese ma si vogliono suggerire delle somiglianze; la seconda riguarda le condizioni per discutere davvero di maternità surrogata e non di schiavitù o sfruttamento. Ovvero della possibilità che una donna scelga liberamente di offrirsi come surrogata per un’estranea, per un’amica o una sorella.

La Lettura, Il Corriere della Sera, 1 marzo 2015.

venerdì 6 marzo 2015

Usiamo la ragione contro il buio di Stamina


In questi ultimi anni Stamina ha animato feroci discussioni e ha forzato – facendola arretrare – la linea difensiva che le istituzioni e la politica dovrebbero tenere salda contro i ciarlatani.

Ora il clima è raffreddato, anche se non del tutto sedato. Il presunto trattamento Stamina – tenuto intenzionalmente nel mistero, privo di dati sperimentali e dei requisiti per accedere a una sperimentazione, assente dalle riviste scientifiche – era stato presentato da Davide Vannoni (laureato in lettere) come rimedio per molte malattie neurovegetative incurabili.

C’erano tutti gli elementi per un perfetto complotto: un eroe, incompreso e avversato, che vuole salvare l’umanità ma è ostacolato dagli interessi delle case farmaceutiche. Forse anche il crollo è un frammento dell’epica del prode isolato e in lotta contro tutti: Vannoni, imputato per accuse gravissime tra cui associazione a delinquere finalizzata alla truffa, ha chiesto il patteggiamento. Un misero e deludente terzo atto.

Stamina è un ottimo pretesto per analizzare come si dovrebbero avvicinare le questioni, sia in una discussione sia (e soprattutto) quando bisogna decidere di una legge o di dove investire risorse limitate come quelle sanitarie.

Tutto quello che è successo con Stamina dimostra per l’ennesima volta perché sia necessario usare strumenti razionali e non lasciarsi trascinare dalla corrente delle emozioni: la paura, il terrore, il disgusto o la ripugnanza sono infatti bussole insoddisfacenti e inaffidabili. Insieme ai “secondo me è così” e ai “io non lo farei mai!”.

Internazionale, 6 marzo 2015.

giovedì 11 dicembre 2014

L’eutanasia secondo la Treccani


Non è la prima volta che rimango perplessa ma la voce «eutanasia» supera di molto la perplessità. Vediamo i passaggi più bizzarri.
L’uccisione medicalizzata di una persona senza il suo consenso, infatti, non va definita eutanasia, ma omicidio tout court, come nel caso di soggetti che non esprimono la propria volontà, la esprimono in senso contrario o non sono in grado di manifestarla: neonati, feti, embrioni, dementi, malati gravi privi di coscienza.
Quindi anche l’aborto è omicidio tout court (feti, embrioni)? Benissimo.
Non rientrano inoltre nel concetto di eutanasia l’astensione o la sospensione di trattamenti futili e di forme di accanimento terapeutico, nonché la sedazione terminale (uso di farmaci sedativi per dare sollievo a sofferenze insopportabili negli ultimi momenti di vita). Non va confusa poi con l’eutanasia la rinuncia all’accanimento terapeutico, ossia a quegli interventi sproporzionati, gravosi e inutili rispetto alla possibilità di arrestare il processo della morte del paziente, nel tentativo di prolungare la vita a ogni costo. Esiste un consenso pressoché unanime circa l’illiceità etica, deontologica e giuridica di questa pratica, che proprio in quanto consistente in un’insistenza sproporzionata e futile rispetto al raggiungimento di ogni obiettivo, non si può definire una pratica terapeutica. La rinuncia all’accanimento, tuttavia, non legittima la sospensione delle cure ordinarie necessarie a un accompagnamento dignitoso del morente. Tra queste si discute se vadano incluse l’idratazione e l’alimentazione artificiale, quando non risultino gravose per il malato o l’organismo non sia più in grado di recepirle.
Qui entriamo in un terreno minato. Bendati e senza manco una mappa approssimativa. L’espressione «accanimento terapeutico» dovremmo abbandonarla per sempre perché è ambigua e inutile. I due aspetti da considerare sono: quello clinico (futile o no) e quello della volontà (è bene ricordare che possiamo rifiutare qualsiasi trattamento, non solo quelli futili, ma pure quelli utilissimi, efficaci e con pochi effetti collaterali). Quindi nemmeno la rinuncia a interventi proporzionati è «eutanasia». Il consenso unanime non è molto interessante. La legge protegge questa libertà – per fortuna. La «sospensione delle cure necessarie» è dunque possibile. Mai sentito parlare di autodeterminazione? Quanto alla «idratazione e alimentazione artificiale» (la parola corretta è nutrizione) non c’è alcuna discussione al riguardo – come non c’è per alcun trattamento medico. Non c’è discussione sulla possibilità di «rinunciarvi». Il passaggio dal paternalismo all’autodeterminazione sanitaria sta proprio qui: che io posso decidere se e come curarmi.
Diversa è l’eutanasia come abbandono terapeutico, ossia la sospensione di qualsiasi trattamento nell’intento di anticipare la morte: in questi casi, infatti, non è la condizione patologica a far morire, ma l’omissione di sostentamenti ordinari. Va, pertanto, considerata una forma di eutanasia passiva.
In questo passaggio c’è la medesima nebbia dell’inizio: identificare la cosiddetta eutanasia passiva con la sospensione generica è troppo vago. Inoltre anche la differenza passiva/attiva dovrebbe avere il ruolo che merita: ovvero quello di una distinzione psicologica più che morale (vedi James Rachels). Giuridicamente esiste una distinzione tra azione e omissione, ma nel caso della sospensione dei trattamenti torniamo sempre alla libertà di decidere. Posso decidere se cominciare una chemioterapia o no pur sapendo che se declino morirò entro qualche mese. Questa anche è forse eutanasia passiva? Le definizioni ci servono a fare ordine: quando i confini semantici diventano tanto nebbiosi e approssimativi non servono a niente. Se non a confondere le idee. O a provare che chi ha redatto questa voce ne ha più nebbiose di voi.
Un aspetto delicato riguarda il rifiuto delle terapie (o dissenso informato) da parte di un soggetto capace di intendere e di volere. In proposito, la dottrina dominante ritiene che la rilevanza giuridica riconoscibile all’autodeterminazione del paziente incontri un preciso limite nel principio del rispetto della persona umana. La libertà di determinazione del soggetto in relazione alla propria salute (artt. 3-13-32 Cost.), infatti, appare meritevole di riconoscimento fintanto che non sia volta alla soppressione di sé o alla eliminazione di componenti essenziali della personalità. Ciò si traduce nell’impossibilità per il soggetto di disporre della propria esistenza con forme di suicidio assistito e di eutanasia volontaria.
Nessuna delicatezza, ma un diritto che è molto facile capire. Se sono in grado di intendere e di volere decido io e nessun altro. Qualsiasi sia la terapia di cui stiamo parlando. Il rispetto – come la dignità – sono concetti troppo vaghi per costituire una indicazione normativa. Ognuno considera rispettosa e dignitosa una certa scelta (ognuno dovrebbe poter decidere in base alle proprie preferenze). E la difesa del rispetto non può essere invocato per giustificare alcun trattamento sanitario (gli esempi classici al riguardo sono le trasfusioni per i testimoni di Geova: per noi «ordinari» mezzi di sopravvivenza, per i TdG inammissibili – se il testimone di Geova è adulto e le sue capacità cognitive non sono compromesse al punto da mettere in dubbio la possibilità di compiere scelte e di comprenderne le conseguenze, nessuno dovrebbe permettersi di andare a dirgli come vivere e cosa accettare o rifiutare).
Le cure palliative, in tal senso, danno sollievo; sostengono la vita e guardano al morire come a un processo naturale; non intendono né affrettare né posporre la morte; integrano aspetti psicologici e spirituali nell’assistenza al paziente; utilizzano un approccio di équipe per rispondere ai bisogni del paziente e della famiglia, e possono influenzare positivamente il decorso della malattia (OMS, 2002). Dal punto di vista giuridico, nell’ordinamento italiano l’eutanasia attiva è assimilabile all’omicidio, l’eutanasia passiva è identificabile nell’astensione a praticare terapie nel rispetto delle norme di legge. Il codice penale non prevede un’apposita disciplina per l’omicidio per eutanasia, trovando, invece, applicazione, di volta in volta, le disposizioni inerenti l’omicidio volontario (art. 575) o l’omicidio del consenziente (art. 579). L’applicazione di quest’ultima norma non è sempre possibile, perché spesso il consenso prestato è invalido a causa delle menomazioni psichiche che possono accompagnare la patologia in corso. In tali casi si fa riferimento alla disciplina prevista per l’omicidio comune che, a seconda delle fattispecie concrete, può essere attenuata (motivi di particolare valore morale o sociale) o aggravata (premeditazione o rapporti di parentela). È considerato reato anche l’istigazione o l’aiuto al suicidio ex art. 580 c.p. L’eutanasia passiva è ammessa solo in ambito ospedaliero nel caso di morte celebrale, previo consenso dei parenti; sono inoltre necessari il permesso scritto del primario, del medico curante e del medico legale. In caso di disaccordo si adisce il giudice competente.
La fine è notevolissima: l’eutanasia passiva sarebbe ammessa solo in ospedale e in caso di morte cerebrale. Ovvero, quando siamo già morti. E con il consenso dei parenti?! No, davvero. La confusione tra i criteri per accertare e certificare la morte cerebrale, le definizioni, i parenti, i primari e il Bignami di diritto degli anni ’50 è così profonda che sembra difficile bonificarla (e la sciatteria rispetto alle cure palliative sembra perdonabile). La morte cerebrale è da tempo il criterio (giuridico e filosofico) di morte. Qualcuno dichiarato morto cerebralmente è morto – per usare un’espressione dell’estensore di questa voce bizzarra – tout court. A meno che non siate sostenitori della «Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi e la Morte a Cuore Battente» (sic).

Next, 11 dicembre 2014.

martedì 18 novembre 2014

Perché gli uomini non possono parlare di aborto



Discussione | Perché non ha senso escludere dalle discussioni e dalle decisioni sull'interruzione di gravidanza chi non può avere figli

Un gruppo di studenti “per la vita”, Oxford Students for Life, ha organizzato un incontro sull’aborto. O meglio su quanto la “cultura dell’aborto” sia un segno della decadenza dei tempi. Sono contrari, da buoni prolife, alla legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza, considerata come il più atroce dei delitti.
L’incontro e gli slogan per promuoverlo fanno arrabbiare un po’ di persone. Tra queste, WomCam ha criticato anche che a parlare di aborto fossero due uomini. Il gruppo di femministe ha scritto: “è assurdo pensare che dovremmo ascoltare due uomini cisgender discutere su cosa le persone con un utero dovrebbero fare con i loro corpi, […] persone che non si troveranno mai ad aver bisogno di abortire”.
L’incontro non si svolgerà più, e l’inutilità delle discussioni (spesso solo apparenti) sull’aborto è dimostrata per l’ennesima volta. Su una barricata c’è chi urla “abortire è il peggiore degli omicidi!”, sull’altra chi domanda con indignazione “come puoi tu uomo parlare di aborto?”.
Ovvero, come puoi tu che non potrai mai trovarti ad abortire avere qualcosa da dire? Questa convinzione è tra le più perniciose e sbagliate che si possano immaginare (che la decisione non possa che essere della diretta interessata è una premessa che qui diamo per scontata).
Emotivamente funziona, ma razionalmente è il sintomo di un disastro argomentativo di fronte al quale viene voglia di rassegnarsi. Somiglia ai litigi delle scuole medie. È la stessa idea che sta sotto l’ingenua convinzione che solo se sei nero puoi parlare di neri, se sei donna di donne, se sei bionda di bionde; che l’esperienza – qualsiasi cosa significhi – e il vissuto personale (siamo a un passo da “sii te stessa”) siano più importanti del saper ragionare. Una visione claustrofobica e caricaturale delle premesse necessarie e sufficienti per affrontare una discussione che sia davvero tale (e non, appunto, apparente).
Il guaio è che essere donna non è una competenza, non ci assegna intrinsecamente nulla – se non due cromosomi X (quasi sempre) e alcuni caratteri sessuali primari e secondari. Forse la pelle più liscia.
Essere donna non ci rende più sveglie o più in grado di difendere il diritto di scegliere cosa fare del nostro corpo. Avere un utero potenzialmente fertile non ci rende capaci di esprimere pareri solidi e sensati sull’aborto e su nient’altro. Tirare fuori questo preteso strumento è un plateale errore. Ci sono molte donne che dicono imperdonabili sciocchezze riguardo all’aborto, ci sono uomini che hanno scritto pagine memorabili (e viceversa, ovviamente – è proprio questo il punto). Poter rimanere incinte non è una condizione necessaria per partecipare al dibattito sull’aborto. Dovremmo forse escludere anche le donne sterili e quelle nate senza utero?
Insomma, se non si può non essere d’accordo con Loni Love quando scriveva nel gennaio 2013 che “se gli uomini restassero incinti gli aborti starebbero su Groupon”, non è prudente escluderli a priori dalla discussione sull’aborto considerando quanto sia mal ridotta e quanto sia rischioso ridurre l’aborto a “una questione di donne tra donne in quanto donne”.

Pagina 99, 18 novembre 2014.

mercoledì 12 novembre 2014

Alcune domande a Sacconi e Alfano sul “voto plurimo” per i genitori



Democrazia? | La proposta del Ncd di assegnare a padri e madri la facoltà di votare per conto dei figli minori è sorprendente e discutibile. Alcune questioni rendono impraticabile l’idea

“Famiglia: voto plurimo ai genitori con figli minori” era il titolo di un post di Maurizio Sacconi il 28 ottobre scorso sul suo sito. E spiegava diligentemente: “E tale deve essere la rilevanza pubblica della famiglia naturale in relazione ai figli che si può cominciare a considerare l’ipotesi del voto plurimo dei genitori in proporzione ai figli minorenni affinché la rappresentanza democratica tenga in dovuto conto l’Italia di oggi e, ancor più, quella di domani”.
Lo ha ribadito Angelino Alfano, annunciando la manifestazione di sabato prossimo del Nuovo Centro Destra sulla Famiglia: «Dare il voto plurimo ai genitori di minori, permettendogli di votare anche per ciascuno dei figli».
La proposta è entusiasmante. Potrebbe risollevare le sorti del paese, ammorbidire le tensioni politiche, indicare la giusta via a Matteo Renzi sulle riforme da fare sul diritto di famiglia. Però avremmo bisogno di qualche chiarimento in più (sicuramente avverrà sabato in piazza Farnese). Come si deciderà se i voti in più vanno alla madre o al padre? Si può fare un po’ per uno, oppure visto che la Famiglia deve essere tradizionale voterà solo il padre? Sembrerebbe più giusto, le donne non hanno ancora molta esperienza riguardo al suffragio universale, e fino a qualche decennio fa ne erano prive (ma forse è il momento di ridiscuterne).
E poi bisognerebbe indicare alcune misure di garanzia: uno strumento per indagare gli orientamenti sessuali e la violazione del vincolo matrimoniale. Non penserete mica di poter far votare genitori gay, individui non sposati oppure divorziati? Di questi tempi si potrebbe perfino rischiare di concedere un voto +1 a una transgender. Vediamo di rimediare immediatamente. Per sicurezza si potrebbe proporre anche un test del Dna perché una buona parte di figli non è davvero tale e non è che possiamo far votare un padre non davvero padre, no?
Siccome i difensori della Famiglia difendono anche la Vita, si dovrebbe poter esprimere un voto plurimo fin dal concepimento: un voto per mio figlio di 4 anni, un altro perché sono incinta di 6 settimane (e se abortisco mi scalano il voto la prossima volta?).
Come comportarsi con gli embrioni crioconservati? Valgono, tranne quelli ottenuti tramite la fecondazione eterologa perché non sembra una pratica molto “tradizionale”. La proposta fa tornare alla memoria quella di Francesco Storace che nel 2001 aveva promosso un ddl per attribuire personalità giuridica al “concepito”. Il suo intento era di aiutare le famiglie permettendo loro di usufruire della detrazione dei figli a carico – quelli già nati, ma che differenza c’è?
Qui siamo addirittura oltre: li conti, già nati e non, e voti per loro.
Ma insomma la storia di Scott in Tutti dicono I love you di Woody Allen non ha insegnato nulla? Cresciuto in una famiglia di democratici (di sinistra) è diventato un repubblicano (di destra) – facendo venire un infarto al povero padre (il fatto che fosse causato da un’arteria bloccata non è rilevante). Come avrebbe votato il padre facendo le veci di Scott? La precrimine di Minority Report, al confronto, aveva vita facile.

Pagina 99, 12 novembre 2014.

martedì 4 novembre 2014

Brittany Maynard, il diritto dell’eutanasia



Libertà | La donna di 29 anni se ne è andata con dignità sabato scorso, secondo la legge dell’Oregon. Una scelta individuale che non ha a che fare col bene e il male. Questo articolo è uscito su pagina99we il 1 novembre 2014 insieme a un’inchiesta sulle possibilità della morte assistita in Italia 

Di eutanasia non si deve parlare. Magari si può praticarla – soprattutto se hai i contatti giusti o se hai la fortuna di incontrare un medico più incline ad ascoltarti che a rivendicare la sacralità della vita (la tua, diventata per te intollerabile) –, ma rivendicarla come un diritto, no, non sta bene. La si relega, intenzionalmente, in quel dominio di temi eticamente sensibili in cui tutto deve rimanere fermo e ingabbiato in espressioni nebbiose o in contraddizioni insanabili. A cominciare dal nome: dovremmo parlare di diritti più che di “temi eticamente sensibili” (che espressione inutile!). E dovremmo ricordarci di menzionare la libertà individuale.

Perché l’eutanasia non è che un’espressione di un principio semplice e difficile da contestare: sulla mia salute e sulla mia vita devo decidere io. E chi potrebbe farlo al mio posto, anche se con la scusa paternalistica del mio miglior interesse? Può forse essermi imposto, il mio interesse, in nome del fatto che non sarei in grado di decidere? A volte accade, ma per questi scenari è previsto il trattamento sanitario obbligatorio: situazioni in cui non siamo in grado di intendere e di volere o in cui potremmo costituire un pericolo per gli altri (come nel caso delle malattie infettive). Estendere tale impossibilità a tutti sembra davvero eccessivo. E sarebbe molto difficile sostenere che Brittany Maynard non sia nel pieno delle facoltà mentali e non sia in grado di capire le conseguenze della sua scelta – come sarebbe stato difficile sostenerlo per Piergiorgio Welby o Giovanni Nuvoli.

L’eutanasia confina con la sospensione dei trattamenti o con la decisione di non avviarli anche qualora questa decisione comporti la morte. L’eutanasia confina anche con la sedazione totale – consentita in Italia – irreversibile e tanto profonda da eliminare la coscienza. Confina cioè con diritti già esistenti e moralmente affini.

L’eutanasia di cui parliamo oggi, inoltre, non ha nulla a che fare con fantasmi nazisti o con una gerarchia di valori assoluti. L’eutanasia di cui parliamo oggi dovrebbe garantire, a chi non vuole più vivere in condizioni che giudica insopportabili, di poter scegliere per sé e senza implicare che qualcun altro dovrebbe compiere la medesima scelta. Né che le vite di altri in condizioni analoghe siano senza valore. È una decisione che ognuno dovrebbe poter prendere sulla propria vita. Infine, come sempre accade, una maggiore libertà garantisce a chi non la vuole la possibilità di liberarsene, di delegarla, di rinnegarla. Al contrario, la presunzione di imporre agli altri come vivere umilia le differenze individuali, e rende l’esercizio del nostro libero arbitrio una vuota caricatura.

Sarà possibile, prima o poi, parlarne in modo razionale? Quanto accaduto in passato sulle direttive anticipate di trattamento è abbastanza scoraggiante, ma domani è un altro giorno.

Pagina 99, 3 novembre 2014.